Dexter: come ci siamo innamorati di un serial killer

Dexter, la serie tv di Showtime andata in onda dal 2006 al 2013, nonostante i suoi difetti, è riuscita a farci innamorare del serial killer più spietato di Miami. Vi spieghiamo quali elementi l'hanno fatta diventare una delle serie più amate dello scorso decennio.

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Mi chiamo Dexter, Dexter Morgan. Non so cosa mi ha fatto diventare ciò che sono ma, qualunque cosa sia stata, mi ha lasciato un vuoto dentro. Le persone fingono molto, io fingo quasi tutto e fingo molto bene.

Così si presenta sul piccolo schermo uno dei personaggi più interessanti, intriganti e spiazzanti che la serialità ci abbia dato negli ultimi anni. E ci dice già tutto di chi è, chi è stato e chi sarà per noi. Ovviamente stiamo parlando di Dexter Morgan, l’ematologo forense della polizia di Miami che di notte si tramuta in uno spietato serial killer.

Dexter è il protagonista dell’omonima serie tv di Showtime, andata in onda per 8 stagioni consecutive dal 2006 al 2013. Nonostante gli alti e bassi che la serie ha vissuto, in particolare tra la 5a e la 6a stagione, e un finale che ha lasciato molti spettatori di stucco – ma non è forse una sensazione costante dell’intera serie?! -, Dexter ha sempre dimostrato di essere un prodotto di eccellenza.

Dexter

Dexter ha contribuito a cambiare/creare la faccia e l’appeal degli anti-eroi seriali degli anni Duemila (da Tony Soprano a Walter White). Lo showrunner James Manos Jr. e la scrittrice Jeff Lindsay, autrice del romanzo di partenza, sono riusciti a creare un personaggio davvero complesso e stratificato. Un personaggio intrigante che appassiona gli spettatori, facendogli provare allo stesso tempo repulsione ed empatia. Un’impresa non facile, cui ha contribuito la performance azzeccatissima di Michael C. Hall, protagonista indiscusso della serie.

Così, entrando in contatto con Dexter, diventa davvero impossibile non innamorarsi di lui, e non innamorarsi di questa serie, che in alcune stagioni davvero rasenta la perfezione.  Non serve ricordare la quarta stagione con Trinity, vero?!

Eccovi dunque in spiccioli alcuni motivi del nostro amore.

 

Tra serial killer e supereroe

Dexter

Dexter è davvero il protagonista indiscusso dell’intera serie, è a lui che ci affidiamo e addirittura con lui che ci immedesimiamo. Alcune volte viene da chiedersi come mai siamo portati così tanto a provare empatia per uno che, praticamente nella quasi totalità dei casi, svolge una vita così lontana da noi. E lontana da una morale socialmente accettabile. Insomma, non è molto normale provare piacere nel vedere persone morire…

Ma è proprio in questo che sta la bravura di questa serie, cioè nel creare un personaggio stratificato che si rivela pian piano allo spettatore. La freddezza del serial killer diventa del tutto umana quando inizia a confidarci del suo Oscuro Passeggero. Così capiamo che la diabolicità del killer forse non è (solo) dipendente da lui stesso, quanto piuttosto un istinto irrefrenabile da tenere sotto controllo e incanalare.

Quella che ci viene presentata dalla serie diventa, in questi termini, una sorta di violenza etica, una violenza fatta per il bene. E per questo noi siamo portati a digerirla più facilmente. Dexter assume quasi le vesti di un supereroe: quelli che uccide “se lo meritano sempre”. E lui come un Dio/Giustiziere è tra noi per portare Ordine. A ben vedere, tra le altre cose, egli è costruito proprio come un supereroe a tutti gli effetti. Non solo, come un Bruce Wayne che si rispetti, vive una doppia vita, quella pubblica e quella nascosta; ma, come Superman, anche Dexter ha una sua divisa, o meglio il suo costume da omicidio (il cosiddetto kill suit), che indossa meticolosamente durante l’esecuzioni finali.

 

La follia e il metodo

Dexter

In diretta continuazione di quanto detto in precedenza, il fascino di una serie e di un personaggio come quello di Dexter, sta nel bilanciamento. Se da una parte abbiamo la follia totale di un uomo, dovuta ad un passato torbido e un’infanzia dettata letteralmente dal sangue. Dall’altra troviamo il tentativo (riuscito) di domare gli istinti animaleschi, conferendo loro un metodo.

La figura più indicativa della “necessità del metodo”, nonché una tra le più affascinanti oltre a Dexter, risulta essere quella del suo patrigno adottivo: Harry Morgan. Lui e il suo Codice sono gli emblemi della volontà di dare un ordine alla follia psicotica del Dexter-mostro. L’importante così non è limitare l’istinto omicida, quanto piuttosto camuffarlo e non farsi scoprire.

