Wildlife, il brillante esordio da regista di Paul Dano

Wildlife è l'affascinante esordio dietro la macchina da presa di Paul Dano che, da regista, può avere un futuro ricco di soddisfazioni.

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Paul Dano è uno dei migliori attori degli ultimi quindici anni, un attore che è riuscito sin da giovanissimo a imporsi in ruoli di vario genere dando a ogni personaggio da lui interpretato una profondità e una caratura degne di attori ben più maturi e con molti più anni di esperienza alle spalle.
Dai primi film indipendenti al capolavoro Il petroliere fino ai più recenti 12 anni schiavo, Prisoners e Swiss Army Man, Paul Dano non ha mai smesso di stupire il grande pubblico per la varietà di prove che è stato in grado di regalare al grande schermo.

C’è tuttavia un aspetto di di Paul Dano che meriterebbe di essere più approfondito, ovvero il suo essere non solo attore, ma, da pochi anni, anche regista.
Al 2018 risale infatti Wildlife film indipendente che vede come protagonisti Jake Gyllenhaal, Carey Mulligan, Ed Oxenbould e l’esordio alla regia di Paul Dano.
La pellicola, passata abbastanza inosservata in Italia, costituisce il primo tassello di quella che sembra poter essere una carriera da regista costellata da numerosi successi per l’attore statunitense.

Dal momento che Paul Dano è un attore formidabile e di tappe ne ha già bruciate molte per arrivare a essere uno dei più richiesti e dei più validi interpreti nel panorama americano a soli 36 anni, non bisogna assolutamente sottovalutare il luminoso futuro che l’attore potrebbe avere anche dietro la macchina da presa.
Wildlife, da questo punto di vista, sembra già tracciare una chiara linea di ciò che in molti non sperano possa essere solo una fugace intrusione nella regia, bensì l’avvio di una carriera parallela per Paul Dano.

Wildlife: il manuale per girare un ottimo dramma familiare

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Wildlife è un film ascrivibile al ricalcatissimo, sventrato, ripassato e riabusato genere del dramma familiare che tanto ha affascinato e continua ad ammaliare spettatori di ogni età.
La sostanziale finitezza delle soluzioni narrative che il genere impone produce spesso come risultato film fotocopia, film privi di anima che si instradano in ben battuti sentieri con la sola forza di inerzia e senz’alcuna propulsione.
Paradossalmente, però, questa sostanziale sclerotizzazione delle forme e dei contenuti riesce a far risaltare appieno il talento di registi che, ponendosi in continuità con temi già trattati, riescono a rielaborarli in uno stile nuovo e personale.
Wildlife, di quest’ultima affermazione, è esempio lampante.

Siamo negli anni ’60, la famigerata “american way of life” spinge Jerry Brinson (Jake Gyllenhaal) a spostarsi in ogni parte degli Stati Uniti alla ricerca di un lavoro che possa soddisfare le proprie aspettative.
Stanziatosi in Montana con la sua famiglia, composta dal figlio Joe (Ed Oxenbould) e dalla moglie Jeanette (Carey Mulligan), l’uomo sembra essersi appena adattato a un lavoro da giardiniere in un club di golf quando, a causa della sua socialità ritenuta eccessiva dal suo capo, viene licenziato.

Alla costante ricerca di un lavoro che non lo svilisca e che gli sembri degno della propria persona, Jerry decide di partire per prendere parte a un gruppo di lavoro impiegati per spegnere i numerosi incendi che imperversano al confine con lo stato.
Questa scelta, all’apparenza della moglie e del figlio totalmente illogica e pericolosa, causa una serie di scoinvolgimenti all’interno della famiglia.

Il plot, che sembra preludere a un classico dramma familiare, viene sviluppato da Paul Dano con un’originalità sia nella messa in scena sia nella sceneggiatura che riescono a elevare la pellicola a un prodotto che va ben oltre il genere di appartenenza.

Un idillio che diventa un incubo da cui non ci si può svegliare

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Sin dalle primissime inquadrature Paul Dano mostra alla perfezione la volontà di distruggere il mito della famiglia americana degli anni ’60. Notiamo infatti un figlio che si allena in giardino a rugby con il padre, un’amorevole moglie che non lavora per badare al focolare domestico, un ragazzo che va molto bene a scuola e una linda villetta in una cittadina del Montana.
Ciò che appare come il classico idillio piccolo-borghese del cinema americano si dimostra però, ben presto, solo una tragica apparenza.

