I migliori monologhi: 15 grandi discorsi tratti dai film

Andiamo a scoprire ed analizzare i migliori monologhi tratti dal mondo del cinema. 15 grandi discorsi che sono entrati nell'immaginario degli appassionati.

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I migliori monologhi

I migliori monologhi giocano un ruolo molto importante nel cinema. Spesso, essi possono cambiare la percezione di un intero film: colpiscono alla pancia, a caldo, e scatenano il nostro lato emotivo. Un monologo, per lo meno a livello soggettivo, può fare la differenza fra un’opera di medio livello e un capolavoro.

Dunque, tiriamo le somme e proviamo a stabilire quali siano i migliori. Nel farlo, consideriamo un elenco che prova ad essere equilibrato: ci vuole qualità di scrittura a livello di tematiche introdotte e valore filosofico. È fondamentale anche l’interpretazione: oltre alla qualità oratoria, deve essere di livello la prestazione e la presenza fisica dell’attore. Un monologo può essere atto a completare la caratterizzazione di un personaggio come può portare avanti la storia. Per considerarlo davvero significativo, prendiamo anche in considerazione l’impatto sociale e culturale di alcuni discorsi mai dimenticati.

Considerato un mix di questi elementi, procediamo. Ricordiamo che non è una classifica e che sono solo alcuni de i migliori monologhi, i più belli secondo noi.

Attenzione: l’articolo che segue contiene spoiler su alcuni film. 

M – Il mostro di Düsseldorf, Fritz Lang (1931)

I migliori monologhi

Quando si parla di cinema tra cinefili prima o poi salta sempre fuori M – Il mostro di Düsseldorf di Fritz Lang. Il regista per l’opera si ispirò a reali fatti di cronaca (il titolo originale è semplicemente M, la versione italiana richiama la città dove avvennero i reali omicidi), più precisamente alle vicende del serial killer tedesco Peter Kürten, uomo affetto dalla Sindrome di Reinfield (ovvero da Vampirismo Clinico), alla quale vi consiglio sinceramente di dare un occhio.
Tornando al film, la prima parola che mi viene in mente per M, è “perfetto”. L’uso dei chiaroscuri, l’avvenieristico utilizzo del sonoro (primo film di Lang in cui è presente, era stato “inventato” solo 4 anni prima) e il montaggio rivoluzionario rendono il film un’opera di rara bellezza ed imponenza. Truffaut soffermandosi a parlare del regista tedesco disse: “Una parola sola per qualificarlo: inesorabile. Ogni inquadratura, ogni movimento di macchina, ogni taglio, ogni spostamento degli attori, ogni gesto ha qualcosa di decisivo, di inimitabile”. M è l’esatta rappresentazione di queste caratteristiche. Tante volte abbiamo letto o sentito che un film in realtà stava parlando di noi o dell’essere umano in generale, il film di Lang lo fa però dichiaratamente nel 1931, durante l’ascesa nazionalista. Il regista tedesco, portando su schermo per la prima volta nella storia le vicende di un serial killer, parla dell’uomo con spietata sincerità e lo definisce, a tutti gli effetti, un mostro. Nessuna spiegazione in merito sorpasserà la forza delle parole del monologo finale di un film per il quale l’appellativo di Capolavoro pare riduttivo.

“…Ma chi sei tu? Ma cosa dici tu…? Chi sei tu che vuoi giudicarmi? E chi siete voi? Un branco di assassini, di malviventi! Ma chi credete di essere… Solo perchè sapete come si fa a scassinare una cassaforte o ad arrampicarsi sui muri e sui tetti… sapete fare questo e niente altro. Non avete mai lavorato in vita vostra, non avete mai imparato un lavoro onesto! Siete un branco di maiali! Niente altro che un branco di maiali pigri.

Ma io?! Che posso fare? Che posso fare altro… non ho forse questa maledizione… in me! Questo fuoco! Questa voce! Questa pena! (…)”

A cura di Giacomo Lenzi.

