Oscar 2020: L’esclusione di Greta Gerwig è davvero una questione di sessismo?

L'esclusione di Greta Gerwig e del suo Piccole donne dalla cinquina della Miglior Regia agli Oscar 2020 ha rinnovato le polemiche sul sessismo dell'Academy e dell'industria cinematografica. Proviamo a fare un po' di chiarezza.

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La serata cinefila più importante dell’anno è ormai alle porte. Come di consueto, domenica 9 febbraio 2020 verranno consegnate le statuette d’oro degli Oscar per premiare i migliori rappresentanti del cinema americano e internazionale. Il tutto, ancora una volta come di consueto, senza farsi mancare le polemiche.

E dopo un caso eclatante come quello del 2016 con la polemica degli #OscarSoWhite, questa volta è il turno – e anche a ragione – della rivendicazione femminista. In particolare in riferimento a Greta Gerwig e al suo Piccole donne (qui la nostra recensione). Ma andiamo con ordine…

Lo scorso 12 gennaio sono state pubblicate le nomination per questi Oscar 2020. Nomination attesissime perché frutto di un’annata davvero fervente e qualitativamente rilevante per il cinema internazionale. Tra le pellicole di rilievo, Piccole donne, film che ha ricevuto il plauso della critica e del pubblico e che si è aggiudicato 6 candidature.

Tra queste spiccano indubbiamente quelle per il Miglior Film, Miglior sceneggiatura non originale e la doppia candidatura per le interpretazioni femminili (Saoirse Ronan e Florence Pugh). Manca però una che tutti si sarebbero aspettati: quella alla Gerwig come Miglior Regista.

Piccole donne

Greta Gerwig non è così riuscita ad entrare nella “cinquina sacra” degli Oscar 2020, che è risultata composta da soli uomini. Il fatto ha suscitato polemiche e rivendicazioni di sotto-rappresentazione femminile nel mondo cinematografico. La questione femminile è quindi tornata alla luce, come uno dei problemi irrisolti del mondo cinematografico contemporaneo.

Il fatto è diventato ancora più eclatante proprio perché Piccole donne pone la questione delle donne nell’industria creativa al centro della sua narrazione. Quasi quintessenza del femminile contemporaneo, il film è stato lodato per la sua capacità di rappresentare una femminilità plurale. Riuscendo ad inglobare anche un’identitarietà queer.

Ma quanto, effettivamente, l’esclusione di Greta Gerwig può essere definita sessista?

Cercherò di fare luce sulla questione, prestando attenzione a una pluralità di punti di vista, che in questioni delicate come questa è sempre necessaria. Sì… So a cosa state pensando: chi scrive questo articolo è un uomo. Ma vi garantisco che voglio mettermi in discussione, e provare a mettere anche in dubbio l’idea stessa di regia. E questo articolo vuole essere l’inizio di un dibattito, più che la risposta definitiva alla questione.

Fatte le dovute premesse… Buona lettura!

 

Gli Oscar e le donne

Kathryn Bigelow
Kathryn Bigelow

È davvero impossibile non riconoscere il fondamento problematico della presenza femminile  nel mondo della cinematografia. E gli Oscar/Academy, in quanto primari rappresentanti di questo mondo, non ne sono esenti. Sono gli stessi numeri a parlare: tanto che sembrano dirci che “fare cinema non è una cosa da donne”. In 92 anni di Oscar solo 5 registe donne hanno ricevuto una candidatura. E solo una di queste, Kathryn Bigelow, è stata effettivamente premiata nel 2010 per The Hurt Locker.

Una questione davvero da non sottovalutare, tenuto in considerazione il ruolo e il portato dell’Academy. Volenti o nolenti, infatti, gli Oscar assumono su di sé una funzione anche politica. Per molti rappresentano davvero la faccia del cinema di qualità, e per alcuni addirittura quella del cinema tout court.

Alcuni passi in avanti dopo le polemiche degli scorsi anni sono stati fatti (si rimanda all’articolo del Time per i numeri dettagliati). Ma la nuova bagarre sul caso Gerwig dimostra che forse c’è ancora del lavoro da fare per provare a pareggiare i conti. O almeno per non insinuare il fatto che la sua esclusione sia dovuta prettamente ad un sessismo introiettato nel sistema cinema.

È necessario porsi una prima domanda…

 

Al posto di chi sarebbe dovuta essere nominata Greta Gerwig?

Greta Gerwig

Nell’analizzare la questione non si può evitare di porsi questa domanda. Perché sostenere la candidatura di Gerwig significa, un po’ provocatoriamente, sottoscrivere il fatto che è stato candidato qualcuno che non se lo meritava affatto. E in un anno con una tale qualità dietro la macchina da presa, risulta onestamente un po’ difficile come causa da perorare.

Questa la cinquina dei nominati: Quentin Tarantino, Todd Phillips, Martin Scorsese, Sam Mendes e Bong John-Ho. Tutti questi nomi hanno dato ampiamente prova della loro oggettiva abilità registica, alcuni dei quali addirittura fornendo la migliore della loro carriera. È innegabile, dunque, la loro presenza per merito all’interno degli “eletti” di questi Oscar 2020.

