Darren Aronofsky: tutti i suoi film dal peggiore al migliore

Il cinema di Darren Aronofsky è, in tre parole: ambizioso, delirante ed eccessivo. Ecco la nostra classifica dei suoi film, dal peggiore al migliore.

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Non si può sopravvivere incolumi alla visione di un film di Darren Aronofsky. Per quanto “brutta” possa essere una sua opera, non si può uscire dalla sala allo stesso modo di come si è entrati. Caso mai attoniti, sorpresi, disgustati o confusi, ma di certo non annoiati.

Eppure, la produzione di Darren Aronofksy non è quantitativamente esagerata. Con soli 7 film all’attivo, questo regista statunitense, di famiglia ebraica russo-ucraina, è riuscito a comunicarci un mondo e una visione del tutto personali. Un mondo non facile da accettare e digerire, a volte, che riesce a colpire lo spettatore come un pugno allo stomaco (e al cervello).

Darren Aronofsky

Il cinema di Darren Aronofsky è “grande”, audace e fortemente ambizioso. Alcune volte persino troppo. Ma è giusto così! Soprattutto in un’epoca, come quella contemporanea, in cui i film sono sempre calibrati fino al più minuscolo dettaglio, ci fa bene avere un rappresentante di questo calibro. Un regista esagerato ed esasperato che riesce a mettere sotto scacco lo spettatore, in trip mentali, sconvolgimenti esistenziali e allucinazioni visive.

Con il suo stile egli è riuscito a reinventare quasi completamente il genere del thriller psicologico, aggiornandolo alla contemporaneità e portandolo all’estremo. Nonostante questo, Aronofsky ci ha dato una filmografia che risulta del tutto variegata e diversificata. Ce n’è per tutti i gusti: dal kolossal biblico alla parabola sportiva, dalle aspirazioni mistico-razionali ai deliri della tossicodipendenza.

In occasione del compleanno di Darren Aronofsky abbiamo, dunque, deciso di proporvi la nostra classifica di tutti i suoi film, dal peggiore al migliore. Impresa difficile, proprio per sua capacità di presentare sempre visioni innovative e stimolanti. Quindi accompagnateci in questo viaggio tra ossessione, tormento, fantasia e paranoica ricerca del senso!

 

7. Noah (2014)

Noah

Noah è il suo film più debole, e non c’è dubbio a riguardo. Il che non significa affatto che sia un brutto film, semplicemente il risultato è una creatura ingestibile. Quasi come gli esseri biblici in CGI della pellicola, anch’essa risulta un miscuglio di religione (e ateismo), cosmogonia, ecologismo, simbolismo e storia umana. Il tutto in un blockbuster costato ben 125 milioni di dollari.

Ma è proprio sulla sua caratura umana che il film recupera consistenza. La volontà dell’ateo Aronofsky è, infatti, quella di utilizzare il grande racconto biblico per esprimere tutta la debolezza e la difficoltà di un uomo, Noè, di fronte ad un’impresa più grande di lui. Noah, in fin dei conti, è una storia umana, intima, personale del bilanciamento tra etica e il fatalismo della missione divina. Certo con una deriva di tematiche laterali un po’ eccessiva.

In questo film inoltre troviamo uno dei temi centrali della poetica del regista. La sua ammirazione per i racconti e le fantasie che l’uomo ha concretizzato per darsi delle risposte. Ed è così che Aronofsky mette sullo stesso piano la Bibbia e il cinema: entrambi rispondono un po’ alla stessa funzione, indagare l’animo umano e visualizzarne le sue possibilità.

 

6. The Fountain – L’albero della vita (2006)

The Fountain

Forse un esempio di film schiacciato dall’ambizione – e dai tagli produttivi -. The Fountain racconta la storia del ricercatore Tomas Creo (Hugh Jackman) alla ricerca disperata di una cura contro il cancro al cervello che sta attanagliando la moglie (Rachel Weisz). Se la battaglia invincibile contro la morte rappresenta il fulcro del film, Aronofsky disperde progressivamente la narrazione in un turbinio di “storie-nelle-storie”.

È su questa sovrapposizione di piani di realtà e di temporalità che il film mostra la sua legittima debolezza. E quello che a sua detta era il suo personalissimo cubo di Rubik diventa così irrisolvibile. Rimaniamo anche noi confusi in quei salti visionari che dalle cellule tumorali arrivano alle luci della stella morente di Xibalba. E per quanto affascinante sia il viaggio, ci crea troppo scombussolamento.

Ma The Fountain, clamoroso flop al botteghino, forse è stato proprio penalizzato dai tagli subiti. Originariamente concepito per essere un film da 70 milioni di dollari, ha dovuto subire il dimezzamento del budget. Decisione che ha comportato il netto ridimensionamento dello script originario, togliendo il respiro che una narrazione così complessa e tripartita avrebbe necessitato.

 

5. Madre! (2017)

Madre!

Madre! forse meriterebbe più di un misero quinto posto, ma trova il suo punto debole (che è, in realtà, il suo punto forte) nel non avere mezze misure. Con un commento un po’ perentorio potremmo dire che “o lo si odia o lo si ama”. E lo si può vedere dalle reazioni totalmente opposte ottenute dalla critica (a Venezia ha addirittura ottenuto fischi dal pubblico in sala!).

