Twin Peaks, perché 30 anni dopo è ancora il capolavoro da battere

L'8 aprile 1990 andava in onda l'episodio pilota di Twin Peaks. Parliamo del capolavoro di Lynch, raccontando la storia e condividendo riflessioni.

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Twin Peaks

L’8 aprile 1990 andava in onda l’episodio pilota di Twin Peaks. Parliamo del capolavoro di Lynch, raccontando la storia e condividendo riflessioni

Era una domenica di aprile di 30 anni fa. Il popolo americano era ignaro di cosa avrebbe visto quella sera in televisione; dal giorno dopo, la domanda “ma secondo te chi ha ucciso Laura Palmer?” sarebbe stata ripetuta quasi ossessivamente fra scuole, lavoro e bar. Di quella serie tv si parlò tanto, un’opera pop capace di entrare nell’immaginario collettivo come, fino ad allora, mai era successo prima. E già da qui, volendo, si può intuire perché Twin Peaks sia tutt’ora considerata una delle serie più importanti di sempre. Un “anno zero” per la serialità; l’alba della televisione moderna tramite un prodotto che ancora ispira decine e decine di nuove serie tv.

Il pilot Passaggio a Nord-Ovest (Passage to North-West) venne visto da 34 milioni di persone. Furono 94 minuti stranianti e inquietanti quanto magnetici. In qualche modo risultava da subito familiare, in molti aspetti completamente fuori dagli schemi. Era l’8 aprile 1990 e Twin Peaks – ideata da David Lynch e Mark Frost – stava iniziando. In Italia sarebbe arrivata il 9 gennaio 1991.

Onirico e realtà

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L’incipit televisivo più famoso di sempre – l’iconica inquadratura di Laura Palmer nella plastica – dà vita a un prodotto giallo, poliziesco e investigativo. Ancora non sappiamo che stiamo per vedere una serie fantastica, ricca dell’immaginario onirico di David Lynch. Ancora non sappiamo cosa sia la Loggia Nera.

Qui inizia una meravigliosa commistione di generi: il realismo legato a un omicidio, il mondo fantastico e avventuroso, la commedia, il dramma, il surreale che talvolta diviene quasi grottesco e decisamente conturbante. C’è anche il gusto del comico, atto a spezzare la tensione. Nessuna serie ha mai miscelato così tanti elementi, immergendoli in un contesto sognante, quasi sospeso per aria, nell’universo. Twin Peaks è al confine con il Canada, ma se non lo sapessimo potremmo anche pensare che si trovi su Marte.

Tutti d’accordo, dunque: gli amanti di ogni genere possono trovare qualcosa di gradevole in questo show. A tutti, quindi, è data la possibilità di sentirsi a casa, in famiglia, paradossalmente al sicuro. Ora siamo parte integrante di una cittadina eccentrica; una specie di villaggio con dei colori bellissimi, un ottimo caffè, uno sceriffo affidabile e dall’indubbia integrità morale.

Una fitta rete di personaggi

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Twin Peaks introduce uno stile di scrittura basato su diverse storyline parallele. Tralasciando per un attimo quanto questo elemento sia innovativo nel 1990, consideriamo che esso può funzionare in un solo modo: ogni personaggio deve essere interessante. Deve sempre valere la pena di mettere da parte l’omicidio per conoscere gli amici di questa cittadina. David Lynch ha da sempre l’ottima qualità di prendere seriamente in considerazione l’animo dei personaggi, delle persone, di voler esplorare il loro mondo e di porli come creature uniche – spesso, a sua immagine e somiglianza.

Sono tutti accomunati dal dolore per la perdita di Laura, la quale è sempre presente in quanto sostanzialmente invisibile. Dunque, partendo da questo presupposto, l’episodio pilota introduce tanti personaggi legati ad archetipi ed esempi presi dal grande cinema e dalla Terra tutta; Donna è coraggiosa ed empatica, James misterioso e buono, Audrey provocante e sorprendente. Il vice-sceriffo Andy e la segretaria Lucy si mostrano con siparietti divertenti. Altri personaggi sono ambigui e irrisolti, l’evoluzione di Benjamin è sorprendente e per ogni carattere non possiamo che provare comprensione ed empatia.

