Warrior: cosa ci convince e cosa assolutamente no

Warrior, il film del 2011 con Tom Hardy e Joel Edgerton, è un bel film che poteva essere davvero perfetto. Ecco cosa funziona e cosa no.

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Due fratelli, un padre, la lotta e l’incomunicabilità. Forse basterebbero queste quattro indicazioni per spiegare un film come Warrior. Una pellicola difficile da categorizzare e forse anche difficile da giudicare lucidamente. La storia familiare di scontro, supremazia e rappacificazione diretta da Gavin O’Connor nel 2011, ci appare così, in tutta la sua grandezza e fragilità.

Warrior è un po’ come i suoi stessi protagonisti, un film piacevole e dal grandissimo potenziale, che mostra inevitabilmente le sue debolezze intrinseche. Debolezze che sembrano, poi, essersi riflettute anche durante la sua uscita al cinema. Se da un parte la critica, soprattutto americana, è stata quasi unanime nel lodare il film; dall’altra, il pubblico non è parso apprezzare la pellicola: il film è stato un grandissimo flop al botteghino, non riuscendo a recuperare nemmeno i soldi del budget.

E, in effetti, Warrior è un film ambivalente, con tanti pregi quanti difetti. È un film che si come come obiettivo di scalfire quella superficie tutta muscoli e sudore dell’MMA per proporre una narrazione più universale e (virilmente) emotiva. Ma finisce leggermente per perdersi tra la sua ambizione e il suo complesso sistema di riferimenti.

Per questo abbiamo deciso di fare di stilare questa sorta di PRO e CONTRO per fare un po’ di chiarezza su cosa funziona e cosa, invece, assolutamente no.

 

La trama

Warrior

Warrior è un film che, nonostante la gran parte del film sia dedicata alla spettacolarizzazione del combattimento, fa molto leva sulla trama. La storia, infatti, è totalmente focalizzata sulla tripartizione familiare costituita dai due fratelli Tommy e Brendan Conlon e il loro padre Paddy. Il film è una storia di allontanamenti e di ritrovamenti, di rancori e di sensi di colpa.

Tommy, ex marine solitario e taciturno scomparso dai radar statunitensi ormai da 14 anni, si allontanò con la madre dal padre alcolizzato e abusivo. Brendan, allontanatosi più tardi anche lui dal padre che l’ha sempre rifiutato, è invece un insegnate del liceo che si è riuscito a costruire una vera stabilità familiare. Paddy, per ultimo, come un moderno Capitano Achab, vaga alla ricerca dell’espiazione totale di tutte le sue colpe nei confronti dei figli.

Tre facce inevitabili della stessa medaglia, Tommy, Brendan e Paddy finiranno per ritrovarsi – figurativamente ed emotivamente – grazie all’unica cosa che li abbia mai legati: la lotta. Warrior, infatti, è quasi completamente centrato sul torneo di MMA “Sparta”, il torneo per trovare “il più duro di tutto il pianeta”. Un torneo dal gigantesco premio in denaro e dagli avversari temibilissimi che impegnerà i due fratelli in una lotta intestina di “purificazione” l’uno contro l’altro e, primariamente, contro se stessi.

La crudezza e lo scontro mostrati nel film sono, in fin dei conti, solo esteriorizzazioni dei tumulti interiori della famiglia Conlon. Lo sport diventerà, dunque, l’espiazione finale, il climax emotivo e morale dei personaggi; tutti impegnati in una battaglia che è  certamente individuale, ma anche dannatamente universale.

 

Cosa funziona in Warrior

Tom Hardy, Joel Edgerton, Nick Nolte… e Tom Hardy ancora

Tom Hardy - Warrior

Se c’è una cosa davvero efficace all’interno del film sono le performance attoriali dei tre protagonisti. Vero specchio dell’intimità di un film che, senza di loro, rimarrebbe destinato ad essere estremamente più superficiale.

Primo fra tutti, Nick Nolte con il suo volto cupo, contrito e rattristito. L’attore riesce ad esprimere, nella sua stasi, tutto il senso di colpa e l’impotenza che caratterizzano la sua figura paterna. Nervoso ma non iroso, serio ma mai grave, Nolte ci regala una performance bilanciatissima che rivela il suo scontro fra il suo “essere” e il suo “dover essere”.

Altro discorso, invece, è da fare sul Brendan Conlon di Joel Edgerton. Il suo personaggio è il più pacato, il più appetibile e quello con cui è più facile empatizzare. Sembra quasi prendere le mosse da quello contemporaneamente interpretato dallo stesso Edgerton nel bellissimo Animal Kingdom. Entrambi infatti rappresentano la “quota sensata e trasparente” di due famiglie scapestrate. Brendan è il fratello su cui puntiamo e su cui si deve puntare, esattamente come fanno i suoi alunni del college.

