Ecco perché Parasite è il miglior film dell’anno (e non solo)

Parasite, il nuovo capolavoro di Bong Joon-ho, trionfa agli Oscar 2020 e noi vogliamo omaggiarlo cercando di scavare nel suo profondo.

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Si spengono le luci del Dolby Theatre di Los Angeles. Un’annata carica, ricca, una rosa di nomi e di titoli in corsa per il premio più ambito nel panorama cinematografico che difficilmente scorderemo. Nonostante il vassoio succulento, in molti non avevamo dubbi su chi tifare: Parasite, il capolavoro di Bong Joon-ho, regista sudcoreano, uno dei più celebri e talentuosi cineasti del panorama asiatico. Film che noi di CiakClub avevamo inserito al primo posto nella nostra classifica delle migliori opere del decennio 2009-2019 (qui l’articolo). E davanti alla vittoria di quattro statuette (su sei candidature totali) abbiamo gioito e ci siamo emozionati con il padre di questa gemma preziosa del cinema. Sì, perché oltre ad averci regalato un film straordinario, Bong Joon-ho entra di diritto nella storia della settima arte, portando a casa per primo l’Oscar come Miglior film per una pellicola in lingua non inglese.

Parasite meritava di vincere? Sì. Parasite è un capolavoro? Sì. Risposte secche, per un film che ha riscritto la storia degli Oscar e che oggi vogliamo omaggiare cercando di scavare nel suo profondo.

Attenzione: l’articolo contiene spoiler.

La trama

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Parasite è la storia di due famiglie: da una parte i Kim, poveri, senza grandi prospettive di crescita, i quali vivono in un seminterrato sporco, cercando di recuperare qua e là qualche tacca di wi-fi e dall’altra i Park, ricchi, con una casa dalle linee perfette ed armoniche, moderna, progettata dall’architetto Namgoong, con tanto di autista e donna di servizio sempre a disposizione. Il figlio della famiglia Kim, Ki-woo inizia a lavorare presso la famiglia Park in qualità di tutor di inglese per la figlia adolescente, Da-hye. Da questo momento in poi, la famiglia Kim si insinuerà nella vita della famiglia dei ricchi.

Quale genere?

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Inserire Parasite all’interno di una categoria ben precisa è praticamente impossibile. E questo elemento è senza dubbio uno dei suoi punti di forza. Parasite è una commedia, è un thriller, è un’opera drammatica tremendamente grottesca, ma in cui traspare anche un velo di horror che fa da pellicola coprente. Parasite scava nei meandri più profondi del dramma, sia in termini sociali che familiari. È polimorfo, poliedrico, è una tavolozza di mille colori che si mescolano portando alla luce diverse sfumature. Questo insieme di costituenti, che potenzialmente avrebbero potuto portare disordine, sono domati alla perfezione, ponendo un’evidente cura nei dettagli e dando come risultato finale un lungometraggio che appare come un’opera d’arte perfettamente equilibrata.

Il profumo dei ricchi e l’odore dello straccio bollito dei poveri

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Mentre risulta utopia incasellare Parasite in un genere specifico, l’argomento trattato da Bong Joon-ho è piuttosto chiaro. Questa è la storia della lotta di classe, della differenza di ceto. E la bravura e la cura dei dettagli non sono sottolineati solo dalla stupefacente sceneggiatura e la storia in sé che ci viene raccontata, ma anche della spietata ricerca dei particolari scenici. Ma procediamo con ordine.