Viene da chiedersi, dunque, se la regia di Piccole donne fosse effettivamente all’altezza di queste altre. La Gerwig è bravissima nel costruire un mondo così vivace e intenso come quello delle sorelle March; e persino – dal punto di vista di chi scrive – lo fa proprio grazie ad una regia che riesce abilmente ad elevare una sceneggiatura, al contrario, abbastanza esile. La cosa che sembra invece mancare a Piccole donne è una regia evidente e palese. Una messa in scena forte, decisa e stratificata che si manifesta durante tutto il corso della narrazione.

Questo, non solo all’Academy sembra piacere, ma viene valutato come effettivo indice di qualità. Non serve ricordare i vari Birdman, Revenant, La La Land o La forma dell’acqua, vero?! Tutti esempi in cui la regia è talmente marcata da diventarne il punto di forza dell’intero film e della costruzione dell’immaginario rappresentatovi.

A questo punto sorge un ulteriore questione…

 

Cosa vuol dire essere un/una bravo/brava regista?

Greta Gerwig

Come quasi ogni giudizio sull’arte, la risposta tende ad essere irrimediabilmente legata ad un dominio della soggettività. Per quanto i critici si impegnino a delineare dei confini più oggettivi possibili, l’estetica è difficile da giudicare alla stregua di una semplice dimostrazione matematica.

Per provare a rispondere a cosa sia una buona regia, è utile dire qual è il ruolo del regista. Ricordo un intervento di un critico che spiegò il lavoro del regista basta tramite un’efficacissima metafora che qui vi ripropongo. Avete presente quando state rifacendo il bagno di casa e il muratore, l’idraulico, il piastrellista, l’imbianchino, e chi più ne ha più ne metta, vengono a chiedervi come volete impostare ogni suo singolo particolare? Bene, moltiplicate questo per 1000 e saprete qual è il ruolo del regista. Fare il regista è dunque come essere il proprietario di un’enorme casa da costruire alla base.

Ho sempre trovato questa definizione non solo molto affascinante, ma anche decisamente illuminante. Il regista è colui che tiene le fila dell’intera opera e che, nel farlo, è incaricato di averne sempre ben presente la visione d’insieme.

Alla luce di quanto detto, sembra che l’Academy (in quanto rappresentante del settore) utilizzi proprio questi criteri per il giudizio di un’ottima regia. Criteri che potrebbero essere riassunti in: organizzazione, controllo, gestione e visionarietà. Tutte caratteristiche che, lo ribadiamo, sono presentissime nelle opere dei “registi della cinquina” di questi Oscar 2020.

 

Considerazioni finali

A ben vedere, le 4 caratteristiche sopra delineate fanno capo ad un’idea generale che è quella di dominio e di potere. Un campo che storicamente e culturalmente è sempre stato più maschile che femminile. Attenzione: non sto dicendo che le donne non possono avere questo ruolo, dico solo che culturalmente c’è sempre stato uno sbilanciamento, almeno nella sfera pubblica. Per fortuna le cose stanno (lentamente) cambiando.

Provocatoriamente, sto cercando di mettere in discussione questa stessa idea di regia perché FORSE troppo ancorata ad un immaginario maschile. Un immaginario in cui tutto è posto intellettualmente sotto controllo, quasi una sorta di delirio di onnipotenza. Sto esagerando, lo so, ma è per farvi capire il senso dell’osservazione. Al contrario sarebbe utile anche proporre un punto di vista diverso. Magari, la buona regia potrebbe essere quella del “sentimento efficace” e più nascosta, piuttosto che quella impositiva e sbandierata.

 

E qui anche la tematica potrebbe influire. Anche perché di immaginario maschile, da sempre considerato più degno di nota di quello femminile, questi Oscar 2020 sono davvero pieni. Dal film di guerra 1917 al brotherly romance di Rick Dalton e Cliff Booth di C’era una volta a… Hollywood. Dal protagonismo di Joker alla polifonia virile di The Irishman.

D’altra parte, quest’anno il cinema ha offerto anche molti esempi di ottimi film tutti al femminile. Film che hanno indagato con efficacia le relazioni tra donne, ottenendo un grosso appeal in particolare sul pubblico femminile. Oltre al già citato Piccole donne, si possono citare The Farewell di Lulu Wang, Le ragazze di Wall Street di Lorene Scafaria e Ritratto di una giovane in fiamme di Céline Sciamma. Un’efficacia che però è rimasta esclusa dagli Oscar più ambiti e che pertanto non è stata valutata come sufficientemente degna, almeno a livello di Miglior Regia.

Una lancia va comunque spezzata in favore degli Oscar 2020. L’Academy sta riconoscendo con il tempo il suo ruolo politico, tanto che quest’anno nel complesso le nomination a donne sono il numero più alto mai registrato (il 31,1% del totale). Un segno indiscutibile che, seppur con tempi non rivoluzionari, stiamo andando verso una maggiore inclusività.

The Farewell
“The Farewell” di Lulu Wang

Questo articolo vuole, in fin dei conti, essere una piccola provocazione. E vuole supporre che quel merito innegabile dei cinque registi candidati, magari è anche frutto di un’ottica di giudizio forse troppo tradizionalista (e quindi maschile). Ma la risposta definitiva a tutta questa questione davvero non ce l’ho.

Alla luce delle considerazioni qui riportate, quindi rimetto a voi il giudizio. Fateci sapere cosa ne pensate nei commenti.

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