Quentin Tarantino, tutti i film dal peggiore al migliore

Fare una classifica dei film di Quentin Tarantino è uno sporco lavoro, ma qualcuno deve pur farlo. Ecco la nostra top, in ordine dal peggiore al migliore.

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Quentin Tarantino

Il signor Quentin Tarantino non ha di certo bisogno di presentazioni. Sin dagli anni novanta abbiamo imparato ad amare il suo genio creativo mentre dirigeva, scriveva e produceva con attenzione certosina i suoi film.

Non è internazionalmente riconosciuto per aver diretto a ruota quaranta o cinquanta film. No, lui ha sempre detto di voler fare dieci film, non di più. Ma ognuno di questi è curato nei minimi dettagli da Tarantino stesso. Insomma, pochi ma buoni.

Appena partono i titoli di testa, si riconosce immediatamente che il film che scorre è opera sua. Il motivo è che ha uno stile ben definito e completamente personale, nessuno è come lui e ci sono molti elementi ed espedienti ricorrenti nelle sue pellicole. Per esempio, i dialoghi sono il suo marchio di fabbrica, ma anche la rappresentazione della violenza (in modo più o meno cruento) e i salti temporali nella narrazione.

Ma è inutile fare la lista della spesa ed elencare tutte le caratteristiche del suo stile. Il modo migliore per conoscere il cinema di Quentin Tarantino è quello di guardarlo. Noi l’abbiamo fatto. L’abbiamo guardato e l’abbiamo adorato, per questo abbiamo deciso di metterci alla prova. Ecco come.

Quentin Tarantino

Istruzioni:

In questo articolo, l’opinione di ogni redattore (anche dei capi) è stata mediata fino a creare una classifica dei film di Quentin Tarantino, in ordine dal peggiore al migliore.

Avvertenze:

Partiamo dall’umile premessa che il termine “peggiore” non significa brutto, ma semplice di qualità inferiore paragonato agli altri. Al di là del fatto che bello e brutto sono relativi e soggettivi, trovo decisamente difficile che qualcuno abbia visto un film di Tarantino e pensato di aver sprecato due o tre ore della propria esistenza. (Se esistesse e stesse leggendo, gli consiglierei di non proseguire con la lettura).

Possibili effetti indesiderati:

Disaccordo, rabbia e indignazione. Sono alcuni dei sentimenti che possono scaturire nell’animo di coloro che si sentono oltraggiati dalla nostra classifica.

Modalità d’uso:

Questa top non è stata creata per soddisfare le vostre opinioni, ma per rendevi partecipi delle nostre. L’effetto sperato è quello di creare un dibattito sano e di spingere più persone a condividere le proprie idee (senza cercare di prevaricare).

 

Quentin Tarantino

10. Grindhouse – A prova di morte (2007)

Il povero vecchio Grindhouse è il film che ha riscosso meno successo. Non perché non sia un buon film, ma perché è un film per pochi.

Già il titolo stesso lo dice: Grindhouse, è il termine con cui si indicavano le sale cinematografiche destinate alla proiezione dei film d’exploitation (uno dei generi più amati da Quentin). Film considerati di serie B, perché la qualità del contenuto passava in secondo piano, e con una massiccia presenza di scene di sesso e di violenza. Quindi, Grindhouse è proprio un film di nicchia, che omaggia un genere cinematografico che ormai non c’è più.

Grindhouse è uno slasherin cui lo Stuntman Mike McKay (Kurt Russel) è un maniaco omicida e la sua arma una Chevrolet Nova SS, una vettura “a prova di morte”, ma solo per il conducente. Le sue vittime sono delle giovani e belle donne, che si spostano in gruppo e chiacchierano in totale libertà. Con “i dialoghi delle amazzoni” (chiamati così da Tarantino), il regista ci dimostra ancora una volta il suo talento, ricreando alla perfezione gli ipotetici discorsi tra donne.