Parasite è lo specchio di una società divisa, i poveri vs. i ricchi. Una realtà che non è solo relegata al mondo sudcoreano, ma anche globale che Bong Joon-ho riporta con maestria e dedizione, calandosi nella storia con una spiccata dose di sensibilità. I primi vivono in uno scantinato con una finestra centrale che si affaccia su una strada rumorosa, piena di fumi, con gli ubriachi che urinano davanti ai propri occhi. La prospettiva di cambiamento è praticamente nulla. La loro è una corsa all’insegna della furbizia, dell’inganno e dell’astuzia. Hanno “l’odore di quando fai bollire uno straccio”, quello che si insinua, esattamente come loro, nelle narici ed entra dentro. I ricchi hanno una casa perfetta, che pare anecoica, posseggono denaro a sufficienza per acquistare qualsiasi cosa, ogni richiesta (o ordine) che pongono è sempre seguita da un “ti pago di più”, come se non esistesse altro. I loro abiti sono sempre puliti, di un bianco abbacinante e la loro vita è tutta ben scandita, contrariamente a chi non ha piani, perché “se fai un piano la vita non funziona così”.

Uno stacco netto che divide in due parti la lotta per la sopravvivenza, dall’universo del futile. E nonostante il benessere, il lusso e la possibilità di avere tutto sotto mano, i Park, soprattutto la donna, sembrano essere disarmati. Si fanno abbindolare come sciocchi davanti a tre parole pronunciate bene, fanno considerazioni sull’arte del figlioletto, mostrando la “metafora” che si cela dietro. Ingenui che rimangono intrappolati nella rete di chi invece recita, almeno inizialmente, un vero e proprio copione e penetra come un parassita all’interno della loro vita. Il medesimo parassita che allo stesso modo si infiltra nella mente di coloro che compiono quel subdolo piano, i poveri, in veste di idea di farcela e di fiducia in un futuro migliore.

E questo parallelismo è portato alla luce grazie a tutti questi dettagli in comorbilità con una regia perfetta.

La regia

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In Parasite tutte le immagini che scorrono, le sequenze che ci vengono mostrate, sono un tripudio di perfezione. Estremamente brillanti, senza mai straripare, con foto ad impatto, ritmo calzante ed alta tensione. Ma non solo.

Le famiglie truffatrici, una volta scoperto l’inganno dell’ex signora di servizio, Moon-gwang, viaggiano in parallelo. Una scena in modo particolare, ci mostra il loro percorso che lentamente si va unendo e dipanando: quando il nubifragio si scaglia sulla cittadina. Entrambi rinchiusi nei propri seminterrati, nella famiglia dei Kim la luce se ne va piano piano ed allo stesso tempo, nella famiglia della precedente governante, il marito continua a cercare di comunicare con il signor Park attraverso segnali del codice Morse, mediante l’ausilio dell’intermittenza della luce; da una parte un water che trabocca e viene schiacciato dalla ragazza, Kim Ki-jung, nello stesso momento in cui la signora Moon-gwang apre il suo per rimettere. Entrambi si trovano ad un piano inferiore: quelle scale così simboliche di chi sta sempre sopra, ma non conosce e chi, invece, è destinato a rimanere sotto, ma sa. I poveri in qualche modo si ritrovano, mentre i ricchi si godono la loro frivola e superflua esistenza.

Finché non muore la speranza

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Il sogno di riuscire a guadagnare, diventare ipotetici parenti della famiglia Park grazie all’unione dei due figli, la possibilità di vivere una vita quantomeno normale, va in frantumi, ma la speranza non viene mai perduta. I vestiti bianchi e puliti dei ricchi si macchiano di sangue. Non ci sono cattivi, l’unico personaggio malvagio è la vita stessa degli individui.

I signori Park hanno tutto, ma si occupano solo di loro stessi, anche dinanzi al massacro. La scena è un fiume di sangue, ma il padre di famiglia sa solo spostare il cadavere del marito della signora Moon-gwang per recuperare le chiavi della macchina e badare al proprio figlio; il cadavere di quello stesso signore che gli portava rispetto e che aveva trovato la sua vita, l’unica via di scampo, in quello scantinato. Che la vendetta sia compiuta, i poveri continueranno a vivere dentro un seminterrato, ma non smetteranno mai di sognare.

Per altri approfondimenti continua a seguirci su CiakClub.

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