Hollywood, un tuffo nel passato per capire il cinema di oggi

Su Netflix arriva Hollywood, la nuova miniserie di Ryan Murphy e Ian Brennan. Una bella storia per raccontarci come il cinema sia cambiato.

0
1402
hollywood

È appena uscita su Netflix la nuova miniserie di Ryan Murphy e Ian Brennan, Hollywood, uno show di sette puntate di circa 45 minuti che vi riporterà nella fabbrica dei sogni del 1947. Si tratta della seconda collaborazione di Murphy con il gigante dello streaming (la prima, The Politician) e si configura come un caleidoscopio di temi che fanno capo ad un’unica frase di presentazione, “what if you could rewrite the story”, in cui il cinema è un perfetto mezzo per cambiare la società.

Trama

hollywood

Come ci mostra la sigla, Hollywood è la scalata al successo, al raggiungimento dei sogni e all’ambizione di diventare qualcuno da parte di cinque ragazzi. Il primo a fare il suo ingresso è Jack Castello (David Corenswet) un giovane che trascorre le proprie giornate davanti agli ACE Studios cercando di entrare nel magico mondo di Hollywood ed ottenere una parte in qualche film. Mentre si arrangia facendo qualche comparsa, la moglie rimane incinta di due gemelli ed i soldi non sono sufficienti per pagare le bollette. Un giorno incontra in un bar Ernie West (Dylan McDermott), proprietario di un distributore di benzina che in realtà non è altro che una formidabile esca per un giro di prostituzione piuttosto consistente e ad ampio profitto. La storia di Jack si incrocia con quella di Archie Coleman (Jeremy Pope), un ragazzo di colore che sogna di diventare uno sceneggiatore di successo con la storia su Peg Entwistle, la giovane attrice che a soli 24 anni si tolse la vita gettandosi dalla scritta Hollywoodland di Los Angeles.

Fra realtà, finzione e… Tarantino

hollywood

In Hollywood, Murphy incastona tante tematiche, una più delicata dell’altra, utili per stimolare riflessioni ed anche per storcere il naso. Ma cosa c’è di vero in tutto ciò?

Il cinema muto è finito da qualche anno, gli attori devono rivedere il loro modo di recitare il copione, meno manieristico e più naturale. Le case di produzione continuano a puntare su un cinema ben delineato, rispettando i dogmi del Codice Hays e non sgarrando mai. I registi organizzano festini proibiti per dare spazio alle loro pulsioni e garantire un provino a chiunque si presti al gioco. È una Hollywood che fabbrica e distrugge sogni allo stesso tempo, dove si deve scendere a patti e fare i conti con le regole del gioco, vanificando la propria natura ed indossando una maschera sociale. Il tutto abbellito da qualche nome di attori ed attrici storici, come quello di Vivien Leigh, che fanno da specchietto per le allodole a tutti coloro che si avvicineranno al mondo della settima arte. Ecco questa è la Hollywood che ci presenta Murphy, Dreamland, in cui il film che tutti sognano, Peg è la metafora perfetta di quella realtà: una giovane attrice che tenta la scalata al successo e poi viene buttata via come un panno sporco e finisce così per gettarsi dalla prima lettera di quel simbolo, la scritta mastodontica eretta a Los Angeles.

In realtà riflettendoci bene, quello che Murphy propone è probabilmente frutto di un cinema molto più vicino ai tempi nostri che altro. Sì, è più esasperato, più sprezzante, più razzista, ma pur sempre frutto di quei soprusi che capeggiano i titoli in prima pagina, partendo dall’agente che si approfitta del povero candidato e abusa di lui.

Per cui, se guardando la prima puntata il primo pensiero è stato rivolto all’ultima fatica di Quentin Tarantino, C’era una volta a… Hollywood, dopo un po’ siamo pronti a dimenticarcelo. La Hollywood tarantiniana è un ventre materno da cui tutti sperano di essere partoriti, ma insanguinata dalla follia di uomini e donne che non trovano spazio nella sua personale riscrittura (qui ve ne parlavamo). Anche lui fa fede al diktat della miniserie “what if could rewrite the story”, ma fra i due, prestando la dovuta attenzione, ci sono solo pochi punti di contatto.

“What if could rewrite the story”

hollywood

I giovani di Hollywood, ragazzi o ragazze che siano, donne sposate con magnati che si ribellano al sistema, produttori coraggiosi e addetti al montaggio, utilizzano la storia di Peg (o Meg, quando tutto sta per cambiare) per raggiungere uno scopo, ma sopratutto per cambiare le regole del gioco. La loro è una vera e propria guerra contro il sistema, contro i cartelloni appesi fuori dal cancello della ACE, contro i giornalisti che si oppongono o contro il KKK. È una sfida dopo l’altra, una rivoluzione coraggiosa che compiono per modificare prima l’ambiente corrotto e malato e poi un intero modo di pensare. E da lì parte il cambiamento.

Le donne, anche di colore, iniziano ad interpretare ruoli di prim’ordine e non più le serve di Rossella O’Hara, le storie d’amore fra omosessuali sono alla pari di quelle eterosessuali ed hanno tutto il diritto di essere raccontate, un ragazzo di colore può scrivere una sceneggiatura ed un regista mezzo asiatico può dirigere la pellicola migliore dell’anno ammettendo le sue vere origini. Un po’ come quella piccola rivoluzione a cui abbiamo assistito quest’anno, quando alla notte degli Oscar, a tirare su la statuetta per il miglior film, per la prima volta nella storia, è stato Bong Joon-ho con una pellicola non in lingua non inglese. Hollywood, a parte le macchine d’epoca, le sigarette ed i vestiti fuori moda, è molto più attuale di quanto si pensi. È un tuffo nel passato, per trattare un presente che sta (speriamo) cambiando.

Per tutte le altre recensioni continua a seguirci su CiakClub.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here