Sofia Coppola: tutti i suoi film dal peggiore al migliore

La filmografia di Sofia Coppola è probabilmente una delle più interessanti e controverse degli ultimi 20 anni. Ecco la nostra classifica delle sue opere, dalla peggiore alla migliore.

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1975

Sofia Coppola è forse una delle registe in circolazione allo stesso tempo più odiate e più amate dalla critica internazionale. Figlia d’arte del genio Francis Ford Coppola, Sofia ha saputo col tempo crearsi un suo stile personale, ritagliandosi uno spazio nella cinematografia mondiale. Il tutto con una filmografia molto controversa.

L’essere “figlia di…” ha di certo pesato per la giovane regista, che agli esordi venne destinata dal padre ad una non molto fortunata carriera di attrice. Sofia Coppola debuttò infatti proprio nel film del padre Il padrino – Parte III. La cosa suscitò le peggiore ire della critica che arrivò a definirla addirittura “una cagna con un cognome rispettabile”. Da questo momento si contano sulle dita della mano le sue apparizioni accreditate sul grande schermo. Tra le interpretazioni più rilevanti della sua carriera possiamo ricordare quelle in Cotton Club (1984) e Star Wars: Episodio I – La minaccia del fantasma (1999).

Sofia Coppola

 

Ed è proprio nel 1999 che Sofia Coppola subisce la sua decisiva trasformazione da attrice di quart’ordine a giovane autrice corteggiata da tutti i Festival internazionali. Il suo film di debutto, Il giardino delle vergini suicide, viene presentato a Cannes nella sezione Quinzaines des Réalisateurs. Il successo ottenuto alla kermesse francese darà il via alla carriera della Coppola, destinata a fare la spola tra Cannes, Venezia e l’Academy.

Dopo 20 anni dal debutto e con 6 lungometraggi all’attivo (7 contando il film tv per Netflix A Very Murray Christmas) e uno in lavorazione, quella di Sofia Coppola si presenta come una delle filmografie più interessanti e dibattute del panorama contemporaneo odierno. Sempre impegnata a doversi levare di dosso lo stigma delle sue origini, la regista ci ha regalato alcune pellicole davvero cult. Il tutto facendo leva su un immaginario fresco, tanto autoriale quanto smaccatamente pop.

Quindi preparatevi ad un viaggio tra caschetti rosa, camere d’hotel e Converse alla reggia di Versailles. Ecco la nostra classifica dei film di Sofia Coppola, dal peggiore al migliore.

 

6. Bling Ring (2013)

Bling Ring

L’unico film di Sofia Coppola rimasto a bocca asciutta di premi non poteva che finire in fondo alla classifica delle sue opere. La regista ha sempre flirtato con le tematiche della fama e dello sbando giovanile, e di certo Bling Ring è la sua dichiarazione più palese in materia. Per quanto evidente opera di denuncia – non è un caso si basi su un fatto realmente accaduto -, il film rimane vittima della ciclicità cinica che vuole sottolineare.

Al gruppo dei 5 ragazzi, capitanato da una maliziosa Emma Watson, è affidato il compito di mostrare il malessere della gioventù del 21esimo secolo. Adulatori di star, assatanati di comunicazione digitale e infine “divi” essi stessi, i 5 giovani si fanno i portatori di uno sguardo malato, ottuso e chiuso in se stesso. La patina fatta di lustrini, ville con piscina e macchine di lusso delle star di Hollywood diventa la gabbia dorata che li intrappola. E che metaforicamente limita lo stesso film.

Infatti in questo Bling Ring manca lo sguardo “rigido” che ritroviamo in altre opere della Coppola. La regista lascia la narrazione in mano ai suoi “protagonisti allo sbaraglio” che la portano ad una deriva che rende il tono della pellicola troppo strana e irregolare. In fin dei conti, rimane un generale senso di perdita generazionale amplificato dal contrasto con le lussuose ville delle star. Ambienti resi santuari simulacrali dalla stupenda fotografia di Harris Savides.

 

5. Somewhere (2010)

Somewhere

Somewhere è il film con cui Sofia Coppola si è aggiudicata anche il cuore del Lido di Venezia, portandosi a casa la statuetta più ambita. Ancora una volta ci troviamo di fronte ad un film controverso, tanto perfetto quanto troppo costretto nella sua estetica “da festival”. Infatti se il punto debole di Bling Ring era la libertà con cui la regista trattava i suoi personaggi, qui all’opposto è la rigidità minimalista da cui il film fa fatica ad emanciparsi.

Il film racconta la storia di Johnny Marco (Stephen Dorff), una celebrità di Hollywood che vive ai confini di Los Angeles nel leggendario grand hotel Chateau Marmont. La sua esistenza è ridotta al destreggiarsi tra noiosi obblighi pubblicitari e incontri di una notte sfuggenti e senza scopo. Quella che potrebbe facilmente essere eclissata come l’ennesima opera sull’esistenzialismo e la solitudine, è elevata dalla messa in scena della Coppola.

L’essenzialità di quel mondo lontano e ovattato viene ridotto all’osso e si intervalla ai lievi “sospiri” del rapporto del protagonista con la figlia (una Elle Fanning equilibratissima). Ed è proprio grazie a questa relazione padre-figlia che emergono gli sprazzi di emotività. Elementi essenziali per un film altrimenti pericolosamente sempre sul filo dello smarrimento (e quindi dell’inutilità).

