Ted Bundy: quando un serial killer diventa una star

Il 24 Gennaio 1989 Ted Bundy fu giustiziato sulla sedia elettrica. Uno dei serial killer più crudeli e insensibili, ha ispirato canzoni, libri e film.

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Una giovane donna nota un uomo con un braccio ingessato cercare con difficoltà di caricare degli oggetti in macchina. Si avvicina dunque per aiutarlo, ma l’uomo la tramortisce per poi rapirla. E’ una scena del Silenzio degli Innocenti, in cui l’ignara vittima viene rapita dall’iconico Buffalo Bill (Ted Levine) che utilizza un espediente talmente cinico e funzionale da mettere i brividi: chi non si fermerebbe ad aiutare un uomo con un braccio rotto in evidente difficoltà? Ma è ancora più inquietante realizzare che questo modus operandi non è un’invenzione: è fedelmente ispirato a Ted Bundy, uno dei più celebri e spietati serial killer della storia.

Il silenzio degli Innocenti è solo un esempio delle innumerevoli opere che citano o si ispirano a Bundy: il suo nome appare in varie canzoni (dagli Yes a Noyz Narcos, passando per Eminem), pagine e pagine sono state scritte da esperti e persone che lo avevano in qualche modo conosciuto e, ovviamente, il mondo del cinema non è da meno. Sono vari i documentari, serie tv e film che hanno come protagonista Bundy, e molti dei serial killer inventati sono in parte basati sulla sua figura. In particolare l’anno scorso, in occasione dei trent’anni dall’esecuzione di Bundy, Netflix ha prodotto una miniserie-documentario intitolata “Conversazioni con un Killer: The Ted Bundy Tapes”, seguito poi da un film di Joe Berlinger intitolato “Ted Bundy – Fascino criminale” con Zac Efron nel ruolo di protagonista. Tutto questo perché Ted Bundy diventò un’icona, una star, il cui macabro fascino sconvolge chiunque conosca la sua storia.

Tanto il documentario Netflix quanto il film di Berlinger, per quanto omettano i dettagli più macabri delle vicende di Bundy, rendono bene quello che era il celebre serial killer. Il primo utilizza come filo conduttore le registrazioni delle interviste che Ted Bundy tenne mentre era in prigione con i reporter Stephen Michaud e Hugh Aynesworth. Bundy non confessò i suoi omicidi fino a pochi giorni prima dell’esecuzione. Tuttavia durante queste interviste, usando come pretesto gli studi di psicologia che aveva condotto, “analizzò” le azioni e i pensieri del killer. Parlando in terza persona, Bundy raccontò così con estrema lucidità le terribili azioni compiute.

Bundy

“Ted Bundy – Fascino criminale” invece è una storia in parte più romanzata, ma che propone un punto di vista particolarmente interessante: quello di Liz Kendall (Lily Collins), fidanzata del killer e tessera fondamentale nelle indagini: fu lei la prima a dare il nome di Ted per la lista dei sospettati, notando somiglianze tra l’identikit diffuso dalla polizia e il suo ragazzo e una corrispondenza tra l’auto del presunto killer e la Volkswagen Maggiolino di Ted. Il film analizza la difficile ed instabile posizione di Liz, che si trovò a scoprire un lato terribile dell’uomo che era stato al suo fianco per anni: un uomo che di giorno si dimostrava premuroso e affettuoso anche nei confronti della figlia di Liz, per la quale era ormai una figura paterna, ma che di notte si trasformava in un mostro sanguinario. Il senso di colpa tormenetrà Liz per anni, portandola a chiedersi se fosse vero ciò la polizia stava scoprendo oppure se il suo ragazzo fosse stato accusato ingiustamente a causa sua.

CHI ERA TED BUNDY?

L’aspetto che caratterizza maggiormente Ted Bundy è il suo carisma: era un uomo di bell’aspetto, colto e affascinante. Studente di psicologia e legge, nel 1967 si avvicinò a Stephanie Brooks, una giovane brillante e di buona famiglia che però lo lasciò non ritenendolo alla sua altezza. Questo episodio segnò il giovane e orgoglioso Bundy, il quale cercava sempre di dimostrarsi un ragazzo di successo, il migliore. Qualche anno dopo a Seattle iniziò una relazione con Liz Kendall, una giovane madre divorziata.

Nel 1974 Bundy tentò il suo primo omicidio: la vittima, Joni Lenz (di soli 18 anni), riuscì a salvarsi dopo un periodo di coma. Nello stesso anno, però, delle ragazze iniziano a scomparire presso il  lago Sammamish: sono tutte giovani, con i capelli castani separati da una riga centrale, proprio come Stephanie Brooks. C’è però anche la testimonianza di una ragazza: Janice Graham racconta di essere stata adescata da un giovane con un braccio ingessato chiamato Ted, che le aveva chiesto aiuto per caricare una barca a vela in macchina. L’identikit fornito da Janice diede il via ad una vera e propria caccia all’uomo: Ted Bundy è nella lista dei sospettati, sotto suggerimento di Liz.