Questo è anche il film in cui Quentin Tarantino porta al massimo livello il suo feticismo per i piedi femminili. Con un totale di otto donne che scorrazzano nei 114 minuti, si diverte a piazzare i loro piedi nudi al centro dell’inquadratura appena ne ha la possibilità.

Infine, non si può non apprezzare la sequenza dell’incidente che si ripete per ogni vittima, e anche la rivalsa delle donne, che dà una spruzzata di girl power alla pellicola.

P.S.: Avete notato la suoneria di Abernathy (Rosario Dawson)?

 

Quentin Tarantino

9. Kill Bill: Volume 2 (2004)

Come avrete notato abbiamo deciso, in questa classifica, di considerare Kill Bill come due film divisi. Considerandolo un progetto unico probabilmente avrebbe un’altra posizione ma non stiamo a soffermarci su questo particolare.

Volume 2 è un’opera verbosa ma che non annoia mai, dove Quentin Tarantino omaggia il noir anni ’50, ricorda Hokuto No Ken e abbraccia tutto il cinema Western, da John Ford a Sergio Leone. Tutto con grande naturalezza e amore verso il cinema di genere senza però mai distogliere lo sguardo dai suoi personaggi. A rubare a tutti la scena, sposa compresa, è il compianto Bill Carradine che dà vita ad uno dei migliori personaggi del panorama tarantiniano. L’ingresso di Bill nel film rivela poi la vera natura dei due volumi.

Perché certo Kill Bill è un omaggio a più generi cinematografici, il primo volume guarda più ad oriente rispetto al secondo, ma l’opera nel suo insieme è prima di tutto una lunga storia d’amore. Un revenge movie mosso da un sentimento forte, travagliato e inesauribile. Un film romantico in salsa Tarantino.

Commento di Giacomo Lenzi.

 

Jackie Brown

8. Jackie Brown (1997)

“Se oggi come oggi, senza un’occupazione, avessi la possibilità di scappare con mezzo milione di dollari, l’afferreresti?”

Questo film è quello che si distanzia di più dallo stile tarantiniano, è più maturo. Le sequenza di violenza ci sono, ma l’atto non viene mostrato, ha una narrazione lineare e ha meno azione. Andrew Collins descrive in modo perfetto la sua essenza: “Prova che Tarantino è un regista che non ha bisogno di violenza per mantenere la nostra attenzione”.

La narrazione (che per la prima volta non è originale) è l’adattamento del romanzo Punch al rum, di Elmore Leonard. Tutto ruota attorno al personaggio eponimo, Jackie (Pam Grier), un’hostess che per arrotondare introduce denaro illegalmente per il trafficante d’armi Ordell Robbie (Samuel L. Jackson). E l’altro grande protagonista è proprio il mezzo milione di Ordell, che tutti vogliono e cercano di ottenere.

Quentin Tarantino stesso ama parlare di Jackie Brown come un hangout movie, in cui la bellezza sta proprio nel passare il tempo con i personaggi. In effetti, le scene che rimangono più impresse sono proprio quelle in cui non succede granché a livello di narrazione, ma i personaggi interagiscono semplicemente tra loro.

Tra tutti, Jackie è ovviamente quella più approfondita e il film è una sorta di ode alla carriera di Pam, che negli anni ’70 era famosa per i suoi ruoli nei film del genere blaxpoitation. 

Lei è la regina del film, ed è veramente difficile scegliere la sequenza migliore che la ritrae. Quella più famosa è di sicuro la sequenza iniziale, in cui la vediamo scivolare lungo la parete dell’aeroporto. Si tratta di una citazione al film Il laureatoche si apre proprio allo stesso modo, con Dustin Hoffman nel lato destro dell’inquadratura, mentre di sottofondo risuona The Sound of Silence.

 

 Quentin Tarantino

7. Kill Bill: Volume 1 (2003)

Il volume uno mette le basi di tutto questo percorso. Abbiamo, nella messa in scena, tutte le ossessioni di Quentin Tarantino con tanto di momenti cult indimenticabili come la Pussy Wagon o la parte di Hattori Hanzō (nome preso da un leggendario samurai). Per non parlare degli esageratissimi combattimenti che omaggiano il cinema di arti marziali anni ’70.

