Psycho: la recensione del capolavoro di Hitchcock

Un film che sconvolse il mondo, innovativo, "universale". Cinque punti per rivedere il genio di Alfred Hitchcock in uno dei suoi capolavori, Psycho.

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“Non è una grande interpretazione che lo ha sconvolto. Non è un romanzo molto apprezzato che l’ha avvinto. Quello che ha commosso il pubblico, è stato il film puro”.
Alfred Hitchcock su Psycho ne Il cinema secondo Hitchcock di François Truffaut.

Ricorrono oggi i 60 anni di Psycho, quel capolavoro del Maestro Alfred Hitchcock, una pietra miliare della settima arte. Una pellicola incisiva, “universale” come la definì Truffaut, che esce dagli schemi con la messa in atto dello shock all’interno di un genere thriller-horror e si inoltra nella malattia mentale. Siamo nel 1960, il cinema hitchcockiano è pregno di angoscia, insicurezza, brivido e Psycho diventa il massimo portatore di tutte quelle caratteristiche crepuscolari distintive.

La nascita del capolavoro

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Psycho nasce dopo Intrigo Internazionale, quando Hitchcock è alla ricerca di un soggetto per una nuova idea. Soggetto che scova tra le pagine del New York Times, leggendo una recensione del romanzo di Robert Bloch, intitolato proprio Psycho ed ispiratosi alla vicenda di Ed Gein. Folgorato dalla trama decide di sottoporre il progetto alla Paramount, la quale, tuttavia, boccia lo spunto perché considerato troppo feroce ed a rischio per l’epoca. Hitchcock, allora, porta il progetto alla Shampley Production, sua casa di produzione, iniziando le riprese nei Revue Studios dell’Universal-International, con una distribuzione pur sempre affidata alla Paramount. Psycho nasce così, con un basso budget a disposizione e 30 giorni per realizzarlo, utilizzando la troupe televisiva della serie “Alfred Hitchcock presenta” e grazie alla penna dello sceneggiatore Joseph Stefano. Ed è merito di quest’ultimo, all’epoca in analisi e quindi a stretto contatto con le teorie freudiane, se abbiamo il personaggio di Norman per come ci viene presentato, quindi un giovane magnetico e non in sovrappeso ed alcolizzato come nel libro.

Il Genio di Hitchcock in Psycho

Psycho si apre con i titoli di testa di Saul Bass – colui che si è occupato anche di quelli di Vertigo e non solo – in cui il tema del doppio è evidente fin da principio con linee orizzontali e verticali grige e nere che si alternano in un gioco di righe. Al termine, Hitchcock ci catapulta a Phoenix, in Arizona, in un motel dove due amanti si isolano per qualche ora. Lei, Marion (Janet Leigh), giovane segretaria di un’agenzia immobiliare, lui, Sam (John Gavin), sommerso dai debiti da pagare per gli alimenti all’ex moglie. Marion è affidabile, lavora da tempo nell’agenzia e nessuno potrebbe mai dubitare di lei. Se non fosse che un giorno, in seguito ad un pagamento in contanti di un cliente pari alla somma di 40.000 dollari, decide di fuggire con il bottino. È durante questa fuga che Marion, dopo essere stata fermata da un poliziotto ed aver cambiato macchina per far perdere le proprie tracce, si ferma al Bates Motel dove incontra Norman Bates (Anthony Perkins).

Ed allora, cinque punti per rivedere insieme il Genio di Hitchcock in Psycho

1. La tecnica cinematografica ed il Voyeurismo

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Psycho viene realizzato in bianco e nero in un’epoca in cui il Technicolor avanzava rapidamente per una ragione ben precisa, fornita da Hitchcock stesso: il sangue. Girare a colori una scena chiave diventata emblematica, come quella del bagno, avrebbe comportato molto probabilmente una censura. In più, è innegabile come quel b/n fornisca ancor di più l’atmosfera tetra che si vuole e si deve raggiungere. Non solo. Psycho è un film tecnicamente elegante ed al contempo pregno di soggettività. Sì, perché Hitchcock decide di girare utilizzando più cineprese contemporaneamente e soprattutto servendosi di un obiettivo da 50 mm, che tradotto consentirà allo spettatore di scrutare con i propri occhi e di divenire un voyeur.

Difatti, il tema dello spiare, osservare qualcuno da lontano ed entrare nelle vite altrui, è qualcosa di già visto in Hitchcock, dominante ne La finestra sul cortile. Ebbene, Psycho si apre con lo sguardo curioso all’interno della camera d’albergo. Il Maestro spia con la cinepresa due giovani amanti, la biancheria intima chiara di Marion – che fece molto scalpore all’epoca – e noi, come lui, diventiamo dei voyeur. Seguiamo durante tutto il corso della vicenda ciò che accade nel profondo dei soggetti, fino al culmine, tramite lo sguardo di Norman che scruta la sua vittima dal buco del muro dietro un quadro – non uno qualsiasi, ma una rappresentazione che si basa su quella di Susanna di Willem van Mieris.