Prima che venga catturato, Bundy si trasferisce nello Utah. La serie di omicidi continua, ma un’altra ragazza riesce a sfuggire: Carol DaRonch racconta di un uomo che, fingendosi un poliziotto, aveva tentato di rapirla. Nel 1975 Ted viene fermato da un poliziotto per eccesso di velocità. Nel suo maggiolino ci sono un passamontagna, un rompighiaccio e delle manette, così Ted viene arrestato. Carol lo riconoscerà come l’uomo che aveva tentato di rapirla. Mentre il processo a suo carico è in corso, Bundy riesce a fuggire dalla finestra della biblioteca del tribunale. Pochi giorni dopo viene nuovamente catturato, ma riesce nuovamente ad evadere: dimagrisce abbastanza da passare da una conduttura sul soffitto e fugge in Florida assumendo una nuova identità. Qui compie forse i suoi omicidi più efferati, tra cui quello della dodicenne Kimberly Leach.

Bundy

Ted verrà arrestato nuovamente alla guida di un’auto rubata. Durante il processo deciderà di difendersi da solo, avendo studiato Legge. L’aria sprezzante con cui affrontò la corte hanno contribuito alla sua fama: tra il sadismo con cui chiedeva ai poliziotti di ripetere i terribili dettagli delle scene del crimine, quasi traendone piacere, le battute sarcastiche e addirittura la proposta di matrimonio alla sua nuova ragazza, Carole Ann Boon, chiamata a testimoniare, nella speranza di non poter essere condannato lo stesso giorno del matrimonio. Tuttavia, Bundy fu condannato a morte nel 1980: l’accusa era di 3 omicidi, successivamente ne confesserà 26, ma si stimano circa 100 vittime totali. Dopo aver rimandato per tre volte l’esecuzione, nel 1989 Ted Bundy affronterà la sedia elettrica.

Prima di comunicargli la sentenza finale, il giudice rivolse a Ted Bundy queste parole: “Si prenda cura di se stesso, figliolo. Glielo dico sul serio, si prenda cura di se stesso. È una tragedia per questa corte vedere una tale totale assenza di umanità come quella che ho visto in questo tribunale. Lei è un uomo giovane e brillante, avrebbe potuto essere un buon avvocato. Avrei voluto vederla in azione, ma lei si è presentato dalla parte sbagliata.”

L‘efferatezza degli omicidi di Bundy è sconvolgente, in contrasto con l’aspetto piacente e carismatico che dimostrava pubblicamente. Le vittime, tutte giovani donne, venivano avvicinate facilmente proprio grazie al suo fascino. A volte fingeva di avere un braccio rotto, altre di essere un poliziotto. Le attendevano violenze e sodomie che le portavano alla morte. I cadaveri venivano ritrovati mutilati, con segni di morsi e talvolta ci furono episodi di necrofilia. Fu proprio il calco dei denti confrontato con i segni ritrovati su una delle vittime la prova definitiva che permise la condanna di Bundy.

IL FASCINO CRIMINALE

Si ha sempre uno strano rapporto con i serial killer: ovviamente sono figure assolutamente disumane e terribili, ma inevitabilmente hanno un’aura di fascino. Un po’ perché ci inducono a chiederci cosa possa spingere un uomo a tanta crudeltà, quali meccanismi scattano nella sua psiche, e i lati oscuri della mente umana sono sempre affascinanti. Un po’ per l’immagine che abbiamo dei serial killer: il cinema, la cultura di massa tende ad idealizzare i serial killer, a vederli come persone non ordinarie. E’ in realtà un meccanismo di difesa, perché allontanare i serial killer dalla sfera della “normalità” ci porta a dedurre che essi costituiscano un’eccezione, siano pochi casi isolati, e dunque qualcosa che molto probabilmente non dovremo mai affrontare in prima persona.

Le numerose interviste a Ted Bundy sono costellate di frasi o episodi inquietanti, il suo sarcasmo non può che far rabbrividire chi conosce ciò che ha fatto. Quando spiega che uccideva semplicemente “Perché mi piaceva” o raccontava di un impulso irrefrenabile, un’Entità che lo invadeva e lo portava a compiere i suoi omicidi, quando sosteneva di non provare nessun senso di colpa, non possiamo rimanere impassibili. Ma forse la sua dichiarazione più sconvolgente è anche quella più lucida e cinica: “Noi serial killer siamo i vostri figli, i vostri mariti: siamo ovunque“.

Il caso di Bundy fu sconvolgente perché abbatteva le convinzioni di molti: non era un uomo con un passato particolarmente traumatico, e all’apparenza risultava assolutamente degno di fiducia. Vedendo in tribunale Charles Manson, con il suo aspetto demoniaco e la sua storia difficile, nessuno avrebbe dubitato della sua colpevolezza. Ma vedere il tipico ragazzo americano brillante e piacevole al tavolo degli imputati fece vacillare ogni certezza.