Ma il film se lo “mangia” letteralmente Tom Hardy. In un ruolo che ha contribuito a rilanciare la sua carriera, vediamo un Hardy più libero e sincero. Egli riesce, infatti, a convogliare in quella macchina di morte, un po’ ottusa e impenetrabile, che è il corpo di Tommy Conlon, tratti di immensa fragilità. È magistrale dunque lo stacco che riesce ad imporre tra la fisicità muscolare e lo sguardo che ne tradisce tutta l’umanità e il mondo interiore.

Il rituale e il ritmo

Warrior

Lo scopo di Warrior è quello di cercare di tenere insieme due universi, narrativi e cinematografici, che non sempre combaciano. Il film inizia che è poco più di un dramma familiare, con i suoi tempi dilatati e i suoi dialoghi iper-verbosi, per poi trasformarsi, o addirittura sublimarsi, pian piano in un film sportivo.

È in questo passaggio progressivo che il film acquista un suo personale ritmo, attraverso il susseguirsi di momenti reiterati. Si affastellano dunque i cappucci, le camminate silenziose, le gabbie, i pugni, i commenti cronachistici e le vittorie. La cadenza del film e la sua ripetizione, però, non annoiano mai – grande pregio per una pellicola dalla durata complessiva di quasi due ore e mezza-.

E O’Connor è davvero bravo a mantenere alta l’attenzione dello spettatore, abbinando momenti di pathos a momenti più introspettivi. Tanto che in Warrior la ripetizione finisce quasi per assumere la valenza del rituale. Una ritualità che è primariamente quella sportiva, fatta di regole, leit-motiv e luoghi designati; ma una ritualità che diventa anche tutta umana e che strizza l’occhio alla catarsi della tragedia greca. Un’intenzione certo nobile che, però, rischia di diventare più funzionale a livello di intenzionalità estetica che a livello di senso profondo.

 

…e cosa assolutamente no

La prevedibilità

Warrior

Le premesse di un film come Warrior sono davvero notevoli. Non è ne il primo, né l’ultimo film di combattimento che vediamo. Ed è in questa tradizione che lo stesso si colloca, riprendendone le tematiche e gli stilemi principali, due su tutte: la storia di redenzione e riscatto e la climaticità dello “scontro finale”.

Ma il film ha una grandissima pecca: è troppo prevedibile. Quella ripetitività tragica che avrebbe potuto essere la chiave di lettura profonda, finisce per costituire uno schema troppo rigido che ingabbia la narrazione e l’afflato epico del film stesso. Sì, perché dopo venti minuti dall’inizio sappiamo già dove vuole andare a parare la storia. Ne possiamo immaginare le motivazioni, gli sviluppi, e addirittura la conclusione.

Nessun problema, in realtà. Esistono tantissime storie in cui tutto risulta prevedibile e fatalmente già inscritto nell’esito narrativo. La cosa che non salva il film, però, è la pesantezza generata dalla mancanza di evoluzione: non c’è nessuna soluzione innovativa, nessun guizzo inaspettato. Ad esempio, nonostante la maestria nel girare le scene di combattimento, sono tutte messe in scena con la stessa modalità. In particolare, lo scontro finale tra i due fratelli risulta davvero troppo simile a quelli precedenti e, così facendo, perde di importanza nell’economia del discorso più generale. E, rimanendo in tema, non ne comunica la potenza davvero catartica.

La mancanza di gravità

Warrior

Per utilizzare volutamente un ossimoro, potremmo definire Warrior come un film solido, ma privo di gravità. Nel senso che sa benissimo chi è e cosa vuole essere, ma fallisce nel gestire la sua grande “ambizione” e rischia di rimanere troppo superficiale.

Warrior si imposta benissimo all’interno di una tradizione come quella del “film di combattimento” e si riempie di riferimenti e citazioni, più o meno velati. Dalle ambientazioni, all’iperrealismo, fino alla grande saga familiare tutto ci ricorda i vari Rocky, Toro scatenato o The Fighter. Citazioni che, come abbiamo già detto più volte, poi il film abbina ad un intento quasi epico. Una decisione che lo costringe in un’altalena tra alto e basso, spettacolarizzazione e autorialità, all’interno della quale non prende mai una direzione definitiva.

E sono proprio il citazionismo, la ripetizione e la stasi a non permettergli di trovare un vero e proprio cuore. I conflitti sono risolti con facilità e il pathos finisce per essere solamente il risultato estetico di qualcosa che sembra non esserci. Rimpiangiamo, alla fin fine, che quella profondità di intenti e quella stratificazione recitativa che Warrior possiede finiscano per perdersi in un prodotto forse troppo “sfocato” e sempre sul baratro della superficialità. Un prodotto godibile, ma che avrebbe avuto tutte le carte in regola per essere perfetto.

Voi cosa ne pensate di Warrior? Ditecelo nei commenti.

 

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