Fruitvale Station e George Floyd: è cambiato qualcosa in questi anni?

Fruitvale Station è la voce dei soprusi razziali da parte della Polizia, partendo da un fatto di cronaca,, l'omicidio di Oscar Grant.

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Su Amazon Prime Video trovate uno di quei film di cui sappiamo già l’epilogo, che apre una voragine nella nostra coscienza ed è capace di prendere a pugni il nostro stomaco, Fruitvale Station (titolo in italiano Prossima fermata Fruitvale Station). Si tratta di una pellicola indipendente datata 2013, ma che ancora oggi, sfortunatamente, sembra una fotografia di un panorama troppo attuale. Nato dalla penna e dalla regia di Ryan Coogler, Fruitvale Station ripercorre come un nastro che si riavvolge le ultime 24 ore di vita di Oscar Grant, della sua famiglia e delle sue abitudini, prima di arrivare alla fine: lo sparo di un agente di polizia, dopo averlo fermato ed ammanettato insieme ai suoi amici. Un’opera che non riesce ad approdare agli Oscar, ma che comunque porta a casa due premi al Sundance Film Festival e varca la porta di Cannes in competizione Un Certain Regard. Un merito particolare va soprattutto all’interpretazione di Michael B. Jordan, protagonista della pellicola, ma anche a Melonie Diaz (Sophina, fidanzata di Oscar) e Octavia Spencer (Wanda Johnson, madre).

L’inizio è la fine

fruitvale station

Fruitvale Station è un film che non mente. Una voce fuoricampo annuncia la redenzione di Oscar, il quale, come primo punto della lista dei buoni propositi dell’anno nuovo ha quello di smettere di vendere roba. Ma le sue ottime intenzioni, la sua volontà di sterzare una vita sbagliata e riparare i vari errori commessi vengono spazzati via nell’arco di poche ore, fra la notte del 31 Dicembre 2008 e la mattina del 1 Gennaio 2009. Coogler inizia la sua prima opera con uno dei tanti video amatoriali che hanno invaso la rete ed i telegiornali del tempo, in cui viene mostrato al pubblico, in maniera chiara, il trattamento riservato a quattro ragazzi di colore da parte degli agenti della Polizia della Bay Area di San Francisco. Dal colpo di pistola (il poliziotto si difese affermando di aver scambiato l’arma per un taser), il regista torna indietro di 24 ore, dipingendo Oscar nelle sue sfaccettature. Un giovane di 22 anni che ha alle spalle due anni di carcere per spaccio, appena licenziato dal lavoro per assenteismo, caduto nell’errore di tradire la fidanzata e padre di una bambina che merita un futuro migliore di quanto si prospetti sulla carta. Oscar non ha certamente un passato onesto, ma adesso è pronto a cambiare e dare alla fidanzata quello che merita, stabilità ed amore alla figlia e dimostrare alla madre di essere un buon ragazzo di cui andare fiera.

Sliding doors

fruitvale station

Anche se in terre europee il caso di Oscar Grant non ottenne il giusto spazio mediatico, oltreoceano, invece, fece molto scalpore, portando la popolazione in piazza a protestare davanti a quell’omicidio. Nessuna colpa per Grant, nessun appiglio per quel trattamento così spropositato e tragico, per un abuso di potere. L’unico peccato commesso è quello di essere un ragazzo di colore, in una società con un pensiero razzista ben sedimentato, ancora vivo e presente. Ed è questo il punto centrale che dipinge Coogler. Lo fa delineando, grazie ai racconti di amici e parenti, un ragazzo buono, gentile, di animo dolce, legato alla madre ed alla nuova famiglia, seriamente pentito e volenteroso di qualcosa dai sapori nuovi; profilo che viene ben costruito e curato per gran parte del lungometraggio. Forse può apparire come la vecchia storia del ragazzo ucciso che dopo viene rappresentato come genuino, accentuata ancora di più da stereotipi e qualche altro cliché, come la scena del cane. Probabile che il regista abbia voluto pendere dalla sua parte, ma poco importa. L’unica cosa che conta sono quei venti minuti finali, in cui parte il colpo di pistola davanti agli occhi di tanti spettatori increduli e si mostra il dolore tangente e straziante di una madre e di una fidanzata che dovrà spiegare alla figlia la morte prematura ed infondata del padre (il grande merito va alle inquadrature sul volto e ad una buona recitazione delle due donne protagoniste). E soprattutto rendere anche solo un minimo di giustizia a questo ragazzo. Forse l’unica colpa di Oscar è quella di avere un destino nefando e di scegliere le strade sbagliate tra quelle che si dipanano davanti a lui e con cui Coogler gioca molto. Uno sliding doors continuo: cosa sarebbe accaduto se la madre non avesse insistito per prendere la metro? Cosa sarebbe accaduto se la fidanzata non avesse insisto per andare in centro? E se la ragazza conosciuta davanti al bancone non lo avesse riconosciuto?

Ora come allora

fruitvale

Sono trascorsi più di dieci anni dalla morte di Oscar Grant e sette da Fruitvale Station che punta gran parte del suo tempo sul contesto drammatico e scarno nel quale i ragazzi di colore crescono e le difficoltà con cui sono costretti a combattere. Sono i problemi razziali e la violenza gratuita e profonda che dominano la scena. E mentre accade il tutto, l’unica cosa che sentiamo è la voce del ragazzo che chiede per quale ragione, sospirando di avere una figlia piccola a cui badare. Parole che riportano a realtà che ancora oggi sono presenti, a cui abbiamo assistito nelle ultime ore turbati, con la morte di George Floyd da parte della polizia di Minneapolis. La sua voce diceva “non respiro”, mentre il ginocchio del poliziotto premeva sul suo collo, lasciandolo con il volto a terra ed aspettando la lenta ed amara morte, davanti agli occhi di giovani che ora come allora filmano lo scempio per postare, smuovere le folle e sperare di non assistere più a tanta drammaticità. Sono storie vere di vita, non film, non sceneggiature nate da fantasia, ma esistenze spezzate brutalmente lasciando un solco indelebile. Dalla realtà dell’America all’Italia, dove il nero è soppiantato dal drogato o alcolizzato ed allora abbiamo Giuseppe Uva, Federico Aldrovandi e Stefano Cucchi (Sulla mia pelle). Tutti casi dei quali non possiamo smettere di parlare.

Allora parliamone.

 

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