Curon: decisamente meglio l’idea del risultato finale

Su Netflix è uscita Curon, la serie italiana tanto attesa. L'abbiamo vista ed i punti a sfavore sono molto di più di quelli positivi.

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Su Netflix è arrivata Curon, la serie italiana ambientata nell’omonimo comune dell’Alto Adige, molto attesa e sponsorizzata nelle ultime settimane, ben impacchettata e presentata, motivo per cui le aspettative erano abbastanza alte. Si tratta di uno show creato da Ezio Abbate, Ivano Fachin e Giovanni Galassi e composto da sette episodi di circa 45 minuti l’uno diretti da Fabio Mollo e Lydia Patitucci. Ma arriviamo subito al dunque: sulla carta Curon è un thriller dalle note horror che scava nei misteri di una cittadina e del suoi protagonisti, del loro passato e presente, fra sovrannaturale e leggende popolari, costruendo la trama attorno al gioco del doppelganger – il doppio. Purtroppo nella pratica le cose sono andate un po’ diversamente, perdendosi nei meandri di un vortice di temi mai troppo approfonditi e senza impressionare più di tanto lo spettatore, che spera ed attende fino ad annoiarsi. Ma vediamo nel dettaglio i difetti e le potenzialità di questo nuovo prodotto, senza spoilerare troppo.

La trama

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Anna (Valeria Bilello) decide di tornare a Curon, la città in cui è nata e dalla quale è fuggita dopo la morte della madre, insieme ai figli gemelli di diciassette anni, Mauro (Federico Russo) e Daria (Margherita Morchio), allontanandosi dall’ex compagno, Pietro. Una volta arrivati a Curon le cose non andranno proprio come le aveva immaginate. Ad accoglierli, infatti, un nonno apparentemente schivo, Thomas (Luca Lionello), i classici problemi che si presentano con l’arrivo nella nuova scuola e con i nuovi compagni, ma soprattutto la scomparsa improvvisa di Anna che conduce i due figli, assieme ad altri giovani, in una vicenda oscura, sovrannaturale che oscilla fra leggenda e realtà.

Svincolandoci dai particolari della trama, il fulcro centrale della questione è, come vi abbiamo anticipato, il doppio, partendo dalla leggenda che dentro di noi vivano due lupi, uno buono e materno, l’altro oscuro e rabbioso. Chi prevale fra i due? Semplicemente il lupo che viene nutrito. E così vale anche per la nostra personalità, il nostro essere e di conseguenza l’andamento della nostra vita. In Curon tutto è doppio e distinguere la realtà non sarà semplice.

Prima le pecche…

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Ora, mostrati la trama ed il tema centrale della serie, veniamo alle note dolenti. Curon è stata presentata come una serie mistery, un supernatural drama in grado di condurre in un viaggio alla scoperta di se stessi e della propria identità.

Bene, il primo elemento che manca totalmente in questa esplorazione è la tensione, quell’inquietudine doverosa in grado di conturbare lo spettatore almeno minimamente. Invece, niente. La sceneggiatura, da questo punto di vista, non aiuta in alcun modo, palesando i suoi misteri più profondi fin dal principio, senza lasciare troppo alla costruzione successiva o lasciando indizi che di misterioso hanno ancora meno. A questo punto potrebbe venire in nostro soccorso il paesaggio così pregno di suggestione. Ma anche in questo caso – nonostante sia inserito nelle lodi, quindi non totalmente stroncato – viene sfruttato forse troppo poco. Il tentativo di rendere un po’ di quella sana tensione viene abbozzato tra una scena e l’altra buttando qua e là qualche sorta (sorta ben sottolineato) di jumpscares che non riesce proprio a fare paura o anche riprendendo grandi classici del genere horror, come labirinti, luci che si spengono e boschi. Ma sempre senza ottenere risultato.

A questo scenario già tragico – una serie thriller/horror che non fa paura, non lascia angoscia, non smuove niente nelle nostre viscere che attendono impazienti – si aggiunge un miscuglio disordinato di temi che non trovano sbocco. Così abbiamo misteri, leggende e paranormale che tentano invano di unirsi in matrimonio con sessualità, adolescenza, rapporti genitoriali, rivalità e chi più ne ha più ne metta. Il tutto assolutamente accagliato e fatto morire, rappresentati da una sceneggiatura con dialoghi che talvolta lasciano basiti (uno fra mille la conversazione a tavola della famiglia Asper dopo aver invitato Daria a pranzo).

Ma non è finita qua: altro punto debole di Curon, Signori, è la recitazione. A parte Anna Ferzetti, la quale interpreta Klara, Luca Castellano nei panni di Lucas e poche altre note, il resto lascia un po’ a desiderare, soprattutto sul fronte degli adulti.

Insomma, poteva andare meglio – anche peggio, sicuramente.

… poi le lodi

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Dopo il paragrafo precedente rimane ben poco da dire, ma comunque qualcosa si salva in questo nuovo progetto. In primis, l’idea: lo abbiamo sottolineato più volte quanto il potenziale fosse presente, peccato che si perda non troppo lentamente. Come secondo punto, invece, Curon offre un ambiente, uno spazio entro cui immergersi con un’alta possibilità. I paesaggi, l’atmosfera del lago, il bosco, il freddo e tutti gli elementi caratteristici che vengono sfoggiati, aiutano di gran lunga ad incrementare quel clima di mistero che si vuole ricostruire. Da questo punto di vista, anche la fotografia non è poi così male, giocando con un luce ed ombra abbastanza costante per aumentare ancor di più il sovrannaturale e l’incomprensibile.

Tuttavia, il resto rovina un progetto che poteva essere qualcosa di realmente interessante. Un vero peccato. 

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