1917: un modo diverso di guardare l’ennesimo film di guerra

1917 è l'ultima fatica di Sam Mendes, ecco la recensione del film del regista di Skyfall e American Beauty candidato al premio Oscar 2020.

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Un’immersione a 360 gradi nel mondo bellico, questa potrebbe essere la frase che descrive il lungometraggio cinematografico 1917.

Quella di Sam Mendes è una vera e propria sfida, ormai nel 2020 il tema della prima o la seconda guerra mondiale potrebbe essere altamente superato ma in questo caso riesce a spiccare tra la massa e fondamentalmente l’escamotage che usa per salvarsi è quello del tentativo di creare un film che appaia come un unico piano sequenza, che in realtà non è, perché il montaggio è presente nonostante sia impercettibile.

Innanzitutto l’idea che a noi appare come innovativa di Mendes ha origini da Arca Russa, un film del 2002 di Aleksandr Sokurov che è stato realmente girato in un unico piano sequenza, la sostanziale differenza tra questi due è il genere, 1917 è un lungometraggio pieno di azione essendo un film di guerra e per questo riesce a tenere molto attiva l’attenzione dello spettatore nonostante non ci sia un apparente montaggio.

Questa modalità di ripresa era stata già ipotizzata da Hitchcock nel film Nodo alla Gola, primo film a colori per il regista e composto da dieci piani sequenza in modo da apparire come un’unica ripresa, tecnica riutilizzata anche in Birdman per far sembrare che anche con lo scorrere del tempo ci sia una linearità visiva.

La storia vera tratta da i racconti del nonno del regista si apre con una scena in un campo militare, è il 6 aprile 1917 e subito entriamo a contatto con i due giovani protagonisti: William Schofield (George MacKay) e Tom Blake (Dean-Charles Chapman) due attori giovani e ancora abbastanza sconosciuti nel mondo cinematografico e questo è sicuramente un punto di forza, il regista lascia che la nostra attenzione non si riponga sul ricordarsi il nome dell’attore o in che ruolo ha recitato in altri film ma che si focalizzi sulla storia di questi incauti protagonisti che potrebbero essere due ragazzi presi a caso per strada.

Il film prosegue, il tempo scorre molto veloce per la coppia di soldati inglesi stanziati nel nord della Francia a cui viene affidato il compito di portare un dispaccio ad un altro gruppo di militari britannici per avvertirli che l’esercito tedesco si è ritirato oltre la linea Hindenburg e si sta preparando ad un attacco a sorpresa e devono quindi fermare l’attacco, chiaramente nessun soldato, nemmeno il più patriota si sarebbe avventurato tra le trincee e le linee nemiche senza un valido motivo, per questo i generali ricordano a Tom che suo fratello si trova in quella sezione e che se loro non andranno ad avvertirli 1500 uomini moriranno, tra cui il fratello.

1917

E finalmente passiamo dal mondo ordinario al richiamo all’avventura, Tom e Will si incamminano, uno più convinto l’altro estremamente titubante, verso questa missione e finalmente Mendes lascia lo spazio alla narrazione attraverso le immagini, in primissimo piano i volti freddi erosi dalla guerra dei due soldati e tutto intorno la trincea, soldati mutilati o che piangono, dormono o semplicemente si fumano una sigaretta e pensano solo a scappare mentalmente perché quella che vivono è una prigionia senza fine.

Tom e Will non si lasciano scoraggiare e continuano il loro percorso, che sembra quasi seguire le tracce di Salvate il soldato Ryan, per consegnare il famigerato dispaccio.

Mendes lascia il giusto spazio alla crudeltà, non siamo davanti a Full Metal Jacket o a Bastardi Senza Gloria dove il sangue dipinge lo schermo e nemmeno di fronte ad un documentario di guerra dove le scene sono aspre realtà, ma l’impatto dei combattimenti e della persistente paura dell’inevitabile e attesa morte è un climax ascendente.

Quindi il regista vince senza alcun dubbio nella scelta “innovativa” di rappresentazione ma sicuramente non ci troviamo davanti a nulla di nuovo, di strabiliante, narrativamente (come invece Parasite riesce a fare brillantemente) ma semplicemente ad un virtuosismo nell’uso della cinepresa.

Un aspetto da non sottovalutare è la difficoltà di mantenere il ruolo per tutta la durata delle riprese e si evince che il risultato funziona, dopo Dunkirk la narrazione delle storie belliche sta variando sempre di più, l’attenzione dello spettatore viene allontanata sempre di più dal tipico dramma dell’eroe invece tipico di altri film come Fury, mentre si focalizza sugli avvenimenti intorno, sull’importanza della scelta umana, di scegliere una via o un’altra della trincea, se aiutare un nemico, di scappare dai tedeschi o se restare con una donna per aiutarla o se rischiare la propria vita per salvare quella di altri 1600 o se rinunciare.

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Queste scelte non sono quelle che viviamo tutti i giorni, si distanziano da noi, ma entrando nei cunicoli di quelle trincee, attraverso le sequenze volutamente intrappolate che non lasciano spazio al cielo ma gridano ad una via d’uscita, insieme a Will e Tom è come se ci stessimo immedesimando e le vivessimo in prima persona.

Merita l’Oscar come miglior film? Probabilmente no, per il semplice fatto che la tematica rimasticata del conflitto della prima guerra mondiale non è diversa in 1917 rispetto ad altri film simili del passato ma sicuramente va apprezzato per l’importanza filmica che lascia allo spettatore moderno, facendo capire tutto il lavoro che c’è dietro ad una produzione di un lungometraggio di questo genere molto spesso ignorata o sottovalutata.

Per questa e altre recensioni sul sito Ciakclub.it

 

 

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