 

4. Marie Antoinette (2006)

Marie Antoinette

Ci troviamo in tutt’altro mondo e tutt’altra epoca con Marie Antoinette. O forse no. Alla fine Maria Antonietta (Kirsten Dunst) non è altro che la Paris Hilton del ‘700, un’adolescente viziata e infelice, affascinata e allo stesso intristita dalla vita che si trova a vivere. Si concentra in questi pochi punti quello che si può classificare come il progetto più ambizioso, più deviante e più contestato dell’esigua filmografia coppoliana.

Se in apertura abbiamo parlato dello spirito ultra-postmoderno e pop della regista americana, di sicuro il film più emblematico è di sicuro Marie Antoinette. La sua produzione più imponente fu anche quella più capace di provocare l’indignazione dei francesi, durante la proiezione a Cannes. Vedere una delle loro più grandi icone nazionali mangiare cupcake e dare balli sfrenati sulle note alternate dei The Cure, di Vivaldi o sull’irriverente I Want Candy, non deve essere stato molto facile da digerire per i nostri cugini d’oltralpe.

Ma sta proprio in tutta questa giovanile (ed estetica) irriverenza la potenza del film. Una pellicola che, lungi dall’essere perfetta, ha conquistato negli anni uno status di cult, riuscendo a raccontare con estrosità e garbo la vita di corte della giovane regina. Il film è dunque un’opera fuori dal tempo, così come lo è la Storia che bussa in lontananza alle porte di una Versailles tirata a festa.

 

3. Il giardino delle vergini suicide (1999)

Il giardino delle vergini suicide

Ancora una volta siamo di fronte ad un film che definire audace non è certo un’esagerazione. In particolare se pensiamo che Il giardino delle vergini suicide è stato il film del debutto della 28enne Sofia Coppola. Adattamento dell’omonimo romanzo di Jeffrey Eugenides, la pellicola si è fatta notare sia per quanto riguarda la forma sia per il suo ambiguo, e coraggioso, contenuto.

La storia ambientata nell’America suburbana borghese degli anni 70 segue le tragiche vicende delle cinque sorelle Lisbon e del dramma familiare in cui sono invischiate. Una famiglia quella dei Lisbon tanto perbenista quanto anaffettiva, improntata sull’ossessione cattolica e sulla negazione della libertà.

Così si consuma il dramma della costrizione adolescenziale. Una tragedia che riesce però ad assumere toni superbamente poetici e aulici nelle mani della Coppola. L’orrorifico ed inevitabile corso degli eventi si sublima in una forma di rituale mortifero, tra i vivacissimi colori degli ambienti e le dolci note della colonna sonora. Un’estetica che rende ancora più vivido il silenzio assordante di quel dolore represso a forza dalle “candide” sorelle Lisbon.

 

2. L’inganno (2017)

L'inganno

Siamo arrivati a quella che è la posizione più discutibile dell’intera classifica. L’inganno, accolto con pareri molto discordanti dalla critica, è indubbiamente quasi un film fuori tono rispetto agli stilemi e all’estetica a cui Sofia Coppola ha abituato i suoi fan.

La storia ambientata durante la Guerra Civile americana racconta dell’accoglienza del soldato ferito e affascinante (Colin Farrell) da parte di una scuola femminile abbandonata e governata da un’imperiosa Martha Farnsworth (Nicole Kidman). L’erotismo latente e la cupa suspense che dominano l’intera pellicola ne fanno l’opera più misurata della filmografia coppoliana, nonché la più femminile e femminista.

In quest’ottica, L’inganno è quasi una risposta opposta e decisamente più matura a Il giardino delle vergini suicide. Le tematiche della femminilità e dell’isolamento vengono qui infatti riprese in una chiave diversa; esse vengono rielaborate attraverso la rivendicazione operata dal personaggio della Kidman che si traduce nella presa del controllo in una situazione terribile, alle proprie esclusive condizioni.

L’ennui generazionale degli esordi sta forse lasciando spazio ad una poetica più matura, ma non per questo meno d’effetto. Se dovessimo guardare all’estetica di quest’ultima opera, infatti, siamo forse più nei territori di un Scorsese o un Eastwood, piuttosto che nello spirito “libertino” dei registi esordienti. Staremo a vedere come si svilupperà la carriera dell’ormai-autrice Sofia Coppola.

 

1. Lost in Translation (2003)

Lost in Translation

Non poteva che essere altrimenti: Lost in Translation è di sicuro il film più particolare e più completo di Sofia Coppola. Pellicola che le è valso il meritatissimo Oscar, Lost in Translation è il suo capolavoro per eccellenza, un film sospeso e decisamente intenso. Tanto che risulta quasi approssimativo cercarne le ragioni specifiche.

La storia che si consuma – e si accende –  tra le silenziose pareti di un lussuoso hotel di Tokyo è quella di Bob (Bill Murray), un attore americano in declino, e Charlotte (Scarlett Johansson), una giovane laureata che accompagna il marito fotografo nei suoi viaggi di lavoro. Due punti di vista e due prospettive sull’amore totalmente diverse, capaci però di offrire un’alchimia di amicizia-affetto-amore che raramente si vede sul grande schermo.

Lost in Translation è una perfetta commedia sentimentale che prende il romanticismo contemporaneo e lo sublima, attraverso toni allo stesso tempo leggeri e significativi. Un film fatto di routine, noia, quotidianità che è capace di infondere l’ottimismo necessario. In fin dei conti tra Bob e Charlotte, dopo quell’abbraccio finale, probabilmente non ci sarà più niente. Ma quel che è successo nei giorni precedenti c’è stato veramente, ed è servito a ridonargli fiducia. Sembra una cosa da niente, ma invece è una “cosa da tutto”!

 

Leggi anche l’approfondimento sulla nostra personalissima Lost in Translation: le bizzarrie della traduzione dei titoli in italiano.

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