Cold War: amaro bianco e nero di un amore infelice

La nostra recensione del film Cold War, che ha visto la grandissima interpretazione di Joanna Kuling in un amaro bianco e nero.

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Cold War è un malinconico gioiello cinematografico, un film che affonda le sue radici nella perfezione poetica delle sue immagini, allontanandosi dai tipici schemi hollywoodiani.

I nostri occhi atterrano nella Polonia del 1949 dove Wiktor, Irena e Kaczmarek, tre musicisti, sono alla ricerca di nuove voci per creare un gruppo folkloristico e qui incontrano l’instabile Zula, con un volto magnetico e segnato dal passato (probabilmente ha ucciso suo padre come atto di difesa personale).

Una protagonista (interpretata da una maestosa Joanna Kuling) che non deve dimostrare niente, si presenta alle audizioni senza un vero e proprio brano e decide di accodarsi ad un’altra ragazza.

L’affascinante e ambiziosa ragazza conquista il tormentato e malinconico Wiktor (Tomasz Kot) al primo sguardo, riuscendo ad entrare nella compagnia musicale ed iniziare la sua carriera canora.

La storia d’amore che fiorisce tra i due protagonisti è implicita già nei primi fotogrammi di Cold War, ma non esprime mai esplicitamente i caratteri tipici di qualsiasi altro drammatico amore in conflitto.  Paweł Pawlikowski, regista che tiene conto di visionari del passato come Tarkovskij, non si lascia abbindolare dalla solita commedia romantica ma tratta questi due protagonisti come burattini del loro stesso amore, intrappolati nel teatro della vita.

Non sarà Berlino l’occasione per i due di scappare dalla deprimente e arida Polonia, verso una sfavillante Parigi, adornata dal jazz degli anni ’50, ma il momento del tornaconto sull’impossibilità di vivere separati arriverà presto. Un’ incombente realtà che attraversa 15 anni di tempo, prima di diventare fatto.

Wiktor prosegue la sua vita a Parigi, fino all’arrivo di Zula nel 1957, che grazie ad un escamotage riesce ad espatriare dalla Polonia legalmente. Un periodo infelice, nella città simbolo dell’amore, l’unica cosa a brillare tra i due amanti è l’ineluttabile distanza.

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La convivenza tra i due non funziona e lei dopo aver tradito l’amore di Wiktor decide di scappare a sua insaputa e tornare in Polonia. La tentazione di questa tormentata e disfunzionale storia spinge Wiktor a rincorrerla con un pericoloso risvolto.

Cold War utilizza un bianco e nero tagliente che nasconde i colori della vita, che blocca la felicità e impone un cupo avvenire, abbinato alla scelta di un formato 4:3 girato in un 16 mm molto consapevole.

Impossibile ignorare le particolari inquadrature che spingono i personaggi sul lato sinistro dello schermo quasi a sottolineare la loro incapacità di essere padroni di ciò che desiderano.

Cold War riesce nel 2018, a sferrare una freccia che infrange i codici del cinema “della spettacolarizzazione” in favore di una ricercatezza cinematografica appartenente al passato.

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-SPOILER ALERT-

Pawlikowski conclude Cold War con un profondo senso di amarezza, nonostante lo stampo che imprime già nei primi fotogrammi, dove la musica che dovrebbe essere una cosa gioiosa sembra una danza della disperazione, ci si aspetta fino alla fine che Zula e Wiktor riescano a poter finalmente vivere il loro amore.

Ed effettivamente è quello che accade, dopo aver pronunciato i voti nuziali i due decidono di prendere delle pillole mortali.

Una scelta consapevole del fatto che l’unico modo per far funzionare il loro amore impossibile sia la morte, ma pur sempre inattesa. Solo perdendo la loro vita i due potranno essere veramente “l’uno proprietà dell’altro

Cosa ne pensate? A voi Cold War è piaciuto? Fatecelo sapere nei commenti.

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Aspirante regista, in perenne ricerca di contenuti cinematografici sconosciuti e fuori dagli schemi ordinari.

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