Come tutti i primi capitoli, il merito maggiore di Kill Bill Vol.1 è, però, l’introduzione e la presentazione dei personaggi. Ogni personaggio che appare buca l’immaginario collettivo, a partire da O-Ren Ishii con quell’indimenticabile anime fino a Budd e alla sua citazione (“Quella donna merita la sua vendetta e noi meritiamo di morire”) nel finale, passando ovviamente per Elle nella sua veste da infermiera fischiettante. Ovviamente senza dimenticare Bill, mai mostrato, ma che aleggia per tutta la durata dell’opera.

E poi c’è lei: la Sposa di Uma Thurman che domina la scena. Donna innamorata e tradita, madre distrutta dalla perdita di sua figlia, ma soprattutto assassina. Perché come “Superman non diventa Superman; lui è nato Superman” così Beatrix Kiddo è, prima di tutto una Killer. Le sue azioni non sono vicine a quelle che compierebbe lo spettatore ma le sue emozioni sono vere e vibranti e non possiamo non farci coinvolgere.

Kill Bill è un’opera mitologizzante, una moderna tragedia che coglie gli archetipi delle nostre emozioni. Il volume 1 è dove il mito nasce.

Commento di Giacomo Lenzi.

 

Quentin Tarantino

6. Django Unchained (2012)

Django Unchained non è il più bel film di Tarantino, e forse neanche il più brillante a livello di scrittura. Tuttavia si fa apprezzare per essere sicuramente il più scatenato: una somma di violenza, vendetta e ironia che culmina con una delle sequenze finali più coinvolgenti della filmografia di Quentin. È un’opera pop rock; gradevole, facile da apprezzare, dinamica e letteralmente esplosiva. Forse il più divertente di tutti, o quasi.

Siamo di fronte all’ennesima, nostalgica citazione; l’ottavo film di Quentin Tarantino è un omaggio a Django, pellicola del 1966 di Sergio Corbucci, ovvero uno dei massimi esponenti dello spaghetti western insieme a Sergio Leone. Django Unchained, infatti, è un imponente e spettacolare western postmoderno.

Ancora una volta, la storia viene riveduta e corretta dal regista, il quale racconta con ferocia la rabbia e le risorse del popolo afroamericano schiavizzato dal sud. Il film si regge ottimamente anche grazie alla seconda fantastica interpretazione di Christoph Waltz con Tarantino, che gli vale anche il secondo premio Oscar. Leonardo DiCaprio, in stato di grazia, è uno dei super cattivi più convincenti degli ultimi tempi. Un film amorale che soddisfa il bisogno di sangue del personaggio di Jamie Foxx, e anche quello di noi spettatori.

Commento di Tiziano Angelo.

 

Quentin Tarantino

5. The Hateful Eight (2015)

Con The Hateful Eight, Quentin Tarantino porta avanti la sua personale riproposizione e riflessione sul genere western iniziata con Django Unchained  e sceglie, ancora una volta, di rifarsi a Sergio Corbucci.

L’ispirazione di The Hateful Eight è, sia per ambientazione sia per parziale affinità nelle tematiche, Il grande Silenzio, film del 1968 del regista italiano.

Il discorso razziale iniziato con Django Unchained viene portato avanti in maniera esemplare e ad esso va ad aggiungersi una valorizzazione del luogo d’azione che difficilmente si trova nei film del genere.

L’emporio diventa infatti il testimone silenzioso di quello che è un regolamento di conti non fra semplici uomini, ma fra diverse anime della storia piena d’ombre degli Stati Uniti.

La scrittura dei personaggi è, come in ogni film di Tarantino, esemplare e a dare una marcia in più al film si inserisce la splendida colonna sonora di Ennio Morricone.

Il perfetto anello di congiunzione fra Django e C’era una volta a…Hollywood.

Commento di Arturo Garavaglia.

