Il traditore di Marco Bellocchio ha meritato di vincere il David

Il traditore di Marco Bellocchio va oltre il classico film sulla mafia e diventa una pellicola tra ratio e psiche degli uomini d'onore.

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il traditore

Si spengono i riflettori sui David di Donatello, il premio cinematografico italiano più importante ed Il traditore di Marco Bellocchio, interpretato da un superbo, formidabile ed eterno Pierfrancesco Favino, vince sei statuette, fra cui Miglior attore protagonista, Miglior Regia e Miglior film (qui potete recuperare tutti gli altri vincitori).

Dire che non ci aspettassimo questo trionfo, sarebbe mentire, seppur gli altri titoli in lizza fossero meritevoli. Il traditore è una pellicola ammaliante che supera i confini della mafia, della storia e si fa spazio nella ratio e nella natura dei cosiddetti uomini d’onore. Non è certamente la prima volta che Bellocchio si catapulta nell’esperimento storico o negli intrecci della società (Sbatti il mostro in prima pagina, Buongiorno, notte), ma qui compie un passo in più.

La prospettiva di Bellocchio

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Il traditore non è un classico film sulla mafia, né tanto meno un gangster movie. È vero, Bellocchio offre la possibilità di entrare in uno spaccato ben preciso e ben delineato della storia d’Italia: l’epoca degli anni ‘80, quando da una parte la mafia andava modificandosi e dall’altra uomini come Falcone e Borsellino si prostravano per fermare quel sistema corrotto e malato insediato anche nei cavilli dello Stato. Ma è altrettanto vero che la grandiosità di questo film (fra le altre) è quella di dare forma ad un’opera ancora più minuziosa e ricercata. La prospettiva che il regista offre, raccontata dagli occhi e dalle vicende del boss dei due mondi, Tommaso Buscetta, è quella della psicologia, della mentalità ed anche dell’umanità degli uomini di mafia. Attenzione, con umanità non si vuole intendere l’accezione più patetica del termine, ma quella propria dell’uomo.

Difatti, nonostante lo spettatore sia portato a rimanere in qualche modo affascinato, ad empatizzare con quell’individuo, il quale nutre stima nei confronti di Falcone, che non ha paura di fare nomi e cognomi dentro un’aula di tribunale, che piange davanti al racconto della morte dei suoi figli, nessuno, men che meno il regista, vuole dividere i protagonisti in buoni e cattivi, vincitori e vinti, coloro che trovano la redenzione e coloro che rimangono (per utilizzare un eufemismo) nella perdizione. Qui tutti fanno la loro parte e Bellocchio è il primo a bacchettare le parole di Buscetta servendosi di Falcone durante le deposizioni, ricordandogli che “la vecchia e nobile mafia è una leggenda”.

Non Il traditore, ma I traditori

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In questa storia non vi è solo un traditore, ma in fin dei conti, lo sono tutti. La pellicola si apre con una festa a casa di Bontate (Bondate), Tommaso Buscetta è evaso dal carcere di Torino e Palermo è diventata la capitale dell’eroina. Nella villa sono al completo, dalla famiglia di Buscetta a Toto Riina fino a Pippo Calò e tutti si abbracciano per scattare una foto ricordo in nome di una pace che in realtà è solo l’inizio di una spietata guerra. La mafia, Cosa Nostra, sta cambiando. Le regole, i “principi” su cui un tempo si fondava e che avevano spinto persone come Buscetta ad avvicinarcisi, ormai non esistono più. Quell’organizzazione così strutturata che non uccideva bambini, non toccava le donne e proteggeva i più deboli, ora si sgretola e lascia spazio agli affari ancora più trucidi. È lo scontro aperto fra mafia vecchio stampo e nuovo, da una parte Buscetta, dall’altra Riina ed i corleonesi. Don Masino che è “un uomo d’onore” e non un pentito; Riina che è devoto al pensiero “meglio comandare che fottere”, perché assetato di potere e soldi; Pippo Calò che abbraccia l’amico fraterno a cui truciderà i figli che gli aveva affidato prima di partire. È una lotta sanguinosa, una nuova mafia che tradisce una ormai passata, che finirà con centinaia di morti, 487 pagine di interrogatorio, 346 condanne, 19 ergastoli e la morte di Falcone, Borsellino e gli uomini della scorta.

Animali in gabbia, animali da circo e le mutande di Andreotti

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Il traditore è un film suggestivo, iconico, affascinante. Lo è quando la cinepresa riprende i volti dei mafiosi nella villa, lo è quando immortala la disperazione di Buscetta, colpito e caduto a terra dalla morte dei figli, di cui si sente ed è colpevole e lo è anche quando il boss dei due mondi li vede in aereo mentre tentano di fuggire dalla loro sorte. Ma lo è anche e soprattutto quando mostra l’aula bunker del maxiprocesso, in cui i capi mafia sono dietro sbarre, urlano, si dimenano ed assistono al racconto dell’infame. Supportato dalla scelta registica (ottima, ineccepibile) di confrontarli con immagini vere di animali selvatici, Bellocchio ci catapulta nella realtà del processo che ha cambiato la storia, offrendo un teatro circense di affiliati e mogli di mafiosi che danno il meglio di loro. A questi, si aggiunge anche la comparsa di un altro uomo, uno di quelli che ha fatto veramente la storia di questo Paese (nel bene o nel male non spetta a noi dirlo): Giulio Andreotti. Lontano dalla visione sorrentiniana, più intima che politica, anche Bellocchio ci presenta la sua figura, che nonostante vinca grazie all’avvocato Franco Coppi, rimane comunque in mutande.

Semplicemente Pierfrancesco Favino

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Girato anche in Brasile, Germania, America, Bellocchio con Il traditore ci fa entrare ancora una volta in quell’aula di tribunale che fa accapponare la pelle fin dal primo sguardo. Ed è lì che si consuma la storia, dove Buscetta si confronta prima con Calò e poi con Riina. I dialoghi, gli sguardi, il tono di voce, sono tutti ripresi con grande maestria. E Pierfrancesco Favino si modella camaleonticamente virando la sua interpretazione da una lingua all’altra, modificando accenti, dando una grandissima prova al suo pubblico dell’attore che è ed ottenendo il risultato di un personaggio/Buscetta completo. Nella sua bravura riesce infatti a rendere il boss dei due mondi per la sua effettiva statura nel sistema marcio del male che ha governato l’Italia, ma dall’altra anche il suo profondo credo in regole precise che lo rendono diverso (ma non per questo migliore) dagli altri criminali.

Qui la recensione de Il traditore.

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