JoJo Rabbit: quando scherzare sul nazismo ti porta agli Oscar

Candidato a 6 premi Oscar tra cui Miglior Film, JoJo Rabbit è una commedia nera irriverente e coraggiosa che ha fatto molto discutere. Si può scherzare sul nazismo?

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Si può fare ironia su tutto? E’ giusto scherzare su argomenti delicati e dolorosi? Fino a che punto ci si può spingere? Sono domande che sorgono spontanee anche solo leggendo la trama di JoJo Rabbit: un bambino di 10 anni, nato e cresciuto nella Germania Nazista, ha come amico immaginario Hitler. Il nuovo film di Taika Waititi è una commedia nera sicuramente coraggiosa, tanto che il regista non ha trovato nessun attore disposto ad interpretare il suo grottesco e parodico Hitler.

JoJo Rabbit sceglie una strada difficile nell’ambito storico in cui viviamo. E’ vero che Il Grande Dittatore di Charlie Chaplin è uscito nel 1940, quando la Seconda Guerra Mondiale era in pieno corso, ed era chiaro il riferimento alla dittatura nazista, anche in questo caso parodiata. Eppure forse oggi è un argomento ancora più scottante, paradossalmente. Oggi la libertà di parola è un diritto diffuso e quasi abusato: tutti hanno la possibilità di dire la propria, in modo più o meno corretto e più o meno ironico, su qualsiasi argomento. La politica si commenta con i meme, così come la Storia. Ma siamo anche in un periodo in cui spesso si pretende un politicamente corretto assoluto, in cui l’indignatio porta visualizzazioni e like e quindi si creano polemiche anche quando non ce n’è un reale bisogno.

Un altro tasto dolente che spesso è stato sottolineato parlando di JoJo Rabbit è il fatto che il nazismo non è ancora un fenomeno del tutto passato e superato. La Seconda Guerra Mondiale è un evento relativamente recente, abbiamo ancora testimonianze dirette di chi l’ha vissuta in prima persona. L’olocausto è una pagina talmente buia della storia dell’umanità che non basta quasi un secolo a far rimarginare la ferita che ha inflitto. Ma soprattutto, esistono ancora frange neo-naziste e neo-fasciste che auspicano il ritorno di un tale orrore, un diffuso sentimento di razzismo ed intolleranza che ci fa dubitare che la lezione della Seconda Guerra Mondiale sia effettivamente stata recepita fino in fondo.

In questo contesto, in questo clima delicato e fragile, è giusto realizzare un film come JoJo Rabbit? Probabilmente sì, ed è proprio ciò di cui abbiamo bisogno.

IL NAZISMO VISTO CON GLI OCCHI DI JOJO

JoJo

JoJo Rabbit non è certamente il primo film sulla Seconda Guerra Mondiale e il nazismo. E’ un argomento trattato dal cinema sotto vari punti di vista, in modi diversi. Recentemente Liliana Segre, superstite del campo di concentramento di Auschwitz, ha criticato La Vita è Bella (1997) e Shindler’s List (1993): sono due pellicole acclamate dalla critica che raccontano la tragedia dell’Olocausto, ma la Segre ha voluto sottolineare come questi film abbiano forti componenti romanzate e raccontino una storia edulcorata rispetto a quella che lei stessa ha vissuto in prima persona.

Se due film così drammatici vengono accusati di essere poco realistici, cosa potremmo dire di una commedia nera come JoJo Rabbit? Semplicemente che è un film diverso, con altri intenti.

In primis a cambiare è il punto di vista: non vediamo la Seconda Guerra Mondiale dagli occhi di un padre ebreo, né ci viene presentata la Germania Nazista come poteva vederla l’imprenditore tedesco Shindler. Il filtro che Waititi ci propone è quello degli occhi di JoJo, un bambino di 10 anni tedesco che in quella Germania ci è nato. JoJo crede fortemente nel nazismo, ha fiducia nel Führer, sogna di arruolarsi e odia gli ebrei, e non gli si può dare nessuna colpa.

La Germania degli anni ’30-’40 era un paese in ginocchio. Si parlava di Super-inflazione, i debiti di guerra erano altissimi, la sconfitta della Grande Guerra bruciava ancora. Adolf Hitler rappresentava un baluardo, un punto fisso, qualcuno che aveva individuato la causa precisa di questa crisi e sapeva affrontarla con la giusta forza e determinazione. Migliaia di persone si affidarono a lui, stregati dalla sua propaganda semplice ma efficace, canalizzando nell’odio razziale la ceca rabbia e frustrazione di un popolo in miseria.

Per JoJo vale lo stesso, forse anche di più. Un bambino di 10 anni sicuramente non avvertiva il sentimento di rivalsa che caratterizzava il popolo tedesco, ma la propaganda fa leva anche su di lui. JoJo è un bambino insicuro, timido ed emarginato che si trova davanti alla coesione e all’omologazione del pensiero nazista. “Tu non sei un nazista, Jojo. Tu sei una bambino di 10 anni a cui piace vestirsi con una buffa uniforme e che vuol sentirsi parte di un gruppo” gli dirà Elsa, la ragazzina ebrea che la madre di JoJo nasconde. Il fanatismo di un bambino non può essere altro che paura di rimanere solo.