Il grande dittatore, Charlie Chaplin (1940)

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Il grande dittatore divenne famoso per l’aspra critica, satirica e brillante, al nazismo e a Adolf Hitler. Charlie Chaplin aveva l’immensa capacità di riuscire a parlare a tutti: poveri e ricchi, privilegiati e sfruttati, religiosi e atei. Intellettuali e operai riuscivano tutti a trovare qualcosa di sé stessi nei film e nelle tematiche di questo autore, il quale in maniera quasi commovente poteva superare ogni barriera e a parlare a ognuno di noi, senza distinzioni di classi.

Questa qualità trova il suo massimo splendore nel magnifico discorso finale de Il grande dittatore, pellicola che mette in campo molti degli ideali dai quali siamo ripartiti dopo il devastante periodo del nazi-fascismo. Parlavamo di tematiche nell’introduzione: queste sono le più importanti, esposte a gran voce quando ce ne era bisogno. Universale.

Hiroshima mon amour, Alain Resnais (1959)

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Il monologo che apre Hiroshima mon amour è la perfetta sintesi dei temi della Nouvelle Vague. Il film di Alain Resnais, che vede la sceneggiatura dalla poetessa e scrittrice Marguerite Duras, si caratterizza per la forte immagine poetica che i dialoghi riescono ad evocare.

Il monologo iniziale di Emmanuelle Riva è paragonabile a un flusso di coscienza in cui vengono mostrate immagini del museo di Hiroshima. La cadenza ritmica e la dolcezza di sillabe e parole, apprezzabile sia in lingua originale sia nell’ottimo adattamento italiano, l’ammaliante musica di sottofondo, l’incedere serrato delle frasi che piovono sulle immagini come la pioggia nera che colpì Hiroshima, rendono il monologo una delle più efficaci e disincantate rappresentazioni dell’effetto dei bombardamenti nucleari sul Giappone. La magia delle parole che si sovrappongono alle immagini ci introiettano sin dall’inizio in un film che è la quint’essenza della Nouvelle Vague. Il monologo iniziale di Hiroshima mon amour sancisce il primato della potenza intrinseca ed evocativa della parola sull’azione, parola in grado di rievocare, di dipingere, l’orrore di una guerra.

A cura di Arturo Garavaglia.

Persona, Ingmar Bergman (1966)

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Nel 1966 Bergman era già Bergman. Aveva già realizzato alcuni dei suoi film noti come Il Settimo Sigillo e La Fontana della Vergine. Dopo aver concluso la Trilogia sul Silenzio di Dio decise di dedicarsi ad un progetto più “piccolo” e iniziò a lavorare a Persona, un’opera incentrata sul mondo attoriale femminile, contenitore di sue personali riflessioni sulla condizione di artista. Allo stesso tempo l’opera di Bergman doveva dare particolare rilievo all’estetica e al senso stesso del cinema, tanto che lo stesso incipit è un inno alla storia della Settima Arte che sfocia poi nel subliminale e nello sperimentalismo. Nel resto della pellicola Bergman utilizza una regia solida, a volte minimalista ma sempre attenta e precisa e, grazie ad una splendida fotografia e ad un sonoro francamente mostruoso, porta a compimento uno dei suoi massimi capolavori.

A livello tematico ovviamente è molto presente il rapporto con la fede e con alcune riflessioni estremamente personali del regista. Ma Bergman decise di dare importante rilievo alla psicoanalisi, a partire dallo stesso titolo (Persona in latino significa maschera, personaggio) per arrivare al tema del doppio, cardine vero dell’opera stessa, grazie anche alle grandi interpretazioni di Bibi Andersson e Liv Ullman. Film imprescindibile per ogni appassionato di cinema, uno dei capisaldi della cinematografia mondiale senza il quale probabilmente non avremmo neanche avuto Mulholland Drive di Lynch.
Il monologo lo troviamo nella primissima parte dell’opera, è della Dottoressa (interpretata da Margaretha Krook) ed anticipa in un flusso di parole chiaro ed elegante alcune tematiche fondamentali del film. Piccola curiosità: un estratto dello stesso monologo è presente nell’ultimo album di Marracash, che si chiama per l’appunto Persona.

“Tu insegui un sogno disperato, questo è il tuo tormento. Tu vuoi essere, non sembrare di essere […] Perché ogni parola è menzogna, ogni gesto falsità, ogni sorriso una smorfia”

A cura di Giacomo Lenzi.

