Ermanno Olmi: 5 film per riscoprire il regista cantore degli umili

Due anni fa ci lasciava Ermanno Olmi. Ripercorriamo la carriera di uno dei registi più importanti della storia del cinema attraverso 5 film.

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Ermanno Omi

Ermanno Olmi è sempre stato una voce autonoma, indipendente e disinteressata all’interna del panorama del cinema italiano e, forse proprio per questo, appare ancora oggi difficile, a 2 anni dalla sua dipartita, approcciare con il giusto rispetto e con la giusta consapevolezza il suo cinema.
Un cinema, quello di Ermanno Olmi, da molti oggi sentito come lontano, come “altro da”, come cristallizzazione di un ricordo, di un modo di fare, di un modo di pensare da confinare in un remoto passato.

Ridurre però il cinema di Ermanno Olmi a ciò è erroneo, è una misologia in cui è facile cadere, ma che si risolve solo nell’attimo in cui si prende consapevolezza che Olmi altro non era che un aedo, un cantore di un mondo che sapeva essere contemporaneo e antico e allo stesso tempo, un pittore impressionista in grado di cogliere l’istante e di eternarlo nell’immagine, nel fotogramma.
Al centro della ricerca nel cinema di Ermanno Olmi c’è sempre stato, con un profondo senso umanista, l’uomo alle prese con il contesto sociale in cui si trova a vivere e il rapporto fra l’uomo e la propria contemporaneità.

Regista che non ha mai seguito quella vocazione “romacentrica” che ha sempre caratterizzato il cinema italiano, ma che ha saputo raccontare la vita degli umili, dei veri uomini, che gravitavano attorno alla Città, alle prese con l’unica cosa che nobilitasse la propria esperienza umana, il lavoro, alle prese con il ruolo che il destino aveva affidato loro.
Il cinema di Ermanno Olmi era un cinema rivoluzionario nel suo presentare l’uomo nella propria reale condizione, nel suo raccontare la verità attraverso gli occhi dei protagonisti di questa.
Un cinema anti-neorealista che usciva dalla finzione scenica dovuta all’utilizzo di attori professionisti per andare nei luoghi, fra la gente comune, fra i protagonisti insostituibili di ogni racconto, gli uomini.

Valutare però il cinema di Ermanno Olmi come un cinema “immobile”, mai evolutosi, rimasto sempre fermo ad un apice, è quanto di più errato si possa pensare. In più di 50 anni di carriera Ermanno Olmi ha saputo evolvere, approfondire, rielaborare i temi cardine della sua poetica, adattarli al cinema contemporaneo, reinventarli in contesti anomali mantenendo sempre, però, un unico principio: il dar voce agli umili.
In questo articolo andremo quindi a ripercorrere la vastissima carriera del regista bergamasco attraverso cinque suoi capolavori da ammirare, studiare e approfondire per capire l’impatto e l’importanza che un grande come Ermanno Olmi ha avuto non solo per il cinema italiano, ma per il cinema mondiale.

Il posto (1961)

Ermanno Olmi

Il posto è il secondo film di finzione girato da Ermanno Olmi dopo Il tempo si è fermato, ma è il primo film girato dal regista in totale autonomia.
Film indipendente, prodotto con poco più di 21 milioni di lire (pochissimo per l’epoca),
Il posto è parzialmente ispirato alla biografia di Ermanno Olmi ed è il primo film in cui emergono appieno le caratteristiche del cinema del regista lombardo.
Raccontò varie volte Olmi di come egli, per trovare i protagonisti del film, andò a lungo fuori dalle scuole di specializzazione, quelle che preparavano al lavoro, nell’obiettivo di trovare persone reali che avessero l’ambizione del posto stampata, impressa nel volto.

Il posto mostra con una genuinità e con una limpidità che è propria solo del vissuto umano l’approccio al mondo del lavoro nella frenetica Milano di un ragazzo della provincia.
Con l’utilizzo di una sottile ironia che non sfocia mai nella satira e nella denuncia esplicita, il film è una nitida rappresentazione di uno spaccato di vita di tutti i giorni, di una rivoluzione sociale che magmatica si muove nelle viscere degli uomini e dei borghi.
Il posto è stato inserito nella lista dei 100 film italiani da salvare ed è ancora oggi valida e concreta testimonianza di un pezzo di storia del nostro paese.

