Memorie di un assassino: analisi del primo capolavoro di Bong Joon-ho

Esce oggi in Italia Memorie di un assassino di Bong Joon-ho. Il film, uscito in Corea del Sud nel 2003, è il primo capolavoro del regista di Parasite.

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Bong Joon-ho ha stupito il mondo intero dopo aver fatto incetta di premi nella notte degli Oscar con il suo ultimo lavoro, Parasite.
Prima di questo imprevedibile successo l’Academy Two, casa di distribuzione che ha distribuito in Italia il film vincitore di 4 premi Oscar, aveva già annunciato l’arrivo in Italia, per la prima volta sui grandi schermi, del film più iconico del regista sud-coreano.
Stiamo parlando di Memories of murder, che esce oggi in Italia con il titolo di Memorie di un assassino.

Memorie di un assassino (sarà dura da ora in avanti chiamarlo così) arriva in Italia dopo ben 17 anni dalla sua uscita avvenuta nel 2003 in Corea del Sud ed è il film che portò al successo in patria Bong Joon-ho.
Il film narra di una serie di delitti perpetrati da un maniaco sessuale in un paese di campagna nella Corea del Sud degli anni ’80. I poliziotti del paese brancolano nel buio ed utilizzano metodi molto sbrigativi per condurre le indagini e vengono aiutati da un detective, Sao Tae-yung, arrivato da Seoul per propria iniziativa.

Quella che segue è una breve analisi di questo, imperdibile, film.
Memorie di un assassino

UN POLIZIOTTESCO ANNI ’70 O RASHOMON?
Leggendo la sinossi di Memorie di un assassino si ha l’impressione di poter essere di fronte ad un film che ricalca gli stilemi dei poliziotteschi anni ’70 tanto famosi in Italia.
Tuttavia nel corso della visione del film si ha l’impressione di essere davanti ad una pellicola che più che ricalcare Milano odia: la polizia non può sparare di Umberto Lenzi o Non si sevizia un paperino di Lucio Fulci attinge a piene mani da Rashomon di Akira Kurosawa.

Le scene ambientate nei campi durante la pioggia non possono non tradire infatti un chiaro riferimento alle scene di pioggia battente sulla porta del Rashomon dell’omonimo film di Kurosawa, così come le inquadrature dei boschi ed i campi intermedi non possono far altro che essere debitori di uno dei capolavori della storia del cinema.

La regia di Bong Joon-ho non presenta alcuna imperfezione.
I movimenti di camera sono consoni alle scene narrate ed evolvono in veri e propri colpi di genio in alcune scene del film.
La fotografia di Kim Hyung-ku si rivela impeccabile, specialmente nei cromatismi utilizzati nelle scene al buio e nei chiaroscuri presenti negli interni che risaltano benissimo e creano un effetto di contrasto con l’abbagliante saturazione dei colori dei campi di giorno, debitrice anche essa della lezione di Akira Kurosawa.

Memorie di un assassino
La luce abbagliante dei campi
Memorie di un assassino
Una delle tante immagini sotto la pioggia

L’IMPOSSIBILITA’ DI RAGGIUNGERE LA VERITA’
Da Rashomon Bong Joon-ho non prende però solamente elementi tecnici.
Se infatti in Rashomon il punto di arrivo è un cieco relativismo che deve constatare l’assenza di una verità oggettiva e di una interpretazione corretta del reale, in Memorie di un assassino il punto di arrivo è abbastanza similare.

La verità è l’incognita dell’equazione, è la x da trovare per far sì che tutti gli elementi vengano perfettamente bilanciati, ma la verità è infatti quanto di più sfuggevole e relativo possa esistere.
Ci si sforza di stabilire la verità tramite evidenze empiriche, tramite indizi che diventano prove ma, a conti fatti, essa non scenderà mai dal cielo a dichiararsi come tale. Ogni “verità” è frutto di una ricostruzione logica di avvenimenti, di un’equazione, di un sistema.
Ma se la verità fosse davvero imperscrutabile?

Nel corso di Memorie di un assassino l’assidua ricerca della verità logora i protagonisti. Assistiamo infatti ad una ricerca quasi frenetica di indizi, di prove, di piste da seguire. I poliziotti capeggiati dal nostro Song Kang-ho non riescono a distinguere indizio da prova, ma, anzi, cercano a tutti i costi di far diventare l’indizio la prova mediante l’uso della violenza ai danni dei sospetti. Tutti hanno un’“ansia di verità”, ma non di una verità empirica, bensì di una verità circostanziale. I poliziotti sono solo interessati a chiudere il caso, non a trovare davvero l’assassino.