Bundy

Quando Ted Bundy fu arrestato il termine serial killer era stata coniata solo pochi anni prima dal profiler Robert Ressler. L’idea stessa di omicida seriale si stava diffondendo solo in quegli anni, grazie agli studi condotti sulla loro psicologia da parte dei criminologi; dunque il processo di Bundy contribuì a plasmare l’archetipo del serial killer che oggi conosciamo.

I MEDIA E LA FAMA

Se oggi ricordiamo il “fascino criminale” di Ted Bundy un ruolo fondamentale fu svolto dai media. Fu un incontro fortunato: da una parte un narcisista, consapevole del proprio carisma, da sempre in cerca di attenzioni; dall’alta la stampa, in cerca di notizie che facessero scandalo e avessero successo. Quello di Ted Bundy fu il primo processo ad essere trasmesso in diretta televisiva. I media resero Bundy una celebrità, una rockstar: c’era chi gli chiedeva autografi, chi si presentava in tribunale per seguire la vicenda dal vivo. I media fecero leva su questi aspetti, creando un personaggio forse più intelligente e affascinante di quanto non fosse in realtà. E’ celebre il video in cui viene pubblicamente data lettura dei capi di accusa: nel video Bundy è una star, il protagonista della scena. Si dichiara teatralmente innocente, rivendica il diritto di parlare alla stampa, interrompe continuamente lo sceriffo sostenendo che la sua cattura è “l’unica cosa che otterrà”. Anche durante il processo sembra che stia recitando: rivolge spesso lo sguardo alle telecamere, si dimostra sicuro e arrogante, assume il ruolo di avvocato nonostante non abbia mai completato gli studi di Legge. Senza l’incoraggiamento dei media, forse Ted Bundy sarebbe rimasto un megalomane colpevole di reati spaventosi.

La storia di Ted Bundy ci fa riflettere su come i media possano idealizzare anche il criminale più terribile, mettere in luce aspetti che forse andrebbero tenuti nell’ombra. Pochi giorni prima della condanna a morte, Ted Bundy confessò finalmente i suoi crimini. Cercava tuttavia di non assumersi la responsabilità delle proprie azioni, di ricercarne le cause. Nei video rinnega ogni trauma familiare (nonostante sappiamo che subì abusi e violenze da parte del nonno), ma addossa ogni colpa alla televisione: sostiene che la violenza trasmessa sia troppa e facilmente reperibile, che sia facile ottenere filmati pornografici con scene di sadismo e violenza, e che tutto ciò possa influenzare alcuni individui spingendoli a compiere crimini. Probabilmente questo è l’ennesimo tentativo di Bundy di cercare approvazione davanti ad una telecamera, ma il problema dell’influenza della violenza televisiva è ancora un tema sul quale si dibatte. Non può dunque plasmare in modo negativo anche vedere tutta questa esaltante attenzione mediatica puntata su un omicida?

Ma la stampa non ha seguito solo il processo. La mattina del 24 Gennaio 1989 i giornalisti si accalcavano per avere una foto in prima pagina del cadavere di Ted Bundy. Subito fuori c’era una folla riunita: si vendevano spille a forma di sedia elettrica e panini, c’erano striscioni e cartelloni che recitavano “Burn Ted Burn” (Brucia Ted brucia). Tutti avevano seguito il processo e le vicende di Ted Bundy e ora volevano assistere alla sua morte, magari guadagnandoci anche qualcosa. Davanti alla morte di un killer si gioiva e festeggiava. E’ macabro anche questo, l’attrazione delle masse per la morte, legittimata dalle colpe di colui che viene giustiziato. Quando allora ci chiediamo come si possa trarre piacere dalla violenza più scellerata, ci chiediamo anche se è la stessa sensazione che provarono le folle in festa durante l’esecuzione? Quando troviamo disumano l’omicidio, va bene punirlo macchiandosi dello stessa stessa colpa? Quando sentiamo Bundy raccontare “Quando senti l’ultimo respiro lasciare il loro corpo, stai guardando nei loro occhi, una persona in quella situazione è come Dio!“ non si sentivano Dio forse anche gli esecutori e tutti coloro che erano lì ad assistere?

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La storia di Ted Bundy fa riflettere: quanto possa essere disumano l’uomo e quali sono i limiti della giustizia; quanto i media siano riusciti ad assecondare la ricerca di attenzioni di un killer e poi a sostenere l’attrazione morbosa per la sua esecuzione; quanto le apparenze siano ingannevoli, quanto l’ambiente possa influenzarci. Questi sono gli spunti di riflessione che ritroviamo anche nelle opere cinematografiche e non che da Ted Bundy hanno preso spunto.

Da amanti del cinema siamo anche consapevoli della forza che le varie forme di comunicazione possono esercitare, e dobbiamo riconoscere che i media possono sfruttare tale potere anche con conseguenze negative. Ricordare e realizzare film o altre opere su Ted Bundy, così come altri personaggi ed eventi negativi, permette di ritrovare anche in questi un senso. Non possiamo far finta che determinate tragedie non siano mai accadute, che Ted Bundy e le sue vittime non siano mai esistite. Possiamo, però, trasformare il dolore in arte, l’ingiustizia in riflessione, lo scandalo in ricerca e scoperta.

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