2. La scena della doccia

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Chi non ha mai visto almeno una volta nella vita la celebre scena della doccia di Psycho? Girata in una settimana assieme anche a Saul Bass, che negli anni ha tentato in tutti i modi di rivendicare la scena come sua, si mette in atto l’omicidio di Marion. Ad accompagnare l’uccisione, gli archi di Bernard Herrmann che sembrano un insieme di grida. Questa sequenza non giunge a caso: abbiamo circa un terzo del film che infarina bene lo spettatore angosciato, fino poi a raggiungere l’apice con l’accoltellamento sotto lo scroscio dell’acqua. Non vediamo mai la lama entrare nelle carni della giovane controfigura, Marli Renfro, ma comunque siamo ben consapevoli di quello che sta accadendo grazie al ritmo ferrato. Di quella scena, la parte finale quando si mostra Marion che giace a terra, venne girata nuovamente, in quanto Alma Hitchcock notò che Janet Leigh deglutiva.

3. La malattia mentale ed il doppio

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Che la malattia mentale tout court fosse argomento caro al regista, questo lo sapevamo già. In Psycho, la patologia viene elevata ad un livello superiore, mostrandola in maniera netta, anticipandola e svestendola per servirla al pubblico. Il portatore di questa insanità è Norman ed il primo momento in cui scopriamo qualcosa di lui è durante il pasto che offre a Marion, nel più celebre campo-controcampo. È un giovane timido, goffo, balbuziente, con una forte passione per la tassidermia, che racconta di aver perso il padre da bambino e di vivere con la madre anziana che necessita di cure, perché ogni tanto “perde la testa”. In realtà l’eziologia del disturbo di Norman è da ritrovare in un’altra storia, fornita poi dallo psichiatra al termine della pellicola. Si tratta di una donna molto dominante, un opprimente tiranno, che agli occhi del figlio lo rinnega per avvicinarsi ad un altro uomo, con cui si incontra nel Motel – un giro di boa e siamo di nuovo alla scena iniziale.

Norman toglie la vita ai due amanti, ma a quel punto si fa pressante il senso di colpa nei confronti della madre e ne prende il posto. La sua personalità è scissa, in lui vivono Norman e la madre, perennemente in conflitto. Si traveste e parla come lei ed a volte la mente della genitrice prende anche il sopravvento. Norman prova attrazione verso Marion e la madre gelosa deve per forza agire; quella donna che vive nel suo inconscio e che trapela nella scena finale, dove lo sguardo agghiacciante di Norman si confonde con il suo teschio, identificandosi in lei.

Il simbolo di questa doppia personalità si ritrova in un altro protagonista di Psycho, lo specchio, il quale compare fin dalla scena dell’incontro con Sam, ci segue nel percorso verso il Motel, lo ritroviamo nelle stanze dell’alberghetto ed anche nella camera da letto della madre di Norman. In Psycho tutto è doppio, partendo dal ragazzo che si muove su due abitazioni, posizionate per altro in antitesi – una orizzontale, l’altra verticale. Si ritrova nelle voci incessanti che sente Marion mentre guida, ma anche nella messa in scena del bene e del male durante il dialogo fra i due prima che accada l’omicidio.

4. Gli Uccelli

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Anche in Psycho è presente il tema degli uccelli, l’elemento che stimola disordine. Si inizia partendo dall’incipit della pellicola, quando si presenta la città di Phoenix, termine che prescindendo dalla geografia, significa fenice. Ma anche il cognome di Marion, Crane, richiama il mondo dell’ornitologia, significando gru. Insomma, ci sono diversi riferimenti più o meno espliciti agli uccelli, ma sicuramente il maggior richiamo lo troviamo nel Motel Bates. Ma perché? Come disse Hitchcock, gli uccelli, come ad esempio il gufo, vivono di notte, sono come “sentinelle e questo significa il masochismo di Perkins. Conosce bene gli uccelli e sa di essere guardato da loro. La sua colpevolezza si riflette nello sguardo di questi uccelli che lo sorvegliano”. Gli uccelli sono un segnale, un avvertimento fondamentale. Si trovano impagliati, nella camera in cui muore Marion rappresentati in quadretti, in diversi dialoghi dell’uomo. Un tema centrale dunque, che verrà ripreso e reso protagonista ne Gli uccelli.

5. MacGuffin

Cos’è un MacGuffin? Prima di tutto, è un qualcosa di tanto caro ad Hitchcock, tanto da essere stato lui a coniare il termine – nonostante il vero inventore fosse Angus MacPhail, suo amico sceneggiatore. Si tratta di uno strumento attorno al quale si costruisce la storia, un espediente narrativo, ma di cui, alla fine dei conti, ci interessa molto poco. In questo caso, il MacGuffin sono quei 40.000 dollari, la busta contenente i soldi da cui tutto parte, custoditi con cura da Marion, ma che ci dimentichiamo una volta entrati nel vortice della follia di Psycho.

Per altri approfondimenti su Hitchcock:

  • qui un articolo su Vertigo;
  • qui un articolo su Hitchcock ed il suo attore feticcio, James Stewart;
  • qui un articolo su Rebecca – La prima moglie.

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