Dogtooth e Lanthimos: se non l’avete visto, dovete recuperarlo

Dogtooth di Yorgos Lanthimos perturba lo spettatore, fa riflettere e ci mette a disagio. Un peccato che in Italia sia poco conosciuto, per cui guardatelo.

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È un vero peccato che film come Dogtooth non siano riusciti a trovare il giusto spazio in Italia, rimanendo poco conosciuti nonostante la bellezza che rappresentano. Più nel dettaglio, Kynodontas, noto con il titolo internazionale di Dogtooth, è la terza pellicola firmata da Yorgos Lanthimos, datata 2009 e vincitrice a Cannes con Un Certain Regard. Si tratta di un film particolarmente violento, non tanto per immagini o azioni di sangue, nonostante siano presenti, ma per la prigione entro la quale tre figli vengono inseriti senza mai conoscere la vera vita. Un film che disturba lo spettatore, contornato da un bianco folgorante e sprazzi di aggressività dirompenti. Un film che se non avete ancora visto, vi consigliamo di recuperare assolutamente.

La prigione

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Dogtooth si apre con la voce della Madre registrata su un nastro, che insegna nuovi vocaboli ai tre figli. “Autostrada” significa vento forte, “escursione” diventa un materiale duro per pavimenti e “carabina” un uccello bianco. Madre, Padre, Figlio, Figlia maggiore e Figlia minore non hanno né età, né nomi. Non serve averne, il loro mondo, la loro vita, sono chiusi dentro le mura di casa. E soprattutto non avere nomi, significa non avere un’identità precisa, essere estranei. Ai figli, infatti, non è data la possibilità di conoscere la realtà, rimanendo imprigionati. L’unico che ha la facoltà di uscire dall’abitazione è il Padre, il quale ha convinto tutti che solo quando il dente canino dei ragazzi sarà caduto, allora questi potranno abbandonare la casa. E che la dimora verrà lasciata soltanto a bordo di una macchina, che potrà essere guidata quando lo stesso dente sarà ricresciuto.

I tre ragazzi che ci vengono presentati vivono in uno stato basilare. Sono adulti ormai, ma pensano e si comportano come bambini, non hanno un minimo di pensiero autonomo. D’altra parte, non avendo mai varcato il cancello, la loro mente non si è mai evoluta. Trascorrono le giornate organizzando gare in giardino per conquistarsi un premio, magari giocando a mosca cieca, simbolo evidente del loro stato di ignoranza che li riporta inevitabilmente alla madre come oggetto ultimo da toccare per vincere.

Il Padre per potersi assicurare il controllo assoluto e l’obbedienza devota, mette in scena una serie di miti e leggende, a partire dal fratello che abiterebbe a fianco, al gatto come animale da temere, fino agli aerei, uno dei pochi elementi incontrollabili e che quindi si trasformano in piccoli giocattoli lanciati nel giardino. Perché? Perché là fuori c’è un mondo da tenere a distanza, di cui avere paura e per tutelarsi bisogna ricreare un habitat privo di rischi, con nuovi linguaggi e nuove regole dettate dall’unico artefice, il Padre.

Il cinema che salva

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In questo asettico mito della caverna di Platone, la sola ad avere accesso è Christina, una ragazza che lavora nella stessa azienda del Padre, la quale viene chiamata e pagata per far sfogare gli istinti sessuali del Figlio. In Dogtooth, Christina viene accompagnata bendata nell’abitazione e poi riportata a casa propria, consuma regolarmente i suoi rapporti con il giovane ed è l’unica ad avere un nome. Rimane tutto ad un livello di stabilità, fin quando la ragazza, dopo il rifiuto di un rapporto orale da parte del Figlio, decide di spostarsi sul fronte della Figlia maggiore, conquistandola prima con un cerchietto fosforescente e poi con videocassette. Rocky, Flash Dance e Lo squalo, aprono un mondo a quella Figlia. Un mondo vero, qualcosa mai visto prima. Il cinema, dunque, diventa la luce in quella finzione, spacca le catene di un sistema demiurgico basato su diktat ben precisi, tanto cari a Lanthimos ed esacerbati in Dogtooth ed accende una speranza in quel sistema di credenze a cui era abituata e sottoposta dal dominio paterno. Difatti, come concepiamo il mondo, secondo il regista, non è altro che il frutto dell’influenza genitoriale su di noi. Un’influenza talmente dirompente da cambiare anche il sistema di comunicazione, in modo che anche se qualcuno di loro dovesse mai riuscire a fuggire da quella prigione, non riuscirebbe comunque ad interloquire con gli altri, dato che le parole hanno assunto un altro significato. Una stretta di mano a 1984 di Orwell, la sua Neolingua ed il Potere.

La famiglia, dunque, taglia fuori la personalità e la possibilità di potersi esprimere e compie lo stesso lavoro di un addestratore di cani, che opera per “determinare quale comportamento il cane dovrebbe avere”.

La speranza

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Dogtooth, scritto a quattro mani con Efthymis Filippou, sceneggiatore di fiducia di Lanthimos, è mosso dalla speranza di riuscita della Figlia maggiore, unica ribelle dei tre fratelli, che si apre al mondo dopo l’intervento di Christina e che spia la madre per comprendere i segreti. Vive nel buio dell’ignoranza per anni, in antitesi con il bianco accecante delle mura, dei vestiti e della loro quotidianità. Poi, ad un certo punto, prende il sopravvento la speranza che quel dentino stia dondolando, matura la certezza che non sia così ed allora la consapevolezza di doversi aiutare da sola.

Dogtooth è un film potente, in grado di scomodare chi lo osserva, sia per la trama in sé, sia per la costruzione meticolosa con la quale viene messa in scena. Ci sono immagini di violenza repentina, inaspettata, in un clima pressoché temperato, ridotto al necessario. I richiami ad Haneke sono evidenti da questo punto di vista e stringendoci solo sulla storia di base, anche ad altre pellicole come The Village. Se l’intento è quello di far sentire a disagio lo spettatore, come dichiarato da Lanthimos, Dogtooth svela le sue carte per riuscirci, suscitando un vortice di emozioni, mantenendo sempre un certo equilibrio calcato perfettamente da una ripresa pulita ed una fotografia algida.

Qui un approfondimento sul cinema di Yorgos Lanthimos.

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