Tutti gli uomini dei registi: Alfred Hitchcock e James Stewart

Altro appuntamento della nostra rubrica "Tutti gli uomini (e le donne) dei registi". Oggi vi parliamo di Alfred Hitchcock e James Stewart.

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Vi diamo il benvenuto ad un altro appuntamento con la nostra rubrica “Tutti gli uomini (e le donne) dei registi”, che si occupa di celebrare ed approfondire i rapporti fra i maestri della settima arte ed i loro attori feticcio. Oggi abbiamo deciso di focalizzarci su una di quelle collaborazioni che ha dato vita ad opere senza tempo, fondamentali per lo studio e la conoscenza dell’universo cinematografico, Alfred Hitchcock e James Stewart.

In modo particolare, il loro legame artistico si instaura durante il cosiddetto periodo americano del cineasta che inizia dagli anni ‘40, regalandoci quattro pellicole vitali per stile e narrazione. Siamo dopo il periodo inglese, segnato da opere come The Lodger (1926) o Blackmail (1929) e caratterizzato da una spiccata originalità, shock visivi, inserendo la suspense necessaria per far sbocciare l’intrigo da quella normalità rappresentata, attraverso il sapiente utilizzo del montaggio, dell’inquadratura e dagli ambienti raccontati. Influenzato anche dall’espressionismo di Fritz Lang, fra gli anni ‘20 e ‘30 Hitchcock porta avanti un’arte in grado di stimolare intellettualmente e ben definita da un punto di vista stilistico/formale. Ma è nel periodo americano che il maestro porta a compimento il suo genio, inserendosi nel sistema hollywoodiano e riportando la sua personale visione. Gli elementi caratterizzanti, quali la tensione, l’angoscia, il cinismo ironico e l’humor sono ancora più evidenti e sottendono questioni sociali figurate grazie all’ausilio di metafore e soprattutto dell’ambiguità, nonostante Hitchcock abbia sempre dichiarato: “Il messaggio o la morale di un film non mi interessano affatto. Sono diciamo così come un pittore che dipinge fiore”.

Attori feticcio, il volto etereo delle sue donne, una recitazione pulita con pause che accrescono il livello di tensione, psiche e rebus da risolvere. Ecco a voi Alfred Hitchcock e James Stewart.

Nodo alla gola (1948)

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Nodo alla gola rappresenta il primo passo del sodalizio fra Hitchcock e Stewart, oltre ad essere uno dei film più considerevoli e potenti del cinema hitchcockiano. Distribuito nelle sale a partire dal 25 Settembre 1929 e basato su un’opera teatrale di Patrick Hamilton, Nodo alla gola stravolge ogni diktat cinematografico possibile, partendo dalla tecnica e lo stile arrivando alla rappresentazione e quindi vicenda narrativa.

La pellicola si apre con l’omicidio di un ragazzo, David (Dick Hogan), per mano di due giovani Brandon (John Dall) e Phillip (Farley Granger), i quali, non sapendo dove nascondere il cadavere, optano per occultarlo dentro un baule in salotto, un vero e proprio altare da cerimonia. Da questo momento inizia la scena che ci gustiamo come se fossimo a teatro: una situazione normale, canonica, che vede lo svolgimento di un piccolo party a casa dei ragazzi con qualche invitato, fra cui Rupert (James Stewart), musa e punto di riferimento di Brandon per la sua arguzia e spessore intellettuale. Ottanta minuti di lungometraggio in cui Stewart viene punzecchiato, provocato da acute e sagaci battute ed affermazioni da parte del suo ammiratore. Difatti, se da una parte Phillip, roso dal timore della scoperta, si tuffa nell’alcol per distendere i nervi, fallendo miseramente, Phillip è machiavellico e stuzzica per testare e soprattutto dimostrare la sua intelligenza, con un narcisismo latente che emerge neanche troppo pacatamente, sfociando in un aperto duello psicologico. Ci ritroviamo in un appartamento con David che è una presenza/non presenza, due assassini probabilmente legati da una relazione amorosa (da considerare che in quel periodo vigeva il Codice Hays) ed un brillante ed intuitivo Rupert che con le sue domande fastidiose e ben gestite vuole tirare fuori la verità dei fatti. Ma noi spettatori, che conosciamo la realtà e che dovremmo schierarci dalla parte di Stewart, osserviamo, commentiamo e vorremmo entrare in quella scena per cercare di riparare gli errori dei giovani stolti, che come balle di fieno, prendono velocità e non trovano via d’uscita.

È una sorta di altro delitto perfetto che nasce da un fatto di cronaca vero del 1924, quello di Bobby Franks ucciso da due quasi ventenni. Ma Hitchcock compie molto di più della costruzione di una trama all’interno di uno scenario pressoché quotidiano. Imbastisce la sua prima pellicola a colori che sembra un unico piano sequenza (in realtà sono una decina, montati ad hoc), dandoci pertanto l’idea di essere all’interno di quell’appartamento con loro e vivere anche noi quegli attimi di suspense miscelati ad uno spiccato humor nero. La tensione è palpabile, la claustrofobia anche, ma Stewart ci salva. E credere che questa piccola gemma preziosa non era fra le più apprezzate dal regista, il quale la reputava poco soddisfacente, contrariamente a Truffaut, suo interlocutore in Il cinema secondo Hitchcock che gli riconosceva il giusto merito. Pensare anche che Arthur Laurents, sceneggiatore di Nodo alla gola, non reputava Stewart la scelta migliore per quel ruolo: il resto è storia.