Dale Cooper costituisce il punto di vista esterno, lo sguardo sul microcosmo di Twin Peaks dal quale si fa avvolgere e conquistare. Interpretato da Kyle MacLachlan, attore feticcio di Lynch, è cristallino, elegante e alla mano.

Un microcosmo, appunto, specchio di un macrocosmo di cui vengono raccontati i simboli, i luoghi comuni, le eccentricità e le assurdità in un contesto familiare e amichevole. Twin Peaks, cittadina fittizia, ha anche questa funzione.

Lo schema della cittadina americana di provincia tranquilla e modesta, la cui tranquillità viene sconvolta da un fatto grave e spesso soprannaturale, è stato più volte ripreso da diverse serie tv. Così, anche l’idea di affidarsi a pochi personaggi in un ambiente ristretto e farli interagire con diverse storie “a ramo”. Questi elementi sono stati introdotti da Twin Peaks.

La colonna sonora di Angelo Badalamenti

Che non sia una semplice serie investigativa lo si capisce subito. L’elemento del sogno, l’amore per ciò che è suggestivo, viene studiato anche in relazione alla musica. Sebbene non ci siano ancora elementi soprannaturali nel primo episodio, gli autori permettono di intuire qualcosa attraverso una colonna sonora ipnotica, struggente, sinistra. Le musiche di Badalamenti rimangono stampate nell’immaginario delle persone; oltre alla trama, è difficile dimenticare questo episodio pilota in buona parte per la musica.

Twin Peaks costruisce questo approccio magnetico con la canzone Falling, cantata dolcemente da Julee Cruise al Roadhouse. Nel 1991 Angelo Badalementi vince il Grammy, premio che si somma ai tre Golden Globe e ai due Emmy vinti dalla serie.

La cancellazione

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Non tutti sanno, o ricordano, che Twin Peaks non lascia il finale in sospeso per scelta artistica – come spesso si dice – ma viene proprio cancellata. La ABC lascia una notevole libertà creativa agli ideatori; tuttavia decide, nella seconda stagione, di mettere pressione a Lynch e Frost per rivelare l’assassino il prima possibile. I creatori non vogliono, ma alla fine devono cedere. A metà della seconda stagione sappiamo tutto. Rivelato il mistero, gli ascolti calano verticalmente.

Lynch afferma: “È un’assurdità che questo sia potuto succedere. […] C’era spazio per tantissimi altri misteri. Ma quel mistero era sacro, teneva in piedi tutti gli altri. Era l’albero e gli altri erano i rami. È, come ho detto, una tristezza”. Da quel momento gli autori iniziano a curare il seguito in maniera più approssimativa e disinteressata. La serie inizia a perdere tensione ed emozione. Complice del calo è anche la programmazione; le puntate vengono spostate al sabato sera e spesso sono sovrapposte dal network con le trasmissioni sulla Guerra del Golfo. Il 23 febbraio 1991, invece di mandare in onda l’episodio 17, l’ABC trasmette il film Codice Magnum senza nessun preavviso.

In seguito alle accese proteste dei fan, la programmazione riprende il 28 marzo. Gli ascolti sono, però, sempre insoddisfacenti e la trasmissione viene interrotta nuovamente; a questo punto Lynch e Frost decidono di lasciare il finale aperto per convincere la ABC a produrre una terza stagione. Nonostante la leggera ripresa degli ultimi due episodi, Twin Peaks viene definitivamente cancellato.

Solo la popolarità crescente e inarrestabile nel corso degli anni permette di riprendere la storia 25 anni dopo, con l’apprezzata terza stagione.

La sequenza finale del settimo episodio della seconda stagione

La forzatura del network si rivela sicuramente negativa, tuttavia i creatori si trovano costretti a mostrare Leland/Bob in versione assassino. È qui che, secondo l’opinione di chi scrive, Twin Peaks rivela una delle sequenze più belle e coinvolgenti, manifesto per eccellenza della qualità dello show.