E Dexter porta davvero all’estremo questa enfasi metodologica, questa razionalizzazione e questo spirito da collezionista (tipico del serial killer). Diventa impossibile non rimanere colpiti dalla freddezza e dalla lucidità con cui lui compie la sua routine assassina. Dai corpi nudi avvolti nella plastica alla siringa infilzata nel collo, dal coltello piantato nello sterno alla scatolina con i campioni di sangue. La ciclicità dell’ossessione dexteriana ci coinvolge in un affascinante, quanto torbido, loop di aspettativa.

Ma come poteva essere altrimenti per uno il cui nome è esplicitamente derivato dalla parola inglese che significa “destrezza/abilità” (dexterity)?

 

La sigla

Game of Thrones docet, una serie perfetta non può che avere una sigla perfetta. Accalappia l’attenzione dal primo minuto, la Morning Routine – questo il titolo della sigla di apertura – è il perfetto esempio di efficacia simbolica; essa riesce a catturare e spiegare, nell’arco di un minuto e mezzo, tutta l’essenza di Dexter stesso.

L’idea è molto semplice, si tratta di accompagnare Dexter nel suo banalissimo rituale mattutino fatto di doccia, colazione e vestizione. Ma è il trattamento estetico che viene riservato al soggetto a fare della sigla di Dexter una delle migliori in circolazione. I close-up, le riprese ravvicinate e decontestualizzate delle fasi di rasatura, taglio del bacon o dell’arancia, hanno un fortissimo potere di straniamento.

Sotto ciò che all’apparenza sembra normalità si cela una realtà molto più oscura. I lacci delle scarpe sembrano corde da strangolamento, la salsa barbecue sulle uova pare sangue versato, il caffè infuso sembra un campione chimico da laboratorio. Inoltre a rendere il tutto ancora più inquietante è la musica. Un sottofondo quasi da cabaret che, invece di alleggerire l’immagine, ne svela una dimensione farsescamente perturbante. Alla fine il mostro emergerà dagli abissi di quella maglietta insolitamente bianca, salvo poi trasformarsi nel perfetto e sorridente vicino di casa.

 

Michael C. Hall e gli altri

Dexter

Uno dei motivi per cui Dexter è stata una serie di successo è anche l’indiscutibilmente perfetto casting fatto sull’attore protagonista: Michael C. Hall. Hall ha probabilmente rappresentato la faccia giusta al momento giusto che l’ha legato indissolubilmente alla figura del macellaio di Bay Harbor. E se questo può essere stato uno svantaggio per la sua carriera post-Dexter, si è venuta a creare un’unione quasi metafisica tra personaggio e attore. Una situazione che avviene solo quando, non solo “hai la faccia giusta”, ma sei anche bravo a costruirtela.

E per Hall è stato davvero questo il caso. Incuriosito dalla figura di questo serial killer che gli ricordava Hannibal Lecter, ha compiuto un lavoro di preparazione davvero degno di nota. Il personaggio di Dexter è dunque il frutto di un lavoro certosino che Hall fece, andando a studiare dossier dell’FBI e visionando pure degli interrogatori della polizia di Miami. In questo modo egli voleva tentare di comprendere i disturbi della personalità caratteristici degli psicopatici per rappresentarli al meglio sullo schermo.

Nota di merito è riservata pure ai personaggi secondari. Infatti lungi dall’essere una serie prettamente egocentrica, Dexter riesce a porre l’attenzione sul tessuto di relazioni costruito dal protagonista. E, merito anche di molte altre azzeccatissime interpretazioni, la serie assume un tono decisamente più completo. Degni di nota: i personaggi di Debra (Jennifer Carpenter) e di LaGuerta (Lauren Vélez), fino ad arrivare al miglior villain della serie, Trinity (John Lithgow).

 

Bonus track: …il problema è quando ci si innamora un po’ troppo

Dexter

Vogliamo concludere con una parentesi seria, e anche un po’ gore, quest’ode a Dexter. Perché dall’adorazione all’emulazione purtroppo il passo è sempre molto breve. E se la serie ha il suo punto di forza nella capacità che ha di immedesimarti con un serial killer, a volte c’è stato chi ha deciso di incarnarlo nella vita reale. Si contano, infatti, ben 7 episodi di omicidi esplicitamente ispirati alla serie.

Da Mark Twitchell che ha preso ispirazione da un episodio della serie per adescare e uccidere le vittime che poi sarebbero state filmate per un suo contorto blockbuster evento, a Andrew Conley che seppellì il corpo del fratellino in sacchi della spazzatura. Da Steven Miles che uccise e fece a pezzi il cadavere della ragazza con gli attrezzi da chirurgo del padre, fino ai fatti di piena emulazione avvenuti nel 2011 del “Dexter” di Long Island, tuttora privo di identità.

Casi estremi e di follia che purtroppo una serie popolare, e particolarmente provocatoria, come Dexter può portare con sé. Al di là di ciò, la serie rimane comunque uno dei migliori casi di serialità di inizio Millennio. Una serie capace di tenere lo spettatore con il fiato sospeso, di sorprenderlo e di porgli, allo stesso tempo, domande di carattere etico-esistenziale. Anche perché, come ci ricorda il nostro protagonista nell’episodio 6×02…

“…i mostri non vivono per sempre felici e contenti.”

 

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