Favolacce è un salto di qualità per il cinema italiano, da vedere a tutti i costi

Abbiamo visto Favolacce e ne siamo rimasti folgorati. Il secondo film dei fratelli D'Innocenzo alza la qualità del cinema italiano: vi parliamo di questo.

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Favolacce

Un’estate atroce nella periferia di Roma. Fra sole e villette a schiera, vivono alcune famiglie il cui quotidiano è caratterizzato da incomunicabilità, disagio, violenza. Una violenza invisibile: un modus operandi che, in una società anormale, risulta terribilmente normale. I genitori non sono soddisfatti del loro lavoro, oppure non lavorano proprio. Non hanno lo status sociale che vorrebbero. Sono arroganti, individualisti, aggressivi. I bambini guardano sempre i grandi. Questo nulla esistenziale viene filtrato dai loro occhi; i figli non capiscono ma assorbono tutto. Favolacce è il nuovo film dei fratelli Damiano e Fabio D’Innocenzo.

Dopo l’ottimo La Terra dell’Abbastanza, l’ultima opera dei ragazzi romani è disponibile in streaming su varie piattaforme, a un prezzo accessibile, da pochi giorni. Noi lo abbiamo visto e ne siamo rimasti folgorati.

In principio ci sono la favole, poi ci sono le favolacce

Favolacce

Spinaceto, zona periferica della Capitale, è il teatro dell’orrore in un crudo racconto narrato da Max Tortora. La voce del narratore racconta il vuoto di figure parentali che hanno perso la capacità di guardare al futuro in maniera positiva ed ottimistica. Privi di maturità e intelligenza emotiva, sono loro a trasformare le favole in favolacce.

Una favola è una storia attraverso la quale imparare qualcosa, per poi uscirne rigenerati e migliori di prima. Con “favolacce”, termine nato dal mix con “parolacce”, succede il contrario: l’inquietudine quotidiana ci scivola addosso rendendoci sempre peggiori. È questa la cifra tematica sul quale è costruito Favolacce, film sorprendente e imperdibile.

Qualcosa in più sulla storia

Favolacce

La voce fuori campo di Tortora legge un diario scritto da una bambina. Le sue riflessioni ingenue accompagnano le vicende di tre nuclei famigliari, una giovane donna incinta e un docente che diviene un punto di riferimento negativo. I ragazzini, quindi, assistono sgomenti a questa brutalità, a questo silenzio assordante in un contesto povero e abbandonato da Dio. Abbandonato dallo stato e dalla cultura, verrebbe da pensare, ma in realtà non è su questo aspetto che puntano gli autori. Il “non detto” dei bambini è utilizzato per comunicare la loro perplessità, osservata da occhi grandi e ben aperti.

C’è il padre che tratta il figlio come un compagno di bevute, ma per lo meno ha l’istinto per intuire che se ne devono andare da quella zona di campagna senza speranza. Abbiamo un genitore che definisce un altro “una zecca comunista” perché la figlia ha preso i pidocchi giocando nella sua piscina. C’è anche la ragazza, la quale aspetta una bambina, che utilizza il latte materno del suo seno per bagnare un Ringo – sì, è agghiacciante.

I bambini abbozzeranno una reazione.

Il grottesco e la tensione

Favolacce

Per quanto semplice, i gemelli D’Innocenzo hanno un controllo totale sulla storia e sulla messa in scena. Colpisce una spasmodica attenzione ai personaggi, i quali sono valorizzati da ottime interpretazioni – fra cui il sempre convincente Elio Germano. Molto bravi, in quanto naturali e profondamente se stessi, sono anche i giovani attori.

Gli autori costruiscono un racconto a tratti grottesco. L’aspetto grottesco, però, non è esplicito o costruito in maniera scientifica: è implicita e tra le righe. Spiazzante, in quanto non studiata e non programmata. Spaventosamente naturale.

È lo spaccato di un contesto di una povertà nella media ad essere intrinsecamente surreale. A tratti, poi, la costante angoscia che cresce in modo graduale sfocia in una tensione da cui è impossibile scappare. A supporto di questo elemento c’è il tema musicale con i violini.

Una periferia che potrebbe essere casa nostra

Favolacce

Ci sono tante notizie di cronaca nera che tutti i giorni passano relativamente inosservate. Favolacce, fra le prime scene, racconta di un notiziario che annuncia l’omicidio da parte di due genitori ai danni del proprio figlio, seguito da un suicidio degli stessi.

La periferia romana è un posto qualunque, uguale a tanti altri. Ecco perché è così funzionale l’ambientazione: un luogo civile, apparentemente normale, nasconde in realtà orrori e solitudine. Il caldo afoso rappresenta l’incapacità di ragionare lucidamente ed è un elemento utilizzato con intelligenza.

Il luogo in cui si svolge la favolaccia è parte integrante della storia, ma viene anche utilizzato per manipolare la realtà. Quest’ultima si sacrifica per affrontare tematiche esistenziali e trasversali.

Per quanto sia diretto il racconto sociale, i registi non vogliono essere realisti a tutti i costi: utilizzano Spinaceto come emblema, per poi interpretare le cose secondo una visione personale.

Favolacce è un salto di qualità per il cinema italiano

Favolacce

È questa commistione fra una realtà verosimile ma fortemente influenzata dal tocco autoriale a rendere il il film così interessante. Un po’ come Tim Burton che raccontava la periferia dai colori pastello di Edward mani di forbice, tutt’altro che positiva come voleva sembrare.

I fratelli D’Innoncenzo, però, non ricordano e non omaggiano il cinema di nessun altro. Guardano distrattamente al passato per sviluppare un’identità tutta loro.

Favolacce diventa, dunque, il film più fresco e originale che il cinema nostrano ci potesse regalare. Vincitore dell’Orso d’argento a Berlino per la miglior sceneggiatura, è l’opera a immagine e somiglianza di due giovani scrittori e autori che stanno aggiornando il linguaggio filmico italiano con una semplicità disarmante.

Senza la presunzione del profeta, il sospetto che i D’Innoncenzo siano i cineasti del futuro c’è. Il cinema italiano è in buona forma, oggi più che mai. Staremo a vedere, ma se il buongiorno si vede dal mattino…

 

Nato a Roma. Giornalista sportivo e cinematografico. Studioso e appassionato della Settima Arte e della letteratura da sempre. È tutto.

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