Frankenstein: la creazione di Mary Shelley resa immortale dal cinema

Frankenstein è stato reso immortale dal cinema e dai temi ancora attuali, ma il successo è stato così ampio da oscurare la sua stessa autrice, Mary Shelley.

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Frankenstein

Frankenstein – Il moderno Prometeo è un romanzo pilastro del genere gotico. Qualcuno di voi l’avrà letto, costretto dai professori o per pura passione, ma la maggior parte l’ha conosciuto perché è diventato parte intrinseca dell’immaginario collettivo.

Se non avete pensato di travestirvi come il mostro per Halloween, avete sicuramente visto uno degli innumerevoli film tratti dal romanzo, come La moglie di Frankenstein, o la parodia Frankenstein Junior. Oppure avete visto personaggi a lui ispirati, come Lurch, il maggiordomo di casa Addams nella versione televisiva creata da Charles Addams nel 1938.

Visto che raccontarvi la storia narrata in Frankenstein sarebbe piuttosto inutile, in questo articolo vi parlerò della scrittrice, Mary Shelley, figura oscurata dalla sua stessa creazione. E dopo avervi convinto (spero) a leggere una volta per tutte questa storia affascinante, lascerò la parola al Giacomo. Sicuramente lui riuscirà ad indurvi a vedere almeno La moglie di Frankenstein.

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Mary Shelley era badass

Come spesso succede quando un’opera raggiunge un successo tale da attraversare i secoli, la scrittrice, Mary Shelley, è caduta nell’oblio, oscurata dalla sua stessa creazione.

Il che è un vero peccato, perché Mary, se fosse stata nostra contemporanea, sarebbe considerata una vera badass, e farebbe onore al suo genere (soprattutto ora che il femminismo è tornato alla ribalta).

L’aspetto di questa donna che affascina di più è la sua mente, che ha avuto modo di espandere grazie alle persone di cui si è circondata. Suo padre, William Godwin era un filosofo e un politico; sua madre, Mary Wollstonecraft, una delle fautrici del movimento femminista.

Era amica e frequentava assiduamente i poeti romantici del tempo come Lord Byron e ne ha anche sposato uno, Percy Bysshe Shelley (la loro relazione, seppur anticonvenzionale, sarebbe degna di un romanzo rosa). Ma anche scienziati, come John William Polidori, che probabilmente è stato fondamentale per la base scientifica del suo romanzo.

Insomma, filosofi, poeti e scienziati erano un po’ le rock star dell’800, e Mary non era di certo il tipo di donna che se ne stava in disparte a ricamare mentre loro discutevano.

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Ciascuno di noi scriverà una storia di fantasmi”

Proprio durante un soggiorno in Svizzera con i tre uomini appena citati, Mary ha partorito l’idea alla base di Frankenstein. Un po’ per gioco, Byron propose alla comitiva di scrivere una storia di fantasmi. Lei però era bloccata, non riusciva a scrivere, anche se aveva bene in mente il genere di storia che voleva raccontare:

“Una storia che testimoniasse i misteriosi terrori della nostra anima, che ci scuotesse con brividi di orrore.”

Durante la notte, il lampo di genio venne da lei. Il romanzo stesso gli si si presentò:

“L’immaginazione, senza che lo volessi, si impadronì di me guidandomi […]. Vedevo l’orrida forma di un uomo disteso, poi una macchina potente entrava in azione, il cadavere mostrava segni di vita e si sollevava con movimento difficoltoso, solo parzialmente vitale. Doveva essere terrificante: come terrificante sarebbe l’effetto di qualsiasi opera umana che riproducesse lo stupendo meccanismo del Creatore del mondo. L’artefice è atterrito dal proprio successo.”

Il mattino seguente, lesse la storia alla comitiva, e il marito la incoraggiò a renderla un romanzo.

Mary racconta questa vicenda proprio nella prefazione di Frankenstein (la versione del 1830), che – come ogni romanzo gotico che si rispetti – le appare in una sorta di sogno vivido, nel limbo tra la veglia e il sonno.

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Perché Frankenstein è immortale?

La domanda che ci si può porre a questo punto è: perché un romanzo, scritto duecento anni fa, è ancora adattato in film, parodie, serie tv, e molto altro?

La risposta risiede nei temi veicolati attraverso il romanzo. Il fatto che le tematiche siano ancora attuali dimostra, da un lato, quanto lungimirante fosse Mary Shelley, ma dall’altro, quanto sia recidiva la natura umana.

La paura del diverso e il bisogno di essere amati 

Il romanzo è intriso del sentimento della paura del diverso. Dal momento che è inutile spiegare il perché e il come questo faccia riferimento alla società attuale, lasciate che vi faccia capire perché traspare nel libro.