Siamo al locale Roadhouse. Cooper si siede a un tavolo fra la Signora Ceppo e lo sceriffo Harry. Julee Cruise, con un tipico vestito rosso acceso “alla Lynch”, sta cantando sul palco, la sua voce carezza il locale e crea un’atmosfera irreale. A un altro tavolo, al muro, sono seduti Donna e James, l’una di fronte all’altro. I ragazzi parlano del fatto che Maddy se ne sta per andare, sono illuminati da una luce dall’alto e l’inquadratura sembra un dipinto. Donna canticchia a bassa voce seguendo la cantante e guardando il ragazzo. Al bancone è seduto Bobby. A un certo punto, la canzone ritmata si interrompe con il suono di un temporale. Ne inizia un’altra più lenta. Una luce bianca illumina Cooper, contrasta le luci soffuse e calde del locale. Sul palco appare Il Gigante: “Attento, sta per succedere ancora”, afferma due volte con tono grave.

Con questa scena ipnotica, il regista prepara l’omicidio di Maddy, la cugina di Laura. Un vinile continua a girare rumorosamente su un giradischi a casa di Leland e Sarah. Leland si specchia e vede Bob, la moglie è a terra. Arriva Maddy e inizia l’aggressione. È un mix di violenza e disperazione, di dramma e fastidio. Quando l’assassino si mostra come Bob ha sempre una luce bianca lo segue; anche qui, fa da contrasto a colori caldi.

Quando l’omicida si mostra come Leland, la luce fredda non c’è ed emerge tutta la sofferenza dell’uomo: piange mentre tiene Maddy coperta di sangue, esclama il nome della figlia Laura. Siamo di nuovo su Bob, e quando si vede lui la scena va al rallenty e le voci sembrano estendersi per sempre. La macchina da presa gira ossessivamente in maniera panoramica. Il volto di Maddy viene sbattuto sul vetro di un quadro e la ragazza crolla sul pavimento.

Siamo di nuovo al locale: gli sguardi di Cooper e del Gigante si incrociano per qualche secondo. La luce torna calda e dopo qualche istante riappare la cantante. Il vecchio cameriere si avvicina a Cooper e gli dice “mi dispiace davvero”, dandogli due lievi pacche sulla spalla. Evidentemente ha capito tutto. Ma ogni personaggio sembra aver avvertito l’atrocità del momento; l’atmosfera sembra sospesa in un altro mondo. L’espressione di ogni personaggio diventa intensa: la Signora Ceppo, Bobby che ha smesso di bere e si guarda intorno, quasi spaventato. Donna inizia a piangere senza ragione apparente, James la consola. La voce della cantante continua a carezzare il locale. Il tempo sembra essersi fermato al Roadhouse.

L’episodio finisce su questa scena, le cui scelte registiche hanno valorizzato al massimo un punto di non ritorno della storia.

In definitiva

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Di Twin Peaks, 30 anni dopo, resta ancora la freschezza e il coraggio che raramente hanno le televisioni nel 2020. L’intraprendenza di fare una cosa così innovativa venne premiata; quello che doveva essere un breve esperimento divenne un esempio, un’icona. La serie risulta ancora estremamente moderna, l’impatto emotivo è ancora in grado di colpire tanti nuovi appassionati. Molti scrittori prendono esempio e spunto, tanti critici la studiano per comprendere i meccanismi della serialità del nuovo millennio.

Il genio di David Lynch e del co-creatore Mark Frost ha permesso, tuttavia, di creare un caso isolato e da isolare; da conservare in una bolla, consapevoli che nulla sarà mai uguale, magari altrettanto bello, ma inevitabilmente diverso.

 

E voi, che ricordo avete di Twin Peaks? E c’è una scena che vi ha colpito in particolare? Fatecelo sapere nei commenti.

Leggi anche Lynch e il surrealismo: breve guida alla comprensione di Twin Peaks 3.

 

 

Nato a Roma. Giornalista sportivo e cinematografico. Studioso e appassionato della Settima Arte e della letteratura da sempre. È tutto.

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