L’ora del lupo, Ingmar Bergman (1968)

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Il monologo che pone fine all’incubo, raccontato nel film più inquietante di tutta la filmografia di Ingmar Bergman, è la summa del pensiero antitetico che ha da sempre caratterizzato il cinema del regista svedese.
Nel monologo finale assistiamo alla rottura della quarta parete. L’attrice Liv Ullmann, che nel film interpreta Alma, moglie di un pittore che non riesce a conciliare la realtà empirica con ciò che dipinge e che finisce vittima dei suoi mostri e dei suoi incubi, compie due monologhi, uno in apertura in cui parla direttamente al regista Ingmar Bergman, che sta allestendo un film sulla storia da lei raccontata, un altro in chiusura in cui, sempre rivolgendosi al regista e quindi al pubblico, trae le conclusioni sulla vicenda narrata.

Il monologo è una potente e amara paradossale riflessione sul ruolo dell’amore e su cosa voglia dire vivere insieme a chi si ama.
Il volto turbato e senza speranza di Liv Ullmann esprime appieno il profondo terrore, il vuoto ancestrale, l’assenza di via di fuga che porta con sé l’amare. Conoscere una persona è davvero possibile? Fino a che punto la si può conoscere rimanendo altro da lei? L’amore salva o condanna? Questi i dubbi inquietanti a cui non si può trovare alcuna risposta posti in un monologo dall’elevata intensità drammatica, nonché dalla forte componente teatrale e “corale” dovuta al fatto che Liv Ullman stia parlando direttamente alla telecamera, in un ideale proscenio, a conclusione di un thriller psicologico inquietante che lascia poco spazio alla speranza.

A cura di Arturo Garavaglia.

Ultimo tango a Parigi, Bernardo Bertolucci (1972)

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Anche su Ultimo Tango a Parigi si potrebbero perdere pagine e pagine di racconti. A partire dalla storia legata all’avvio del progetto, che aveva incontrato diverse difficoltà, passando alle prime visioni a New York, Parigi e Porretta Terme, fino ad arrivare al caos che portò al boicottaggio dell’opera con tanto di censure, pellicole bruciate e condanne ai danni di Bernardo Bertolucci. Particolarmente a mio avviso, oltre ovviamente alla vicenda legale, è il modo in cui sono entrati in contatto il regista e Marlon Brando e la descrizione che fa Bertolucci di quei momenti e dell’attore. Partendo da un simpatico aneddoto sul primo colloquio che ebbero l’autore racconta ancora con grande emozione il suo periodo di soggiorno nella dimora di Brando a Los Angeles (con Jack Nicholson come vicino di casa) e si sofferma ampiamente sul metodo di recitazione della star e sulla sua figura di icona, vi lascio la videointervista dove potete trovare tutte queste cose qua.

Oltre a questo che dire di Ultimo Tango a Parigi, di un film che, con gli incassi aggiustati al netto dell’inflazione, è il maggior incasso cinematografico di questo paese con quasi 16 milioni di spettatori e allo stesso tempo e che, allo stesso tempo, portò alla condanna di regista e produttore e alla distruzione del negativo pur di “farlo sparire per sempre”. Tutto questo è Ultimo Tango a Parigi, una contraddizione degna del nostro meraviglioso e stranissimo paese. Una meraviglia intimistica e ribelle su pellicola, colta dal genio di Bertolucci e dalla fotografia di Storaro con protagonista il più grande di tutti i tempi. Ecco quindi che veniamo al nostro monologo. Potevamo sceglierne due, uno dove Paul parla della propria infanzia (improvvisato da Brando, tra l’altro molti anni dopo nella sua autobiografia si scoprì che stava parlando realmente dei suoi anni da bambino) oppure quello di Paul davanti alla salma di sua moglie. Abbiamo scelto quest’ultimo, un pezzo dove Brando, in parte improvvisando (vi raccomando ancora il video linkato sopra dove Bertolucci parla di tutte queste scene), si lascia andare in un pezzo di rara bravura.

A cura di Giacomo Lenzi.