JoJo inoltre ha perso il padre, disertore di guerra, e avverte la mancanza del genitore. Sente dunque l’esigenza di rimpiazzare l’autorità paterna, e lo fa con una figura autoritaria e carismatica, che lo sprona a ricercare la forza e la gloria che fatica a trovare: per questo il suo amico immaginario assume le sembianze di Hitler, colui al quale tutti stanno dando fiducia e ammirazione, che vede tenere grandi discorsi sull’eroismo e la grandezza della “razza ariana” alla quale appartiene.

E qui arriva il punto critico: la parodia di Hitler. E’ normale che l’idea di rendere una figura emblema di negatività quale Hitler con un personaggio goffo e divertente, che accompagna e sostiene un bambino, può far storcere il naso al pensiero. Ma il problema è che il personaggio scritto e interpretato da Taika Waititi non è Hitler. Il vero Hitler non appare nel film così come non è fisicamente presente nella vita di JoJo. Tutto ciò che il piccolo JoJo sa di Hitler deriva dalla propaganda martellante, dalle grandi celebrazioni e da ciò che gli è stato insegnato da sempre. Quello che lo accompagna e stimola è solo la proiezione della mente insicura di un bambino, plasmata dalla propaganda nazista che gli ha inculcato l’idea di Hitler come uomo perfetto e dunque guida ideale nella sua immaginazione.

L’idea che un bambino tedesco poteva avere di Hitler è resa perfettamente nelle prime scene del film: vengono inserite scene reali delle celebrazioni durante le quali folle immense salutavano il Führer col braccio destro alzato, ma in sottofondo sentiamo la versione tedesca di I wanna hold your hand dei Beatles. Saranno diverse le canzoni in tedesco presenti nella colonna sonora di JoJo Rabbit, ma penso che la scelta di inserire i Beatles in questa scena non sia casuale: il fanatismo nazista ricorda la Beatlemania, Hitler veniva accolto proprio come una rockstar. E’ normale che in un bambino ignaro della situazione politica in corso rimanga affascinato e coinvolto.

SATIRA E REALTA’

JoJo

Quando si decide di realizzare una commedia nera come JoJo Rabbit, trattando con ironia argomenti così delicati, bisogna riuscire a mantenere un equilibrio: cercare di risultare divertenti senza diventare offensivi. E’ un equilibrio delicato, ma in JoJo Rabbit viene mantenuto con eleganza. Questo accade grazie al fatto che Waititi sceglie di basare la sua satira non sullo stravolgere le situazioni, ma sull’esagerazione: la maggior parte delle situazioni assurde che vediamo sono tratte da ciò che realmente accadeva, visto con l’innocenza di un bambino e poca retorica.

Tutta la prima parte, in cui JoJo partecipa al campeggio di addestramento della Gioventù Hitleriana, è ricco di scene divertenti, ma è un sorriso amaro quando ci si rende conto della dura realtà su cui si basano. E’ vero che i bambini tedeschi venivano istruiti per diventare giovani soldati, inculcandogli il culto eroico della guerra, convincendoli che gli ebrei fossero strani esseri mostruosi e facendo roghi di libri. Tutto ciò viene reso nel film di Waititi in modo esagerato e divertente, ma è anche reale. E’ ironia pura, quell’umorismo Pirandelliano che dopo la risata fa scaturire la riflessione. Ed è una riflessione amara, dura.

Il mondo di JoJo Rabbit è un mondo vivace e colorato perché è il mondo di un bambino di 10 anni inconsapevole. Ma i momenti difficili e tragici non mancano. Nella seconda parte JoJo entra in contatto con quella realtà dalla quale la madre aveva cercato di proteggerlo, si rende conto che ciò che gli avevano inculcato non era vero: scoprendo con Elsa che gli ebrei non sono mostri, non sono diversi dai tedeschi, che la guerra è spaventosa, che quelli giustiziati non sono criminali, allora il castello di retorica nazista crolla. JoJo scopre lentamente la vera natura di quell’Hitler che aveva idealizzato e immaginato, al quale arriva a rinnegare quel saluto che all’inizio del film sfoggiava con orgoglio e, forse, leggerezza.

Per questo JoJo Rabbit è il film di cui abbiamo bisogno in questo periodo. Con JoJo scopriamo quel pericoloso fascino che un’ideologia così folle può esercitare per mezzo della propaganda e dell’inquadramento, con lui riflettiamo sull’assurdità di un periodo storico che sembra lontano ma non lo è così tanto. Con lui cresciamo rivelando la realtà, una realtà che può sembrare banale ma che è sempre bene ricordare. E con lui alla fine balliamo, eroi e sopravvissuti in un mondo di macerie.

JoJo Rabbit ci ricorda l’importanza di saper prendere con leggerezza la realtà senza però essere superficiali, saper ballare ed essere liberi seppur rischiando la vita, saper difendere la bellezza e l’amore che alla fine vince, perché “L’amore è la cosa più forte al mondo”. E’ un barlume di speranza che sopravvive all’orrore. Lo ricorda anche la poesia di Rilke che appare alla fine, prima dei titoli di coda:

Lascia che tutto ti accada: bellezza e terrore.
Si deve sempre andare:
nessun sentire è mai troppo lontano.

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