La cultura ai tempi del Coronavirus

Il Cinema, come del resto la maggior parte degli ambiti riguardanti la cultura, ha risentito dell'emergenza Coronavirus, cerchiamo di capire come…

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In un 2020 nato non di certo sotto una buona stella (per modo di dire, non vorremmo essere certo tacciati di filo-astrologia), il Coronavirus ha generato la più grande quarantena della storia dell’umanità, o quantomeno di quella recente, con effetti decisamente deleteri sull’equilibrio psichico generale delle masse e anche sulla cultura.
Per quanto fare i conti con un virus sconosciuto sia estremamente pericoloso, dopo più di un mese ormai dai primi casi conclamati si può affermare con certezza che quest’ultimo, in condizioni di salute ottimali (non immunodepressi ad esempio), non è affatto letale come sembra, ha infatti un’indice di mortalità non più alto di una normale influenza.
Il periodo storico però, fatto di fake news, sensazionalismo gratuito e disinformazione, ha fatto da cassa di risonanza ad una situazione che, per quanto delicata, si sarebbe potuta gestire in maniera decisamente più ordinata e serena.
Saccheggi di supermercati, aggressioni a persone asiatiche, guanti e mascherine sono solo la punta di un iceberg che racconta di una società che si crede moderna senza esserlo, vive di nuove tecnologie ma è incapace di padroneggiarle. Tutto diviene relativo: il confine tra internet e realtà sfuma, insomma questa emergenza ha rivelato una profonda debolezza della società attuale.
E allora non resta che aspettare che questa psicosi generale trovi la sua naturale conclusione, per uscire di casa senza quella opprimente sensazione di isteria che, per quanto non ci appartenga, grava comunque sulle nostre spalle. Uscire di casa dicevo, per tornare a respirare davvero a pieni polmoni o, come direbbe Dante uscito dall’inferno: “[..] a riveder le stelle”.

IL CINEMA

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Il cinema, come prevedibile in quanto luogo pubblico dove si riuniscono un elevato numero di persone, ha risentito pesantemente del fenomeno Coronavirus.
La chiusura delle sale abbinata al panico dei giorni precedenti alla chiusura stessa, ha portato ad un calo vertiginoso registrato al box office.
A testimonianza di ciò il risultato di Bad Boys for Life che, dopo soli 3 giorni dalla sua uscita, ha incassato appena quarantatremila euro, una miseria se rapportato a un blockbuster di tale livello in tempi non sospetti.
Questi dati sconfortanti hanno portato inevitabilmente al rinvio nel rilascio di altre pellicole, per poter salvare, almeno in parte, i guadagni preventivati.
Si vive una volta sola, Volevo nascondermi, Lupin III – The First, The Grudge, Un amico straordinario, Charlie’s Angels, ARCTIC – Un’avventura glaciale, Non si scherza col fuoco, Dopo il matrimonio, Amiche in affari e Cambio tutto sono solo alcuni tra i titoli che non usciranno nei cinema come da programma e la cui prima proiezione risulta ancora in data da destinarsi. Questo porterà ad un inevitabile sovraffollamento del palinsesto delle sale, che molto probabilmente permetterà un rientro solo parziale dei guadagni previsti.
Il cinema però non è l’unico ambito artistico ad uscire fortemente indebolito da questa crisi: la cultura purtroppo è uno dei primi ambiti a risentire di situazioni simili.

LA CULTURA COME PRIMA VITTIMA

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E’ interessante notare le conseguenze sociali di un fenomeno come quello del Coronavirus: il fatto che la prima vittima sia la cultura. Siamo di fronte ad un pericolo invisibile, che rende qualsiasi altro essere umano un possibile nemico. La diretta conseguenza è eliminare tutto ciò che di più umano abbiamo: l’arte, le varie forme di espressione, la socialità, il contatto.

Si chiudono i cinema, le uscite dei film sono rimandate, gli spettacoli e i concerti annullati, le partite si svolgono a stadio chiuso. Tutto questo alimenta la psicosi collettiva, il terrore dell’altro. Si incoraggia quell’immagine del resto del mondo come un ammasso di possibili untori da cui stare lontani. Si blocca così la parte più pura della natura umana, che proprio in quelle forme di arte e in quella convivenza civile, in quella condivisione di esperienze si manifesta. Se ho paura dell’altro perché dovei interessarmi a ciò che ha da dire, alla sua creatività, perché dovrei condividere con lui le mie emozioni?