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Lo squalo, Steven Spielberg (1975)

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E chi se lo sarebbe aspettato che una delle scene psicologicamente più inquietanti di un film horror sugli squali, non avesse questi come tema centrale? Sì, perché il monologo di Quint (Robert Shaw), nonostante tiri in ballo il temibile mostro dell’oceano, inquieta per tutt’altro motivo. Il cacciatore/ex-marine racconta, infatti, una storia tratta da una delle pagine più controverse della storia americana. Stiamo parlando del tragico affondamento della marina USS Indianpolis avvenuto nel 1945, una nave che aveva il compito di trasportare pezzi della bomba nucleare sganciata ad Hiroshima. Un episodio conosciuto e diventato noto a tutti anche proprio grazie a Lo squalo.

Il monologo di Quint in un momento intimo del film a bordo dell’Orca. Lui, Brody (Scheider) e Hooper (Dreyfuss) stanno iniziando a conoscersi meglio, bevendo e confrontandosi le cicatrici sul loro corpo. Questo primo, e definitivo, raccoglimento della flotta all’inseguimento dello squalo viene però letteralmente travolto dalla gravità del racconto del cacciatore. Una gravità ampiamente enfatizzata dallo sguardo vacuo e amaro con cui il bravissimo Shaw – che ha partecipato in prima persona alla scrittura del pezzo – ci racconta la storia. La caccia alla bestia di Amity, dopo l’arditissima chiusura finale del monologo, assumerà tutta un’altra valenza: “Insomma, eravamo finiti in mare in più di 1.000 e ne uscimmo in 316, gli altri se li erano mangiati gli squali, era il 29 giugno del ’45. Comunque, avevamo consegnato la bomba.

A cura di Alberto Candiani.

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Io e Annie, Woody Allen (1977)

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Woody Allen infrange la quarta parete per farci entrare nella sua nevrosi e per introdurre la storia con Annie. Io e Annie è il più grande successo del regista, il quale costruisce un rapporto sentimentale non funzionale attraverso un’opera intima e personale. Il monologo iniziale della pellicola serve a introdurre quell’intimità, a mettere in chiaro l’umore e il tema del film. Adesso lo spettatore sa a cosa va incontro: accetta con piacere di entrare nell’immaginario nichilista e sarcastico, quanto dolce e sincero, di Woody Allen.

Alvy, il protagonista, introduce il tema con una storiella. Inquadratura fissa, un primo piano e uno sfondo marroncino sono sufficienti per una messa in scena che vuole essere semplice. Il protagonista si rivolge direttamente a noi raccontando sé stesso. Il suo balbettio ironico ed estremamente serio allo stesso tempo, prepara il terreno per arrivare a ciò che lo tormenta: lui e Annie hanno rotto. La storia inizia, dunque, dalla premessa che il rapporto non ha funzionato per poi raccontarlo dall’inizio. Una struttura tutt’altro che banale, se si considera ciò a cui era abituato il pubblico americano nel ’77.

” (…) E c’è un’altra battuta che è importante per me; è quella che di solito viene attribuita a Groucho Marx, ma credo dovuta in origine al genio di Freud, e che è in relazione con l’inconscio; ecco, dice così – parafrasandola – ehm… ‘Io non vorrei mai appartenere a nessun club che contasse tra i suoi membri uno come me.’ È la battuta chiave della mia vita di adulto in relazione alle mie relazioni con le donne (…) “

Apocalyspe Now, Francis Ford Coppola (1979)

I migliori monologhi

Apocalypse Now è un’opera della quale si potrebbe parlare comodamente per ore e scrivere centinaia di articoli (entrambe cose che sono state abbondantemente fatte) senza però esaurire mai realmente parole ed argomentazioni. Potremmo star qua a discutere sulla magnificenza della messa in scena di Coppola, sulle difficoltà incontrate sul set che rischiarono di porre fine al progetto (tifoni, abusi di droghe, tentati suicidi, il “problema” Marlon Brando) o dei vari cut esistenti. Ma se avete aperto questo articolo è per leggere di monologhi, quindi limitiamoci a questo.