 

Quentin Tarantino

4. C’era una volta a… Hollywood (2019)

Ultimo film di Tarantino, con un cast sorprendente, Once Upon a Time in… Hollywood ha fortemente diviso le opinioni del pubblico.

Come si capisce dal titolo, Once Upon a Time in… Hollywood è prima di tutto una favola: il regno lontano lontano è Hollywood, un mondo assurdo, che tutti sogniamo, idealizziamo, una città abitata da star in cui succede di tutto, in cui arrivano quelli che ce l’hanno fatta. Ma in realtà è anche un mondo crudele, che ti eleva per un po’ ma poi è pronto a sbatterti fuori appena inizi ad invecchiare, che ti sfrutta e ti schiaccia.

Ed è anche il mondo Hippie, spesso idealizzato nell’atmosfera di nostalgico vintage che stiamo vivendo, e che tuttavia aveva i suoi difetti e le sue storture.

Tarantino mantiene la favola dell’immaginario comune, tramite i colori, la musica assordante, i neon, le feste, ma non nasconde la cruda realtà, che traspare in dettagli più o meno vistosi e mai troppo nascosti.

Ma Once Upon a Time in… Hollywood è anche una spassionata, sincera ed intensa dichiarazione d’amore. È l’amore che Tarantino prova per i western in primis ovviamente, ma anche verso i suoi stessi film, che spesso cita. E anche il sentimento di soddisfazione che si prova nel realizzare un film, che traspare dagli occhi di Sharon Tate quando si rivede al cinema. Ma soprattutto verso quello che è il grande potere della settima arte: che si può modificare, non è ineluttabile come il destino, non è crudele ed ingiusta come la storia.

Once Upon a Time in… Hollywood non è il classico film di Quentin Tarantino, non è il film che ci aspettiamo, e non è neanche un film perfetto. Ma è un film-omaggio che trasmette una passione così sincera ed intensa che, per chi riesce ad avvertirla, ed è impossibile non apprezzarlo.

Commento di Gaia Franco.

 

Quentin Tarantino

3. Bastardi senza gloria (2009)

Quentin Tarantino riscrive la storia. Non una qualsiasi, ma uno dei pezzi più drammatici e cupi a cui l’umanità abbia mai assistito.

In un lungo, intenso e maestoso prologo, ci riporta nel 1941, in Francia, quando lo spietato colonnello Hans Landa, soprannominato il “cacciatore di ebrei” (Christoph Walz, premiato anche come Miglior attore non protagonista agli Oscar) è impegnato a dare la caccia come un segugio a tutti gli ebrei rifugiati che si nascondono. Riesce a sterminare l’intera famiglia di Shosanna Dreyfus (Mélanie Laurent), ma non lei, la quale scappa e si ricostruisce una nuova identità ed una nuova vita lontano da quelle terre desolate, mantenendo un unico obiettivo: vendicarsi. Ma la sua storia è ben presto destinata ad unirsi con quella dei Bastardi, un gruppo di forze armate americane formato da 8 soldati ebrei, al cui capo vi è il Tenente Raine (Brad Pitt).

Questa è la geniale riscrittura di Quentin Tarantino, che unisce, in un mix perfetto, una violenza spietata e raffinata, ed una spiccata e pungente ironia, messi insieme da una sceneggiatura perfetta e numerose citazioni. Il cinema, dall’altra parte, è il filo conduttore di tutte queste componenti: quel potente mezzo con cui i nazisti si facevano propaganda e tessevano le loro lodi per le “maestose imprese”, ora diventa un forno crematorio in cui gli altri potranno finalmente mettere in campo la propria vendetta.

Un cast strepitoso, con Christoph Waltz che diventa un agghiacciante e sarcastico villain e Brad Pitt che immortala una delle sue migliori performance personificando l’eroe che sconfigge il male e che allo stesso tempo è dotato di una enorme crudeltà, tanto da richiedere lo scalpo dei tedeschi. La sua caricatura di Vito Corleone (Marlon Brando), omaggio prima di tutto al cinema, rimane senza dubbio una delle scene più celebri del mondo della settima arte tarantiniana.