L’albero degli zoccoli (1978)

Ermanno Olmi

Se i film dei 20 anni precedenti furono per Olmi fondamentali per definire il proprio modo di fare cinema e servirono al regista per farsi conoscere e apprezzare, in Italia e nel mondo, come uno dei registi italiani più validi delle nuove generazioni, la consacrazione definitiva del regista bergamasco avviene al Festival di Cannes del 1978 con quello che molti ancora oggi ritengono il suo capolavoro nonchè uno dei migliori film della storia del cinema, L’albero degli zoccoli.

L’albero degli zoccoli è la rappresentazione realistica, ma non neo-realista, della vita di una comunità di contadini nel bergamasco, è la pura messa in scena dello spettacolo della vita senza alcuna filigrana nè nostalgica nè paternalista.
Un film profondamente “cristiano”, ma non per questo religioso, in cui la cultura contadina viene rappresentata nella sua realtà più umile e più ancestrale, con un gusto per il verismo che è stato in grado di affascinare il pubblico di tutto il mondo.
Olmi presta un’attenzione maniacale nella ricostruzione e nella restituzione di una civilità e di un mondo in cui egli è nato e cresciuto, di una civiltà e di una cultura millenaria e, come varie volte affermò il regista, totale ed eterna, pronta a ritornare perchè depositaria di un sapere che è principio primo, matrice dell’uomo.

L’albero degli zoccoli è un film che chiunque si dica appassionato di cinema deve assolutamente vedere mettendo da parte ogni pregiudizio e preconcetto, lo stesso che poteva avere il pubblico a Cannes alla visione di questo film e che fu subito smentito.
Anche attori come Al Pacino non hanno mai fatto segreto di quanto questo film fosse loro rimasto impresso.
Gli umili, i veri contadini, i protagonisti del film di Ermanno Olmi, raccontando la loro vita, la verità che è in essa, hanno incantato il mondo. Se il cinema è spettacolo, riuscire a creare tale cosa partendo dal vero è indicatore di un’abilità che solo pochi altri registi hanno condiviso con Ermanno Olmi.

La leggenda del santo bevitore (1988)

Ermanno Olmi

La leggenda del santo bevitore è considerato il film più “commerciale” di Ermanno Olmi nonchè l’unico film del regista bergamasco girato all’estero per un pubblico straniero.
Riadattamento dell’omonimo romanzo di Joseph Roth, caposaldo della letteratura novecentesca, La leggenda del santo bevitore è poesia su schermo.
Utilizzando per la prima volta nella sua carriera come attore un professionista del calibro di Rutger Hauer Ermanno Olmi mette in scena la storia di un umile senzatetto che si trova a dover saldare un debito con Santa Teresa tramite una donazione di 200 franchi in una chiesa a lei consacrata.

Ambientato in una Parigi insolitamente vuota e metafisica, La leggenda del santo bevitore è una splendida storia di redenzione.
Due sono i protagonisti assoluti del film: Le inquadrature di Ermanno Olmi e il monumentale Rutger Hauer in una delle interpretazioni migliori della sua carriera.
Con una fotografia magnifica che si muove su gamme cromatiche marroni e grigie e delle sequenze visionarie Ermanno Olmi riesce a trasporre sullo schermo tutta l’inquietudine e il senso di alienazione presente nel racconto di Roth regalando al pubblico un film che, nonostante i ritmi lenti e i tempi dilatati, è magneticamente in grado di rendere lo spettatore partecipe attivo di una vicenda tanto particolare quanto affascinante.
Il film rese a Olmi il secondo grande riconoscimento della sua carriera, il Leone d’oro a Venezia.