Tutto il plot di Apocalypse Now pone le sue basi sulla ricerca di Kurtz e, così come i personaggi, anche noi spettatori viviamo tutto il viaggio dei soldati con un unico scopo, vedere e “scoprire” il colonnello. Per quanto dire che Apocalypse Now è Il Colonnello Kurtz possa apparire semplicistico e limitante, sappiamo tutti che un fondo di verità in queste parole c’è. Ne prendiamo prima consapevolezza con l’arrivo in scena dell’ufficiale interpretato da Marlon Brando, per poi convincercene del tutto una volta ascoltati ed elaborati i quattro minuti del monologo. “The Horror” è un’epifania che ci svela il più grande segreto e (appunto) orrore del genere umano: la menzogna del giudizio. L’ipocrisia nel non ammettere di essere, noi stessi, animali spietati che si rifugiano in una società autoconcepita e complessa. Eppure, proprio nella guerra tra società complesse, si deve distruggere la morale autoimposta e tornare all’istinto primordiale omicida.

Tutto questo esposto con aliena bravura dall’attore del Nebraska che ricorda, una volta per tutte, perché è semplicemente il più grande interprete che abbia mai calpestato il nostro suolo.

“Ho visto degli orrori, orrori che ha visto anche lei. Ma non avete il diritto di chiamarmi assassino. Avete il diritto di uccidermi, questo sì, ma non avete il diritto di giudicarmi. Non esistono parole per descrivere lo stretto necessario a coloro che non sanno cosa significhi l’orrore. L’orrore ha un volto e bisogna essere amici dell’orrore. L’orrore ed il terrore morale ci sono amici. In caso contrario allora diventano nemici da temere. 

C’è bisogno di uomini con un senso morale.. e allo stesso tempo capaci di… utilizzare il loro… primordiale istinto di uccidere. Senza sentimenti, senza passione… senza giudizio.. .senza giudizio! Perché è il giudizio che ci indebolisce…”

A cura di Giacomo Lenzi.

Blade Runner, Ridley Scott (1982)

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“Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi” è l’incipit di quel monologo finale, potente, destabilizzante, commovente e così umano che Roy Batty (Rutger Hauer) recita sotto un fiume di pioggia davanti a Rick Deckard (Harrison Ford) in quel capolavoro di Ridley Scott del 1982, Blade Runner. Un monologo emblematico che viene incastonato nella scena del giudizio finale, quella in cui il replicante e il suo cacciatore si scontrano, sporchi di sangue e di violenza in seguito ad un reciproco inseguimento. Ma è al termine dello stesso che Roy, con quel puzzle di parole pregne di emozione, annulla le abissali distanze fra i due, tra l’uomo e l’androide. La pioggia cade inesorabile sul suo volto, unendosi alle lacrime che solcano la sua pelle, ricordando quello che in passato i suoi occhi hanno visto e vissuto ed abbracciando la consapevolezza di dover lasciare questa terra ed arrivare al momento della fine. Un monologo recitato e in parte composto dallo stesso Hauer, che quando lo mise in scena, con dinanzi il suo nemico immobile ed atterrito, fece emozionare anche la troupe. E noi, che ancora oggi lo riguardiamo, rimaniamo come Rick, inermi davanti a quelle parole così toccanti che distruggono le barriere. “È il tempo di morire”.

A cura di Giulia Leto.

Trainspotting, Danny Boyle (1996)

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Trainspotting è un film cult degli anni ’90 per la cruda rappresentazione che Boyle dà di Edimburgo e della dipendenza. Il merito di questo successo va sicuramente dato anche all’interpretazione di Ewan McGregor e all’iconico monologo iniziale, che rimane impresso nella mente degli spettatori. Viene automatico associare l’immagine di Mark Renton, mentre scappa all’impazzata dai poliziotti, alle parole della voce fuori campo, che ci introducono una scomoda verità. Il giovane eroinomane ci invita a scegliere la vita, la normalità, il lavoro, la famiglia e il maxi televisore del cazzo. In poche frasi stravolge il concetto di “normalità” e di “stile di vita” che la società ha costruito e che consideriamo socialmente accettabili, al punto da farci chiedere se questo “scegliere la vita” sia veramente l’alternativa migliore. Ha senso vivere asserviti al lavoro? O piazzarsi davanti al televisore per evitare di pensare alla nostra triste esistenza, fatta di moda, mutui, carriera, famiglia e elettrodomestici? Lui sceglie di scappare da questa realtà desolante e preferisce lasciarsi trascinare nella spirale della dipendenza.