A nessuno importa davvero della verità. La verità interessa solamente ai parenti delle vittime, ma anche essi alla fine sono costretti ad adeguarsi, in presenza di colpevoli, alla verità della magistratura. Ma la verità è davvero quella?Memorie di un assassino

COLPI DI SCENA, CAMBI DI REGISTRO E VARIAZIONE DI CHIAVI DI LETTURA
Una cosa che sa sicuramente fare Bong Joon-ho è stravolgere e capovolgere i ruoli.
Parasite ha dato quest’impressione ai numerosi spettatori recatisi al cinema per vederlo, spettatori che, magari, uscendo dal cinema hanno lodato proprio l’originalità nei colpi di scena avuta dal regista sud-coreano.
Tuttavia i fan di Bong Joon-ho non devono essere rimasti molto sorpresi da questi.
Infatti il regista ha abituato da sempre i fruitori dei suoi film ad improvvisi capovolgimenti di ruoli che non si configurano come semplici colpi di scena a livello di trama, ma che contribuiscono a far cambiare registro al film.

Abbiamo visto come Parasite si presenti come una commedia grottesca per poi sfociare in un vero e proprio dramma, abbiamo visto come anche un film d’azione come Snowpiercer contenga, nel suo finale, uno stravolgimento totale della della vicenda che ne altera una chiave di lettura a primo impatto semplicistica.
Speriamo in futuro di poter vedere sui grandi schermi italiani Madre (probabilmente il Capolavoro fra i Capolavori del regista sud-coreano) e The Host, altri film di Bong Joon-ho che dimostrano come questo regista abbia una notevole capacità nello sviare e disorientare lo spettatore.
In Memorie di un assassino Bong Joon-ho fa la stessa cosa.

Memorie di un assassino
Frame di Madre, film del 2009 diretto da Bong Joon-ho. Il film ha vari punti in comune con Memorie di un assassino.
Memorie di un assassino
Frame di The Host, film del 2006 diretto da Bong Joon-ho. Il film presenta molti punti in comune con Parasite.

Verso la fine della visione del film può capitare di trarre conclusioni e fare considerazioni su ciò che si sta vedendo. A 20 minuti dalla fine Memorie di un assassino risulta allo spettatore come un bel giallo a tinte noir, egregiamente girato e con qualche guizzo creativo niente male.
Poi arrivano gli ultimi 20 minuti e ci si accorge che ciò che si è visto non è nulla rispetto a ciò che si deve ancora vedere.

Memorie di un assassino sfugge alla mente assopita dello spettatore allo stesso modo con cui la verità sugli omicidi sfugge ai protagonisti del film.
Ciò che sembra doversi concludere con un lieto fine non deve aver per forza un lieto fine ed è qui che esce allo scoperto la potenza innovativa di Bong Joon-ho.Memorie di un assassino

E’ opportuno, arrivati a questo punto, dire che da ora in avanti l’analisi del film presenterà degli SPOILER. Quindi se non avete ancora avuto la fortuna di vedere Memorie di un assassino, consigliamo di non proseguire nella lettura dell’articolo.

IL BENE VIENE CONTAGIATO DAL MALE. IL PUBBLICO VIENE CONTAGIATO DAL BENE.
Lodando il finale di Memorie di un assassino non si sta lodando un semplice colpo di scena ben riuscito, si sta lodando un capovolgimento totale della struttura del film.
Il poliziotto “buono” e non violento, a contatto con l’efferatezza dei crimini viene “sporcato” come sono sporchi i cadaveri delle donne che il killer abbandona nei campi. A contatto con la violenza dei colleghi il poliziotto buono, un “Bon Sauvage” di matrice rousseauiana, non può che esserne contaminato.
I poliziotti violenti cercano, come già accennato, di piegare gli indizi a prove schiaccianti e non fanno altro che incontrare le critiche di Seo Tae-yung, il detective “buono” che viene dalla città ed ha altri metodi investigativi.

Proprio nel finale, però, Seo Tae-yung diventa esattamente come i colleghi che ha osteggiato per tutto il corso della vicenda.
I ruoli vengono ribaltati totalmente e, oltre a questi, viene capovolta anche la prospettiva dello spettatore.
E’ chiaro che, durante la visione, il pubblico simpatizza per Seo Tae-yung, portavoce di valori universalmente riconosciuti come positivi e, nel vederlo mutare da protagonista ad “antagonista”, anche il pubblico diventa “antagonista”.