La finestra sul cortile (1954)

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“Abbiamo l’uomo immobile che guarda fuori. È una parte del film. La seconda parte mostra ciò che vede e la terza la sua reazione. Questa successione rappresenta quella che conosciamo come la più pura espressione dell’idea cinematografica”. Altro appartamento per Hitchcock che questa volta affaccia su un cortile e mostra le finestre aperte di tutti i dirimpettai in un’estate che avanza. Jeff (James Stewart), costretto a rimanere ancorato ad una sedia a rotelle dopo essersi rotto una gamba, è un fotoreporter, abituato alle imprese e che per deformazione professionale è un voyeur, un inguaribile spione. Al suo fianco, Stella (Thelma Ritter), un’infermiera chiacchierona, macchietta simpatica che fa da assist per le battute del suo paziente e Lisa Fremont (Grace Kelly, la bellezza eterea ricercata e voluta da Hitchcock), una giovane che tenta di far breccia nel cuore dell’uomo, ma che per la sua abitudine ad “indossare guanti”, Jeff la reputa poco adatta alla sua persona.

Hitchcock abbraccia due punti focali narrativi: la storia d’amore fra i protagonisti ed il presunto omicidio del vicino, all’interno di un’analisi metacinematografica. Partiamo dal primo. Ora, potrà sembrare agli occhi dello spettatore che l’introduzione della relazione sia solo un escamotage per riempire la trama ed essere deliziato. In realtà la deduzione è più che errata. Lisa è funzionale per lo svolgimento e per dipanare la trama, ma è anche un utile elemento per mostrare una sorta di scenario matrimoniale che si potrebbe presentare davanti alla decisione del congiungimento fra i due: Jeff osserva le abitazioni e vede due giovani sposini che consumano il loro amore costantemente, una coppia senza figli che si dedica al cane, “cuore solitario”, il musicista scapolo ed infine i coniugi Thorwald. Il suo ruolo di donna caparbia sarà incisivo per il secondo filone, quello del presunto omicidio della vicina per mano del coniuge e di conseguenza, agli occhi del compagno, apparirà diversa, emancipata e pronta per togliersi quella gonna da 30 grammi ed indossare scarponi per le spedizioni dell’uomo.

Il quadretto del noir che si incontra con l’evoluzione della storia amorosa, si inserisce all’interno di quello che Truffaut definì “un film sul cinema”, in cui il voyeur entra dentro le abitazioni altrui attraverso il binocolo ed assiste alla proiezione di un/più film illuminati dalla luce del sole, mentre lui rimane in penombra. Jeff può osservare e fornire le interpretazioni che desidera di ciò che osserva in quelle finestre rettangolari che sembrano delle inquadrature, fino a quando non viene scoperto ed il signor Thorwald entra nel suo appartamento completamente buio, esattamente al pari di una sala cinematografica.

L’uomo che sapeva troppo (1956)

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Remake dell’omonimo film del 1934, in cui i coniugi Lawrence sono alla disperata ricerca della figlia rapita, ma concentriamoci sulla pellicola del ‘56, quella in cui Stewart offre al suo pubblico un’altra impeccabile prova attoriale. Protagonisti delle vicende, a questo giro, sono Ben McKenna, illustre medico e la moglie, Jo McKenna (Doris Day), lui un uomo comune, lei cantante a cui manca il teatro ed il lavoro, al punto da ricercare un altro figlio per colmare quel vuoto. La prima parte del film, che potrebbe apparire sottotono rispetto ad altre opere hitchcockiane, è una divertente panoramica sulla coppia scandita da piacevoli momenti, come il sipario a ristorante, per poi sbocciare in un thriller vorticoso ed intrigante, in cui i coniugi si trovano coinvolti per puro caso. Difatti, in maniera inconsueta, qui siamo dinanzi a due eroi che si destreggiano fra mille peripezie e piste talvolta false costruite in modo certosino per ritrovare il proprio figlio, accompagnati da una perturbante musica caratterizzata dal colpo dei piatti e dalla melodia leitmotif, Que sera, sera. La suspense è il tempo che scorre inesorabile e che trova il suo culmine durante il concerto al Royal Albert Hall, quando fra una battuta e l’altra dello spartito, attendiamo lo sparo davanti ad una elegante platea. Il volto di Stewart è il ritratto di tutta l’angoscia che percepiamo e dell’attesa inesorabile.

Vertigo – La donna che visse due volte (1958)

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Tempo fa parlavamo di Vertigo come un “pilastro del cinema dalle note giallo/thriller, il quale si configura come la sua opera più macchinosa e coinvolgente, più filosofica e psicoanalitica, compiendo un viaggio viscerale all’interno della mente e delle paure dell’essere umano”. James Stewart è accompagnato in questa spirale da Kim Novak, nel ruolo di Madeleine, dando vita a quello che da molti viene considerato il miglior film di Hitchcock. Un’opera senza tempo caratterizzata da una regia innovativa, contraddistinta da spirali con multisignificati e dall’effetto Vertigo (“dolly zoom”). Da un punto di vista narrativo, un amore malato, fobia, dipendenza affettiva, disagio psichico tout court e quello che Hitchcock definiva “sesso psicologico”. Vertigo è un mondo a parte, per cui un trafiletto sarebbe riduttivo e quasi offensivo, e per tale ragione vi rimandiamo ad un nostro articolo dedicato solo a questo splendido, immortale capolavoro, che segna la fine della collaborazione fra Stewart ed il maestro del cinema.

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