Ma questo monologo non finisce qua. Infatti, Trainspotting si chiude in modo circolare, ribaltando il concetto iniziale. Mark decide di “mettere la testa a posto”, di stare lontano dai guai e dalla droga, di omologarsi allo stile di vita comune, “in attesa del giorno in cui morirai”. È davvero questa la scelta giusta? D’altra parte, aspettare di morire non è esattamente vivere, quindi, cos’è vivere? Anche se trovare una risposta sembra impossibile, è sicuramente una domanda che dovremmo porci più spesso.

A cura di Marta Caterina Cabra.

L’avvocato del diavolo, Taylor Hackford (1997)

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Al Pacino si muove con assoluta padronanza nei panni del Diavolo, ed inizia il suo suadente discorso con un incedere asimmetrico e con le mani innaturalmente incollate lungo i fianchi, ricordando vagamente il perfido Nosferatu di Friedrich Wilhelm Murnau.
Dopo una pacata delucidazione sulla natura del senso di colpa, Satana-Pacino esplode in una vera e propria catilinaria nei confronti di Dio. Indirizza immediatamente l’invettiva laddove, per le persone la cui fede è più debole, il dubbio affonda le sue radici: ovvero nell’incapacità di accettare i dogmi come tali, senza porre domande.

Pacino mostra poi una gestualità e una disinvoltura che riescono quasi a convincere un Kevin in visibile difficoltà. Il discorso si conclude con una domanda retorica degna del miglior Cicerone.
La forza del discorso sta nel calcare la mano sulla distanza che l’uomo percepisce tra se stesso e Dio, specialmente in una società sempre più propensa ad un consumismo che, almeno nel film, è percepito come la via del peccato.
Il diavolo rivendica la sua natura umana.

La sua fortissima inclinazione per l’uomo, inteso come carne e ossa, nonché la sua indole, del tutto comprensiva ed incline alle più basse pulsioni e debolezze di ciascuno di noi, convince Kevin dell’inconfutabilità del discorso.
Egli ha sempre la pistola in mano e quindi una sola scelta a disposizione, ma sarà sufficiente?

A cura di Tommaso Serena.

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American Beauty, Sam Mendes (1999)

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Il monologo finale di American Beauty poteva funzionare solo se recitato fuori campo. Lester (Kevin Spacey) muore nel momento giusto: ormai è veramente libero, è pronto, è sereno. La sua fine rappresenta l’inizio di un nuovo modo di vedere le cose; le sue attenzioni, dunque, non possono che andare sugli altri personaggi, tutti più o meno irrisolti, sorpresi dallo sparo.

Intanto, ecco che Lester ricorda con dolcezza tutti i piccoli momenti della sua vita. Il campeggio dei boy scout, le foglie degli aceri, le mani di carta della nonna… e soprattutto la figlia Jane e la moglie Carolyne (Annette Bening). A ogni ricordo il montaggio alterna ogni personaggio che sente lo sparo per raccontare la sua reazione. Il tutto è accompagnato da una dolce musica al piano. Il problema sarà degli altri, non del protagonista, che se ne va sereno. La rinascita è completa e il monologo/testamento di Lester rappresenta un lieto fine, dolceamaro, ma sostanzialmente positivo.

“Potrei essere piuttosto incazzato per quello che mi è successo, ma è difficile restare arrabbiati quando c’è tanta bellezza nel mondo. (…) …non posso provare altro che gratitudine per ogni singolo momento della mia stupida, piccola, vita. Non avete la minima idea di cosa sto parlando, ne sono sicuro, ma non preoccupatevi: un giorno l’avrete”

Ogni maledetta domenica, Oliver Stone (2000)

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La vita come lo sport. Il coach di football Tony D’Amato ha bisogno di questo paragone per portare la sua squadra alle stelle. Un paragone forse azzardato, forse retorico, ma indubbiamente efficacie. La retorica dello sport come esempio di vita è ciò che spinge i più grandi atleti a dare il massimo da sempre; chi ha praticato lo sa. Dunque, si riduce tutto a una questione di centimetri: un centimetro alla volta per risorgere come collettivo, per non venire annientati individualmente. Bastano poche parole chiave per cambiare la prospettiva in un momento drammatico.

