Locke: il film semplice e perfetto di Steven Knight

Locke, nella sua apparente semplicità e nel suo minimalismo, è un piccolo capolavoro di sceneggiatura, in cui Steven Knight condensa la sue tematiche autoriali: responsabilità e redenzione.

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La prima visione in sala di Locke era stata intensa e folgorante. Sette anni – e cinque visioni – dopo, il gioiellino dell’allora futuro showrunner di Peaky Blinders Steven Knight, non smette di parlare. E rivelare una potenza che raramente si trova in un film così semplice ed efficace.

Data la semplicità delle coordinate di partenza, Locke è la dimostrazione di come solidità (e apparente semplicità) di scrittura, unite ad uno stile rigoroso e asciutto, siano gli ingredienti necessari per confezionare un film che non è esagerato definire perfetto. Un’opera che, nella sua semplice verbosità, riesce a dire molte cose e a rivelarne poi altre nelle successive visioni. Decisamente una prova da maestro per Steven Knight – senza dimenticare la maestosità di Tom Hardy – che merita attenzione, anche a distanza di tempo.

 

Solo un viaggio in auto

Locke è la storia, in presa diretta, del viaggio in auto da Birmingham a Londra di Ivan Locke, un capocantiere preciso e meticoloso di mezza età, alle prese con le conseguenze delle sue scelte di vita. In realtà, poi, Ivan Locke è uno che non sbaglia praticamente mai, perlomeno a detta sua. Sempre puntuale sul lavoro, pianificatore all’inverosimile e costantemente presente in famiglia (tanto da non voler perdere l’appuntamento per la serata di fronte al teleschermo), Locke sembra però aver fatto un errore.

La destinazione della sua corsa all’impazzata verso la capitale è Bethan, donna che non ama e che ha messo incinta per leggerezza. In un moto di distinzione dal padre – fantasma sempre presente, dentro e fuori, Ivan – Locke vuole assistere al parto prematuro di suo figlio. Impegnato a saldare il debito personale con la sua coscienza, il protagonista si troverà dunque a dover riprogrammare (invano?) gli imprevisti. Non solo dovrà gestire a distanza la colata di cemento più grande d’Europa e confessare alla moglie il tradimento avvenuto, ma si troverà anche a fare i conti con le ombre sopite del suo passato.

È su queste basi, a partire da quell’emblematico cambio di direzione ad inizio film, che avrà luogo il viaggio di Ivan Locke. 85 minuti claustrofobici e opprimenti fatti tra le luci notturne dell’autostrada e le telefonate alle solite 4/5 persone. Qui spettatore e protagonista si ritroveranno uniti in un percorso di frustrazione, ai limiti del delirio e alla costante ricerca di redenzione.

Locke

Ivan (Hardy) Locke

Il film non sarebbe il capolavoro che è, se non fosse occupato dall’unica, magistrale presenza di Tom Hardy. In pochi attori sarebbero riusciti a gestire e saper portare sulle spalle un ruolo (e un film) così reale e autentico. Anche perché autentico sembra essere stato lo stesso lavoro di recitazione: il film è stato girato solo per otto notti consecutive tutto di filato.

Lontano dalle caratterizzazioni più macchiettiste che troviamo in Peaky Blinders o Taboo, Tom Hardy ci offre qui una delle sue più sofisticate interpretazioni. Quel corpo imponente e deciso, costretto nella monovolume tra vetri riflettenti e specchietti, si carica nelle mani di Hardy di una miriade di sfumature emotive. Il tutto in un passaggio di stati, dal pianto ai soliloqui deliranti, dai silenzi alle parole trattenuti, che non diventa mai eccesso. Ivan Locke diventa dunque una presenza tangibile e concreta, come lo sono tutte i sentimenti iscritti nel volto e nelle parole del personaggio.

Non che fosse un’impresa semplice. Ivan Locke, nonostante l’esiguo intreccio narrativo, è un personaggio che incarna in tutto per tutto l’uomo reale. In debito forse più con l’omonimo Ivan dei Fratelli Karamazov, che con il filosofo inglese di cui porta il cognome, egli mostra tutte le sue debolezze e manie di grandezza. Egli è in costante bilico tra il “fare la cosa giusta” e lo scontro con una realtà dei fatti che gli si ritorce contro. A questo poi va aggiunto il richiamo tra gli estremi di caos e controllo che Locke disperatamente tenta di far dialogare.

Ecco… Gestire una tale complessità, praticamente usando voce e volto, è già un’impresa titanica. Se a questo si aggiunge il fatto di essere il solo attore in scena, ci dobbiamo davvero chiedere dove sia sparito l’Oscar di Tom Hardy.

Locke

Concreto come la realtà, pesante come la responsabilità

L’abbiamo già usata, ma davvero la parola più corretta per definire questo Locke è concreto. Esattamente come quel cemento di cui il protagonista deve gestire la colata, il film restituisce la realtà di quel viaggio purgatoriale in tutta la sua consistenza. Non a caso Steven Knight ha scelto questo lavoro per caratterizzare il suo protagonista: la traduzione inglese della parola concrete infatti possiede il duplice significato di “cemento” e di “concreto”.

La concretezza della pellicola di Knight non rinuncia comunque a mischiare elementi più reali, con alcuni più immaginari, come il falso dialogo col padre. Ma questi non sovrastano mai il registro principale del film e non sfociano mai nei deliri psicotici à la Lynch o à la Aronofsky (qui il nostro approfondimento). Al contrario, tutto rimane controllato, trattenuto e sempre sul punto di esplodere, senza però farlo mai.

Il controllo è poi dettato dalla scelta della location in cui si svolge tutto il film: l’abitacolo della vettura di Ivan Locke. Spazio finito che, abilmente enfatizzato dalle luci che si riflettono sui vetri, dà al film un profondo senso di claustrofobia. Sensazione che accompagna il protagonista e che intrappola lo spettatore, specialmente su grande schermo, togliendogli qualsiasi via d’uscita.

Locke, infatti, è perfetto nel comunicare la pesantezza della responsabilità delle proprie azioni. Così come Ivan vorrebbe trovare l’ennesimo escamotage razionale che rimetta apposto tutte le situazioni sgretolatesi durante quella notte, ugualmente noi vorremmo vedere al di là di quella macchina, conoscere il prima e soprattutto il dopo di quella storia con più domande che risposte. Ma Knight non ce lo permette, costringendoci a vivere quell’unico tempo presente di cui siamo a conoscenza e a farci carico del peso di quella realtà. Una realtà caratterizzata dalla responsabilità, dalla possibilità di redenzione e dal caos, che sconfessa costantemente l’utopico tentativo di dominio razionale.

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Da non dimenticare

Merito della bellezza del film, non è solo la sceneggiatura certosina di Knight, ma anche i tocchi regalati dalla fotografia e dalla colonna sonora. A supportare un film così visivamente intenso, per quanto statico, è la fotografia di Haris Zambarloukos. La luce crea, infatti, movimento aggiuntivo, nonché tensione e oppressione che si riflettono direttamente sul volto del protagonista. A questo poi si aggiunge il contrappunto musicale di Dickon Hinchliffe che ha creato un elettronica minimale quasi invisibile, ma sempre presente a sottolineare lo stato emotivo di Ivan Locke.

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