È con Madre! che Darren Aronofsky arriva ad un suo personalissimo culmine di visionarietà ed intenti. Il film, infatti, mescola l’ambizione tematica dei vari The Fountain e π – Il teorema del delirio con la claustrofobia estetica de Il cigno nero. Il risultato: due ore intensissime di delirio psichico, tradotto visivamente da inquadrature ambiziose e deformanti.

Una narrazione mediata dallo sguardo unico della Madre (Jennifer Lawrence). Un personaggio che incarna in sé la potenza generatrice e distruttrice, in un film esasperato, eccessivo e debordante. Forse quando lo stesso regista prometteva che “Dopo aver visto il film non riuscirete più a guardarmi in faccia”, non aveva tutti i torti. E noi, comunque, gliene siamo grati.

 

4. π – Il teorema del delirio (1998)

π - Il teorema del delirio

Il primo lungometraggio del regista, il che la diceva già lunga sulla caratura cinematografica di Aronofksy. Perché in π troviamo già, in potenza, tutta la sua poetica successiva: la psicosi, lo studio del personaggio, il misticismo e la razionalità.

In un bianco e nero contrastatissimo viene raccontata la storia del matematico ebreo Max Cohen. Ancora una volta ci troviamo di fronte ad un thriller psicologico filtrato dal punto di vista del protagonista; un uomo, convinto del fatto che l’esistenza sia governata solo da schemi matematici, e che, in virtù delle sue credenze, arriva al paradosso dell’irrazionale come risultato di un’applicazione ossessiva della razionalità. La ricerca del senso è insensata per costituzione.

Nonostante la sua stratificazione tematica e il suo ritmo serratissimo, π rimane uno dei suoi film più riusciti. E per un regista che utilizza il cinema come mezzo di contemplazione esistenziale, questa è decisamente la sua opera più compatta tra quelle del “filone più esplicitamente mistico”.

 

3. The Wrestler (2008)

The Wrestler

Vincitore del Leone d’oro al Festival di Venezia, The Wrestler è il film più pacato di Aronofsky. Dopo l’avventura (semi-fallimentare) di The Fountain, egli decide di placare il suo spirito più coriaceo per dedicarsi ad un film più intimista, e onestamente più digeribile da parte di un pubblico più generalista.

Aronofsky confeziona così un film meno aggressivo, ma non per questo meno efficace. Anzi, la storia di Randy “The Ram” Robinson, wrestler professionista dalla travagliata vita personale e lavorativa, è indagata con una delicatezza e una profondità inaspettate. Aronofsky abbandona il ritmo frenetico delle sue altre opere per prediligere una messa in scena più incentrata sui dettagli e sulla sinuosità dei movimenti.

Quello che traspare, dunque, è un’emotività sincera che favorisce l’empatia spettatoriale. Merito, non ultimo, anche di un Mickey Rourke nella sua performance migliore del 21esimo secolo.

 

2. Requiem for a Dream (2000)

Requiem for a Dream

Ora, decisamente uno dei suoi film più uniformemente apprezzati, Requiem for a Dream è spesso citato come uno dei film più disturbanti della storia del cinema. E ben vedere.

Il baratro della tossicodipendenza (e della dipendenza/ossessione più in generale) è qui raccontato attraverso una spirale discendente che porta la visione allo stremo. Non bastano, infatti, le 2000 scene contenute in appena 100 minuti di film – in media, per lo stesso minutaggio ne troviamo dalle 600 alle 700 -. Ma a ciò si aggiungono gli split-screen, le riprese angolari e i time-lapse. Un vortice visivo che non lascia alcuno scampo allo spettatore e che rende esplicita la tematica di fondo del film.

Rappresentante eccellente di un cinema che vuole essere prima di tutto sensoriale, Requiem for a Dream è in realtà una lucida parabola sull’auto-distruzione. Un parabola che si dà attraverso il montaggio forsennato, alla costante ricerca di quel vestito rosso (della madre e di Marion) che è allo stesso tempo simbolo e nemesi del desiderio di speranza che caratterizza i personaggi.

 

1. Il cigno nero (2010)

Il cigno nero

Il film che l’ha portato al pieno riconoscimento agli Oscar è un film che, al pari di The Wrestler dimostra la capacità di Aronofsky di mostrarsi anche “più pulito”. Pur scegliendo la via della tematica unica, Il cigno nero riesce a rappresentare, ancora una volta, una brillante discesa negli inferi della psiche umana.

Pur lavorando sull’abusatissima tematica della creatività artistica e dell’incessante perfezionismo (basta parlare di Chazelle, che ne ha fatto un elemento di poetica), qui viene fatta decisamente esplodere. Usando il personaggio di una ballerina, ruolo che è valso l’Oscar a Natalie Portman, Aronofsky dimostra di riuscire a gestire anche un film dal contenuto all’apparenza più semplice e unitario.

Il cigno nero è la vera prova di regia di Aronofsky. La componente thriller, infatti, viene giocata primariamente a livello di messa in scena. Il mondo interiore di Nina Sayers si dà progressivamente tramite allucinazioni, deformazioni spaziali e continui giochi di specchi. Il tutto accompagnato dalla lente deformante della macchina da presa che scava nell’animo di Nina, danzando con lei.

E voi, siete d’accordo con la nostra classifica? Fatecelo sapere nei commenti!

 

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