La verità è ad un passo, il maniaco è ormai catturato, manca solo la prova schiacciante del DNA per incastrarlo, tutto si sta per concludere. Ma così non è. Ed ecco che il pubblico, all’improvviso, si risveglia dal torpore e riscopre la sua vocazione forcaiola. “Dai il colpevole non può non essere lui! E’ un pazzo maniaco!” “Ma come non vedete che è proprio lui…si vede dalla faccia che ha! E’ sicuramente lui!” “Le prove lo inchiodano è ovviamente lui il colpevole”.

Ed invece così non è. Ma ormai non importa più a nessuno. Il colpevole deve essere il colpevole. Non ci sono altre scusanti. Le tanto amate prove non interessano più al poliziotto buono e non interessano neanche più al pubblico. Giustizia deve essere fatta.
Ecco che quindi il personaggio del poliziotto “cattivo” interpretato da Song Kang-ho prende il ruolo che spettava al poliziotto di città, Seo Tae-yung, e lo ferma prima che compia un atto scellerato ai danni di quello che sembra essere a tutti gli effetti il colpevole, lasciato libero di fuggire dentro al buio di un tunnel che richiama, inevitabilmente, Sogni di Akira Kurosawa.

Memorie di un assassino
Il tunnel emblematico di Memorie di un assassino
Memorie di un assassino
Il tunnel di Sogni, film del 1990 diretto da Akira Kurosawa

LA FATUITA’ DELLE PROVE
Questa scena è la più grande dimostrazione di come le prove non siano altro che un mezzo per arrivare ad una verità, ma non la causa di essa. Le prove ci rassicurano, ci fanno dire “okay, è andata così: la prova è schiacciante”, ma a nulla servono di fronte al nostro cervello.

Ad un certo punto si imbocca un tunnel da cui non si può tornare indietro. Il tunnel in cui il presunto colpevole scompare simboleggia l’oblio della mente, l’affanno del pensiero. La mente del pubblico è accecata dalla voglia di verità.
Le prove non sono altro che una conferma di un nostro pensiero precostituito e, quando esse vengono a mancare, non sempre la nostra mente è pronta ad accettare l’errore.
L’immagine del tunnel compare, non a caso, in vari punti del film quasi a significare che la mente degli investigatori è per forza di cose indirizzata verso una fonte di luce, la soluzione della vicenda, che non gli permette però una visione d’insieme. Vediamo infatti solo la luce in fondo al tunnel, ma non sappiamo cosa c’è affianco a noi, oltre le pareti di esso. Una volta imboccato il tunnel non riusciamo più a fare retromarcia e tornare indietro.

Chiusi nella convinzione che 1+1 faccia per forza 2 non riusciamo ad accettare risultato diverso e ci sforziamo di far in modo che tutto rientri nell’ordine.
I personaggi dei poliziotti violenti di Memorie di un assassino sono infatti come quei bambini che cercano di mettere pezzi di un puzzle nella posizione errata, tentando di farli entrare anche quando non ci sono incastri possibili.
Stando sulla stessa metafora il poliziotto di città, Seo Tae-yun, è come colui che, arrivato all’ultimo tassello del puzzle, si accorge che esso non si incastra e si sforza, con ancora più veemenza, di farlo entrare.Memorie di un assassino

LA SCENA FINALE
Siamo giunti alla fine del film. Il peggio è passato, forse. Lo spettatore cerca in ogni modo un punto saldo, un appiglio, nella spirale in cui sta lentamente precipitando. Sono passati anni dalla vicenda narrata e ritroviamo il nostro Song Kang-ho sposato e con figli che, dopo aver cambiato mestiere, passa con il suo furgone nei campi dove erano avvenuti gli efferati irrisolti delitti.
Vi lasciamo con l’immagine finale. Lo spettatore si aspetta che qualcosa accada e qualcosa accade, ma non è ciò che si aspetta.
La verità è beffarda.

Memorie di un assassino
Lo sguardo finale di Song Kang-ho

CONCLUSIONE
Memorie di un assassino è tratto da una storia vera. Negli anni ’80 in Corea del Sud vi fu un analogo del nostro Mostro di Firenze o dello Zodiac americano. Il colpevole di questi fatti sembra però che sia stato trovato proprio qualche mese fa, dopo anni di ricerche.
La verità sulla vicenda narrata nel film di Bong Joon-ho è giunta dopo molti anni, ma alla luce di quanto mostrato in Memorie di un assassino è il caso di chiedersi:
“E’ davvero la verità?”.

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