“Sai che ti dico, Utivich? Questo potrebbe essere il mio capolavoro”.

Commento di Giulia Leto.

 

2. Le iene (1992)

Le Iene. L’opera prima di Tarantino dove la trama stessa affonda le sue basi dentro ad un’ incognita: chi è la spia del gruppo?

È chiaro fin dall’origine del modo di fare cinema di questo regista quali sono le tematiche che predilige, un divertimento appassionato e grottesco di fronte alla violenza, il volto di un’America scurrile, senza filtri, sporca e l’ambiguità morale di personaggi che anche nell’essere fuorilegge seguono un “codice morale”.

L’aspetto che rende questa storia originale è soprattutto la sua sceneggiatura, i dialoghi rozzi, nuovi per le orecchie del pubblico e l’ellisse narrativa che non è più cronologica ma segue una sua struttura dissociata dai normali canoni.

Probabilmente non sono tematiche nuove ma è il modo in cui decide di raccontarle che lo fa spiccare tra tanti al Sundance Film Festival, con la cinepresa incastrata sempre negli stessi ambienti quasi come intrappolata che cerca di farsi strada tra le vicende delle iene.

Un gruppo di sei rapinatori (più i due capi) che organizzano il colpo della loro vita, che noi spettatori non vedremo mai, riusciamo solo ad immaginarlo dalle parole pronunciate dagli uomini implicati e da alcuni flashback narrativi.

Tarantino non cade nell’esigenza di raccontare tutto dei suoi personaggi, ci lascia solo quello che necessitiamo di sapere al fine della storia, niente digressioni, giocando sul fatto che gli spettatori entrano nella vicenda totalmente ignari del passato e della vita di questi delinquenti come loro stessi, nella storia non conoscono nulla l’uno dell’altro.

Un tessuto di emozioni umane che rendono a mio parere il film tra i migliori di Quentin Tarantino, che segna quasi la nascita di un nuovo stile cinematografico, ispirato al passato ma totalmente nuovo nella rivisitazione e nelle modalità visive.

Commento di Giulia Colombo.

 

Quentin Tarantino

1. Pulp Fiction (1994)

La prima sequenza di Pulp Fiction (e forse l’intera pellicola) è come bere una birra fresca in un assolato pomeriggio d’agosto. Niente di più. Tanta la perfezione, il genio e la portata rivoluzionaria del secondo film di Tarantino che si aggiudica, a pieno titolo, la pole position della nostra classifica.

Pulp Fiction non è solo il film più importante degli anni ’90, è probabilmente anche uno snodo fondamentale della storia del cinema, nonché della cultura pop. Come abbiamo già scritto in occasione dell’anniversario per i 25 anni, dopo Pulp Fiction nulla può essere concepito come prima. Parole sicuramente forti, ma che descrivono il calibro di quello che è a tutti gli effetti il film postmoderno per eccellenza.

Pulp Fiction è l’implosione e l’esplosione della cultura, in particolare cinematografica, precedente. Un film che tutto contiene e che, per questo, riesce a fondare un nuovo immaginario. Il B-movie, con i suoi cliché, si riversa nella poetica autoriale; la struttura non lineare diventa gioco di specchi senza mai andare fuori dalle righe del “senso”; la verbosità filosofeggiante si trasforma in intrattenimento per adulti.

Se a quanto appena detto, aggiungiamo pure la presenza costante di una violenza iper-realista, di personaggi-macchiette e di una colonna sonora, folle tanto quanto appassionata, i casi che si pongono di fronte sono i seguenti. O siamo di fronte ad un caos paradossale o ad un capolavoro indefinibile. E in realtà Pulp Fiction è entrambe le cose: una creatura cinematografica che solo uno chiamato Quentin Tarantino sa come affrontare, gestire e far fruttare.

Commento di Alberto Candiani.

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Ricerco nell’arte l’espressione tangibile dei miei pensieri e la confutazione degli stessi.

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