Quando le cose iniziano, inevitabilmente, ad andare Paul Dano lascia da parte ogni ricerca eziologica sul “perchè” un idillio diventa un incubo e sceglie di concentrarsi sul “come” il tutto si verifichi.
Utilizzando abilmente il fuori-campo Dano presta una particolare attenzione all’effetto che producono determinate parole, determinati discorsi, sul volto e nell’animo di un ragazzo di 14 anni che spera in una vita tranquilla dopo aver tanto vagato al seguito della sua famiglia.
Lasciando in secondo piano le voci, Paul Dano sfoggia splendidi primi piani volti a rappresentare il cambiamento, lento, ma radicale, del volto, del modo di agire, del modo di pensare del protagonista.

Tramite un delizioso meccanismo di allusioni e di soli accenni Paul Dano ci mostra il repentino inclinarsi delle relazioni in una coppia coniugale. I dialoghi sono ridotti al minimo e, a parlare, sono solo i volti, i corpi, i lenti movimenti di camera che incorniciano una solitudine e un crescente senso di imbarazzo fra tutti i membri della famiglia.
Procedendo per ellissi e per reticenze Dano comunica con la sola potenza di statiche immagini che valgono più di ogni sticomitia tipica dei drammi coniugali.

Una madre e un figlio di fronte alla voracità del capitalismo

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La scelta di far uscire improvvisamente di scena del padre di famiglia sposta, improvvisamente, il focus della narrazione sul rapporto che si viene a instaurare fra una madre sentitasi tradita dall’abbandono del marito e un figlio non in grado di prendere una posizione netta a favore di uno dei due genitori.
Su questa traccia Paul Dano, avvalendosi di interpreti ineccepibili come Carey Mulligan e il giovane Ed Oxenbould, riesce a intessere un corposo discorso sui complessi moventi psicologici ed emotivi che spingono le persone ad agire.

Grazie a una caratterizzazione pressochè perfetta di ogni personaggio presente sullo schermo Paul Dano scava nella psiche dei suoi protagonisti, trova delle faglie, le fa lentamente venire alla luce per poi ritrarle, nasconderle, improvvisamente. Il tutto viene reso con semplici inquadrature che sono inquadrature di volti lacerati, di volti smarriti in un mondo che non sembra giocare al loro stesso gioco.
Un mondo che definisce “carburante” gli alberi che si bruciano in un incendio e “morti in piedi” quelli sopravvissuti, un mondo americano che sottopone gli umili al controllo, psicologico e non solo, dei potenti, dei più ricchi, del capitale.

Paul Dano pratica un sottile labor limae e restituisce allo spettatore personaggi non confinati in neri contorni ben rimarcati, ma personaggi liquidi in un una costante evoluzione, in un percorso di cambiamento destinato a essere imprevedibile, lento e repentino, costante e incostante allo stesso tempo.
Servendosi di pochi movimenti di camera e di moltissime inquadrature fisse Paul Dano cattura l’anima dei suoi protagonisti e la apre allo spettatore con una maturità, una forza e una limpidità scevra da ogni facile patetismo propria di registi con alle spalle già diversi lavori e con una compostezza priva di formalismi riscontrabili in molte opere prime di attori che decidono di applicarsi dietro la macchina da presa.

Incendi che lasciano il segno

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Il tema dell’incendio è centrale in Wildlife e si può affermare tranquillamente che l’incendio sia a tutti gli effetti uno dei protagonisti del film. E’ un incendio quello che si sta svolgendo nel confine dello stato che richiama al lavoro il padre famiglia, è un incendio quello che si svolge fra i componenti delle mura domestiche, è un incendio quello che “risolve” il dramma dei protagonisti.
Ma finito l’incendio cosa rimane? Rimane un ragazzo con nuove consapevolezze acquisite da un personale bildungsroman, rimane una donna la cui indipendenza non può che prescindere dalla lontananza dall’ambiente domestico e un padre costretto ad accettare le regole del gioco per tentare di ricostruire un rapporto con la propria famiglia.

Rimane vivo il segno di un ustione che si materializza su volti sconvolti, straniati dal travaglio, dalla sensazione di non potere fare nulla per sopravvivere in un mondo selvaggio che è un costante incendio, che carbura in continuazione e non permette pause o sbandamenti.
La regia di Paul Dano si amalgama alla perfezione al racconto, cattura l’amarezza della realtà, non trascura sottili analogie e fini rimandi concettuali, è una regia che si regge, prima che sulla tecnica, su una intellettualità e su un’intelligenza compositiva propria dei migliori registi americani contemporanei.

E se Paul Dano ha già dimostrato di essere un ottimo attore, Wildlife è la dimostrazione che Paul Dano può essere un regista in grado di sorprendere e da non sottovalutare.

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Grande appassionato di cinema orientale, apprezzo film di ogni tipo e di ogni genere, dai cult ai “mattoni” filippini. Non bisogna mai porre limiti alla propria curiosità e lasciare che i pregiudizi ci influenzino.

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