La creatura a cui viene data la vita è diversa. Non è stata concepita, la sua esistenza sfida le leggi della natura e per sua estrema sfortuna è anche brutta, ripugnante. Di conseguenza, il dottor Frankenstein stesso, colui che l’ha creato, lo ripudia. Appena lo vede scappa e non gli dà nemmeno un nome. In questo modo, nega alla creatura la possibilità di essere un individuo e lo denigra ancor più chiamandolo con appellativi spregiativi come mostro, demonio

Ad aumentare la sua condizione di diverso, c’è l’emarginazione della creatura dalla società. Quando viene creato, la sua mente è come quella di un neonato, una tabula rasa, priva di alcun tipo di conoscenza. Quindi la creatura non sa parlare, non sa come si chiamano gli oggetti che lo circondano, e non sa nemmeno come comportarsi.

Nonostante sia solo, sopravvive grazie al suo forte fisico e perché impara dall’esperienza e dall’istinto. Nel corso del romanzo impara a parlare, a leggere, e man mano che la sua cultura aumenta, allo stesso modo i suoi pensieri, i suoi dialoghi e le sue emozioni evolvono. Agisce secondo la ragione e i sentimenti, e si scopre essere una creatura estremamente intelligente e sensibile, il cui unico bisogno è quello di essere amato e accettato.

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I limiti della scienza

Un tema che trapela sin dal sottotitolo del romanzo (Il nuovo Prometeo), è quello del superamento dei limiti, in questo caso da parte della scienza.

Il dottor Victor Frankenstein potrebbe essere paragonato a Prometeo per due motivi. Prometeo è passato alla storia per essere colui che ha rubato il fuoco sacro agli dei, quindi ha valicato il limite più sacro e alto. Inoltre, nelle Metamorfosi di Ovidio, Prometeo è colui che plasma gli esseri umani dalla creta.

L’atto dello scienziato di dare la vita senza concepirla, è una sfida contro le leggi naturali e contro quelle divine. Potremmo dunque dire che, in questo modo, Mary ha dato voce alla paura del tempo (che è anche attuale) nei confronti della velocità della scienza e delle scoperte tecnologiche. Questa velocità suscita nell’uomo una paura comprensibile, e lo porta a farsi delle domande etiche riguardo le nuove scoperte e l’ignoto che esse rappresentano.

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La moglie di Frankenstein (testo di Giacomo Lenzi)

Anche se Mary Shelley è oscurata dalla sua creazione (e la creatura viene scambiata per lo scienziato), Frankenstein è immortale anche grazie al cinema. Tra tutte le possibili trasposizioni, più o meno ufficiali, dell’opera ho scelto La Moglie di Frankenstein di James Whale del 1935 perché, molto semplicemente, lo considero il migliore ed un vero e proprio capolavoro.

Il film parte con in una villa a Ginevra dove Byron e Percy Shelley chiedono, alla moglie di quest’ultimo, di raccontare loro l’ipotetico seguito. Da qui in poi si entra più nel territorio del regista James Whale che della scrittrice Mary Shelley. Nell’opera troveremo infatti un tono meno funereo rispetto al capitolo precedente (ed al libro), qualche tocco velato di ironia, di magia e molta, anzi moltissima, poesia. La Creatura in questo capitolo compie un vero e proprio percorso di crescita: inizialmente abbiamo lo stesso personaggio del primo capitolo, costretto ad uccidere per necessità più che per volontà, nel corso della pellicola abbiamo poi una presa di consapevolezza (di rara coerenza) che passa per la musica e quindi per l’arte. Il tocco espressionista si nota immediatamente dall’utilizzo della luce negli interni, così come si percepisce l’ombra di Nosferatu nel personaggio del Dottor Pretorius. C’è poco dire poi della bellezza del personaggio della Moglie cui sono bastati pochi minuti per entrare nella storia del cinema dalla porta principale grazie ad un lavoro estetico impeccabile (guardate l’immagine qua sopra, da rimanere senza fiato), la sua apparizione è il vero climax di tutto il film.

La Moglie di Frankenstein rimane ad oggi il miglior titolo legato ai classici dei Mostri della Universal. Lo è per importanza artistica e per la godibilità che ancora mostra a distanza di 85 anni dall’uscita. Una vera icona del grottesco più che dell’horror, frutto di un cast stellare e di un regista in stato di grazia cui la Universal lasciò, col senno di poi sapientemente, totale carta bianca sull’opera finale. Una serie di colpi di genio che dimostrano come a questo titolo l’etichetta “Capolavoro” è più che applicabile.

Ovviamente tutto questo non sarebbe stato possibile se non fosse esistita una delle più grandi donne della storia dell’umanità: Mary Shelley.

Un grazie a Marta per avermi lasciato questo piccolo spazio in cui dar lustro a questo magnifico film spesso dimenticato.

 

Questo e altri approfondimenti nella sezione focus di CiakClub.it

Ricerco nell’arte l’espressione tangibile dei miei pensieri e la confutazione degli stessi.

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