Il mestiere delle armi (2001)

Ermanno Olmi

All’età di 70 anni Ermanno Olmi torna a cimentarsi nel genere storico che tanto successo gli regalò con L’albero degli zoccoli.
Mantenendo la stessa attenzione agli umili e alla gente comune che ha caratterizzato da sempre il suo cinema, Ermanno Olmi racconta la morte e gli ultimi giorni di vita del capitano di ventura Giovanni de’ Medici detto anche “Giovanni delle Bande Nere“.
L’azione a cui potrebbe far pensare il titolo è minima. Ermanno Olmi si concentra sugli aspetti della guerra più tralasciati nel grande cinema, ma essenziali come le marce, gli accampamenti, gli approvvigionamenti, il freddo e la fame.

Tramite la storia di Giovanni de’ Medici, inoltre, Ermanno Olmi tratteggia con lucidità di analisi e grande precisione un mondo al tramonto, quello dei valori cavallereschi che aveva alimentato il vivere medievale e rinascimentale. L’arrivo delle armi da fuoco mette fine a un’era, a un modo di combattere che premia il valore del combattente e dà inizio ad un’idea di guerra di massa in cui si muore lentamente per un colpo di cannone ricevuto da non si sa chi, una guerra che svilisce il soldato e lo riduce a mera macchina. Intelligente è poi la scelta di accennare sottilmente, senza mai palesare, un richiamo al nostro presente, specchio quasi perfetto delle vicende che sconvolserò l’Italia alla fine degli anni ’20 del sedicesimo secolo.

La ricostruzione del periodo storico della prima metà del ‘500 è, inoltre, perfetta e non presenta la minima incongruenza nè nell’ambientazione, nè nel linguaggio, nè nelle musiche, nè nei costumi, nè nei personaggi rendendo Il mestiere delle armi uno dei film storici più riusciti e accurati della storia della settima arte.
Le fredde e gelide immagini che immortalano la pianura padana, oltre ad essere coerenti con lo stile visivo di Ermanno Olmi che si concentrò sempre molto sulle immagini naturali, sembrano degli splendidi acquarelli e rendono alla perfezione le difficoltà della vita del soldato.

Torneranno i prati (2014)

Ermanno Olmi

Torneranno i prati è l’ultimo film di finzione girato da Ermanno Olmi. Ambientato in una trincea sull’Altopiano di Asiago nell’ultimo anno della I Guerra Mondiale, Torneranno i prati è il testamento spirituale di Ermanno Olmi.
Protagonista assoluto del film è la natura, tanto calma e placida quanto luogo di morte e di disperazione. A vivere questa natura ci sono i soliti umili, i militi “ignoti” condannati ad un destino incerto in una trincea in cui il tempo non sembra passare mai, in cui ogni secondo pesa come un macigno.

Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie“, recita la famosa poesia di Ungaretti. Olmi è riuscita a renderla visivamente alla perfezione. La guerra non è epica, come molti film sembrano volerla far sembrare, la guerra non è avventura, è solo paura e angoscia. Torneranno i prati è il manifesto anti-bellico per eccellenza, un film nel quale il soldato è presentato in tutto il suo esser Uomo, lo stesso uomo de Il posto, lo stesso de L’albero degli zoccoli, lo stesso de Il mestiere delle armi. “Solo” un uomo che vive sulla terra pianeta e nome, a contatto con una natura che è sia madre, sia matrigna.

Ermanno Olmi si è spento il 7 maggio del 2018 e, oltre ai suoi film di finzione, ha donato al cinema numerosi documentari girati sin dai tempi in cui lavorava per la Edison-Volta, documentari in cui egli fu in grado di restituire, come nei suoi film, l’essere umano nella sua semplice grandezza. Ermanno Olmi è stato un umanista, un regista in grado di capire l’uomo e di rappresentarlo, un regista che non ha mai avuto bisogno di espedienti o di finzioni per rappresentare l’essere umano; proprio per questo è stato un rivoluzionario nel mondo del cinema e va ricordato sempre.

Questo ed altri approfondimenti su Ciakclub.it

 

 

 

 

 

 

 

 

Grande appassionato di cinema orientale, apprezzo film di ogni tipo e di ogni genere, dai cult ai “mattoni” filippini. Non bisogna mai porre limiti alla propria curiosità e lasciare che i pregiudizi ci influenzino.

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