Dall’altro canto ci si chiude in quell‘individualità dannosa, che si manifesta come xenofobia, razzismo, nazionalismo, chiusura. E’ il terreno più fertile per fake news che alimentano la psicosi, si diffida di tutti coloro che cercano di rassicurare, preferendovi i peggiori catastrofismi. Non mancano ambiziosi complottismi, accuse, diffidenze. Gli scienziati che cercano di rassicurare e ridimensionare la portata del virus vengono ignorati, mentre altre notizie con fonti meno affidabili sono condivise e supportate.

Merito anche dei social, che ci hanno abituati ad una comunicazione rapida e incontrollata, che permette a tutti di esprimersi senza un’adeguata selezione e senza controlli. Quando il Coronavirus è diventato l’argomento di tendenza del momento siamo stati bombardati da notizie, aggiornamenti, articoli e meme in modo così martellante da amplificare a dismisura l’importanza del fenomeno.

LA NATURALE TENDENZA ALL’ISOLAMENTO

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Ma addossare tutta la colpa ai social significherebbe sminuire il fenomeno. La tendenza a reagire ad un momento di paura o di disagio isolandosi è insita nella natura umana. L’uomo è un “animale sociale”, come diceva Aristotele, eppure da sempre la sua strategia autodifensiva principale è fuggire da tutti e chiudersi in sé stesso. Eppure questo isolamento non rappresenta quasi mai una soluzione.

Ne abbiamo numerose conferme nella letteratura. Dante racconta di quando, non ottenendo il saluto di Beatrice, reagisce chiudendosi in casa: qui, solo col suo dolore, può sognare e immaginare la donna amata, scrivendo sonetti in cui racconta la sua esperienza. Allo stesso modo Petrarca fugge dalla folla quando viene assalito dal suo tipico senso di accidia: vaga immerso nella natura, meditando nei “più deserti campi”, su monti o presso le acque di un ruscello, discutendo da solo, nascondendo il proprio dolore al resto degli uomini. Ma per nessuno dei due grandi poeti questa rappresenta la soluzione definitiva al dolore.

L’esempio più significativo in questo caso viene invece da Boccaccio. Nell’Introduzione del Decamerone, Boccaccio descrive la società fiorentina colpita dalla Peste del 1348. Sicuramente un’epidemia ben più grave del Coronavirus, ma le conseguenze sono sotto vari aspetti simili. Boccaccio racconta una società profondamente sconvolta dalla peste: ogni forma di collettività viene interrotta, si respira un clima di terrore in una città abitata da fantasmi. Le regole basilari della convivenza civile vengono ignorate, ogni forma di rituale abbandonata, il rispetto viene totalmente soppiantato dalla diffidenza.

In questo clima teso ed instabile, Boccaccio individua la soluzione in una opposizione all’isolamento: la “allegra brigata” si riunisce, lontana dalla città, ma uniti tra loro. La loro piccola comunità ha il compito di mantenere l’umanità viva, di ricreare una società ideale che sappia sopravvivere. E la loro attività principale è quella di raccontare novelle, un passatempo creativo e colto, che mantenga vivo il ricordo di tutti quei valori che la peste ha velocemente eliminato. Un messaggio attualissimo in questa psicosi da Coronavirus.

LA CULTURA PER RICOSTRUIRE

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Se la Cultura è la prima vittima quando c’è un clima teso, di paura, è sempre la Cultura la prima a rinascere quando poi bisogna ricostruire. Era così con l’allegra brigata del Decameron, è così ogni volta che le raccolte fondi si basano su concerti o spettacoli. Il Live Aid di Bob Geldof, tutti i concerti organizzati per sostenere le ricostruzioni di città colpite da catastrofi naturali, tutti gli eventi di beneficenza.

L’umanità trova sempre il modo di risollevarsi, di ritrovarsi. Quando la paura si supera, si ritorna sempre a riconoscersi come collettività, e il potere dell’Arte, in tutte le sue forme, è quello di dar voce a questo organismo. Permette di condividere emozioni che riscopriamo universali, che ci uniscono, che rendono assurda tutta quella diffidenza e rendono così fredde le stanze isolate.

Ne siamo sicuri: i cinema riapriranno presto, ci ritroveremo nelle sale per poi commentare insieme le nuove uscite. Ci ritroveremo sotto gli stessi palchi e agli stessi eventi, senza mascherine e senza paure. L’Arte è un paziente che guarisce sempre.

Questo ed altro su CiakClub.it

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