“La vita è un gioco di centimetri… e così è il football. (…) Il margine di errore è ridottissimo”. Il monologo crea empatia, regala una ragione in più per combattere, per i centimetri e per gli altri. Solo Al Pacino poteva trasmettere così tanto attraverso un monologo che in parte venne improvvisato e che contribuì ulteriormente a consacrare il mito dell’attore – anche il meraviglioso doppiaggio di Giannini fece la sua parte, questo va detto.

“È il football, ragazzi… è tutto qui”

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La 25° ora, Spike Lee (2002)

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Il “Fuck You Monologue” de la 25° Ora è senza dubbio tra i monologhi più cult presenti in questa lista. Siamo agli inizi dei 2000. New York e il mondo intero sono appena stati scossi dalla più grande tragedia degli ultimi 50 anni, l’attentato dell’11 settembre. Spike Lee decide di prendere l’omonimo romanzo di David Benioff (sì, quello de Il Trono di Spade) e di ambientarlo però post attentato. Il risultato è il capolavoro del regista americano che dipinge la città simbolo degli Stati Uniti con con i colori del dolore, dell’amore e della dignità. Lo fa con coraggio, senza rifuggire la memoria di quel fatidico evento (è il primo in assoluto a inserire in un film Groud Zero) e ambientando nella città una storia del tutto autonoma. È qua che trova spazio la vicenda di Monty, antieroe col volto superbo di Edward Norton, arrivato a sistemare i conti con la propria vita prima di iniziare un lungo soggiorno in prigione. È la sua ventiquattresima ora, il tempo del lutto e degli addii, che precede appunto la venticinquesima, quella delle speranze. Il nostro monologo trova spazio poco prima del meraviglioso finale, in un momento in cui Monty, rivolto al suo riflesso nello specchio, se la prende con la città, con ogni suo abitante (ebrei, russi, uomini di colore, poliziotti, broker di Wall Street ecc), con i suoi cari, con Gesù, con Osama Binladen, li manda a fare in culo tutti prima di fare lo stesso con la propria persona. Un momento duro, di impatto che viene recitato da Norton con grande foga prima di ricadere nella malinconica consapevolezza.

“… in culo a questa città e a chi ci abita. Dalle casette a schiera di Astoria agli attici di Park Avenue, dalle case popolari del Bronx ai loft di Soho, dai palazzoni di Alphabet City alle case di pietra di Park Slope e a quelle a due piani di Staten Island. Che un terremoto la faccia crollare, che gli incendi la distruggano, che bruci fino a diventare cenere, e che le acque si sollevino e sommergano questa fogna infestata dai topi.

No… No, in culo a te, Montgomery Brogan. Avevi tutto e l’hai buttato via, brutto testa di cazzo!”

A cura di Giacomo Lenzi.

Il Signore degli Anelli – Il Ritorno del Re, Peter Jackson (2003)

Il discorso finale di Aragorn (Viggo Mortensen) è destinato ai cavalieri di Rohan e Gondor prima dell’ultima battaglia de Il Signore degli Anelli. Un monologo non presente nel libro, e neanche doppiato troppo bene, che risulta comunque uno dei più motivanti della storia del cinema. Parole epiche che hanno risonanza anche nel mondo reale, simbolicamente rivolte a ogni persona: la tematica del riscatto della razza umana trova il suo ultimo e determinante picco emotivo. Ha la funzione catartica di invitare l’uomo a resistere ancora un po’, un popolo fragile e corruttibile ma anche coraggioso e pieno di risorse da tirare fuori – vedi l’arco narrativo di Boromir. Arriverà il momento del crollo, ma non ora. Impossibile non convincersi a resistere, in nome dell’onore e di ciò che riteniamo caro.

“(…) Ci sarà un giorno in cui il coraggio degli uomini cederà, in cui abbandoneremo gli amici e spezzeremo ogni legame di fratellanza… ma non è questo il giorno. Ci sarà l’ora dei lupi e degli scudi frantumati quando l’era degli uomini arriverà al crollo… ma non è questo il giorno! Quest’oggi combattiamo (…)”

 

 

 

Nato a Roma. Giornalista sportivo e cinematografico. Studioso e appassionato della Settima Arte e della letteratura da sempre. È tutto.

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