The Lighthouse, la follia mefistofelica raccontata da Eggers

Abbiamo visto The Lighthouse, la seconda opera di Robert Eggers con protagonisti Robert Pattinson e Willem Dafoe. Ecco la nostra recensione.

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È finalmente uscito anche in Italia The Lighthouse, opera seconda di Robert Eggers, padre di quella pellicola angosciante che cavalca sul Male, The Witch (2015), in cui l’horror, la narrazione e l’identificazione estrema con il credo sono ben rappresentati da una ricerca minuziosa e pedantesca dell’estetica. The Lighthouse supera ogni confine, abbatte le colonne d’Ercole ed entra nel ciclone della follia attraverso una grazia vorticosa, rivoltante e viscida. Due splendidi protagonisti, Willem Dafoe e Robert Pattinson, immagini che ci catapultano in altre realtà, suoni grotteschi e visioni mostruose, in un film manierato e perturbante. Un lavoro ambizioso, presentato alla 72esima edizione del Festival di Cannes e carico di metafore, nato da una prima volontà del fratello di Robert, Max Eggers (sceeggiatore) di portare al cinema The Light-House di Edgar Allan Poe.

La trama

the lighthouse

Siamo alla fine dell’Ottocento ed Ephraim Wislow (Robert Pattinson), un giovane pieno di segreti, decide di raggiungere un isolotto al largo delle coste del New England, accettando di lavorare al fianco del guardiano del faro, Thomas Wake (Willem Dafoe). La convivenza fra i due non si preannuncia delle migliori fin dai primi momenti: Thomas è un vecchio burbero, che ama bere, geloso del suo faro e che costringe Ephraim a svolgere qualsiasi mansione. La solitudine, l’alcol, strane visioni, cambiano ben presto il destino dei due protagonisti.

I protagonisti

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The Lighthouse si distacca da molti degli elementi distintivi a cui siamo abituati con la proiezione di un film horror, partorendo un ottimo lavoro che sembra quasi d’altri tempi. Eggers lo aveva già realizzato con The Witch, inserendo quella famiglia nella cornice di un bosco mefistofelico che non lasciava via d’uscita. E lo stesso vale per la sua seconda opera. I due protagonisti sono imprigionati in un’ambientazione misurata nelle forme, contenuta, una sorta di gabbia da cui sembra impossibile scappare, la quale ha al suo centro un solenne faro, punto di aiuto, ma anche di perdizione, che si configura come altro protagonista assoluto. Sì, perché il regista tesse la tela partendo da miti e leggende, narrazioni ed elementi gotici, ricamando una massiccia angoscia grazie anche ad altri protagonisti: il faro, il rumore della sirena della nave che opera come la tortura cinese della goccia e diventa parte integrante ed ossessione, i gabbiani portatori di sciagura e l’alcol compagno di solitudine e desolazione. Ephraim e Thomas perdono se stessi lungo il percorso, si fanno dominare dalla dipendenza etilica ed è in quel momento che trovano spazio per ballare, rievocare il loro passato, raccontarsi i segreti più oscuri ed essere in qualche modo veri.

Un film disturbante

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The Lighthouse è un film di cui avevamo bisogno, sicuramente non perfetto, ma che regala comunque quasi due ore di disturbante follia e visibilio estetico. Partiamo dal primo merito. I protagonisti cui accennato precedentemente danno vita ad un horror macabro, profondo e spirituale, in cui le note sono per certi versi simili all’Antichrist di Lars Von Trier. Eggers ha la marcata capacità di far entrare lo spettatore in quelle mura, sentire il fetore dell’alcol, misto a vomito, sperma e sangue. Percepiamo la sofferenza psicologica e fisica, lo sporco e la forza dell’Oceano. La follia è dirompente come quelle onde che si infrangono ed osserviamo Prometeo (Ephraim) sfidare Proteo, servo di Poseidone, dio del mare (Thomas) per raggiungere il fuoco della conoscenza (il faro), lottando contro le allucinazioni e le visioni grottesche di teste mozzate. Ma il mito di Prometeo è solo uno dei tanti richiami. In The Lighthouse, Eggers inserisce numerosi omaggi e citazioni, sia letterari, come l’omonimo racconto incompiuto di Edgar Allan Poe, i gabbiani di Coleridge, le creature di Lovecraft ed anche Melville con il suo Moby Dick, sia cinematografici, partendo da Ingmar Bergman fino alla pazzia e all’ascia di Jack Torrance. Un’opera, dunque, sofisticata, complessa, ben concepita per un pubblico che sentiva la necessità di rimanere nel presente stringendo la mano al passato.

Visibilio estetico

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Il secondo punto riguarda senza dubbio la maestria con la quale Eggers ha costruito The Lighthouse. La sua è una regia affascinante sorretta da una folgorante fotografia di Jarin Blaschke. La scelta è quella di un espressionismo in bianco e nero, girato in 4:3, con cineprese d’altri tempi, lenti Baltar degli anni ’30 e linguaggi altrettanto arcaici. Un merito speciale per la riuscita della pellicola va senza dubbio a Willem Dafoe e Robert Pattinson, i quali reggono da soli l’intero film facendo trasparire, con un’interpretazione unica, la follia demoniaca. Circa Pattinson prendiamo in prestito le parole di un altro redattore di CiakClub, Arturo: “In quella che è probabilmente la sfida più importante (per ora) nella quale si sia imbarcato nella sua breve carriera, Robert Pattinson, sostenuto e sicuramente anche aiutato dalla presenza di un grande attore come Willem Dafoe e dalla sceneggiatura pressoché perfetta di Robert Eggers, riesce a tirare fuori una prestazione poliedrica che si muove su vari registri e numerose sfaccettature”.

Qui un nostro approfondimento su Robert Pattinson.

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