Good Bye, Lenin!: la Storia e il Muro visti attraverso gli occhi di Alex

Good Bye, Lenin!, il film del 2003 diretto da Wolfgang Becker, ci presenta la storia della caduta del Muro attraverso lo sguardo intimo e personale di Alex (Daniel Brühl).

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A suo modo epocale e controverso, il Good Bye, Lenin! di Wolfgang Becker rappresenta uno dei maggiori successi internazionali per un film tedesco. Uscito nel 2003 riuscì a raccontare in maniera innovativa, e leggera, l’evento epocale della caduta del Muro di Berlino. Un evento che, soprattutto agli occhi di un contemporaneo, appare quanto mai lontano e sospeso nel tempo.

Blocco americano vs Blocco sovietico. Capitalismo vs comunismo. “Paroloni” che rischiano di apparire spesso astratti, o relegati alla loro dimensione del tutto storica. Ed è qui che Good Bye, Lenin! attua la strategia più vincente. Presentare quella che è a tutti gli effetti una storia collettiva da un punto di vista del tutto intimo e personale. Le vicende della Berlino riunita fanno da sfondo a quello che è, a tutti gli effetti, un teen movie storico.

Good Bye, Lenin!

E se la strategia, smaccatamente pop, può essere criticata per una semplificazione degli eventi storici, di certo ha un merito particolare. Quello di presentare il punto di vista di Alex Kerner (interpretato dal bravissimo Daniel Brühl), un giovane alle soglie della vita adulta e alla scoperta del mondo che gli sta attorno. Un punto di vista, che è quello assunto dallo spettatore, puro, a tratti ingenuo, ma mai giudicante.

E per celebrare questo piccolo gioiello di sceneggiatura, che è Good Bye, Lenin!, che abbiamo deciso di ripercorrere la storia proprio seguendo le parole di Alex. È da queste, infatti, che traspare al meglio tutta l’ironia, la nostalgia, la memoria, l’immediatezza e anche l’inesperienza di cui questo film è carico.

 

“Quelle persone rivendicavano il diritto di passeggiare senza muri tra i piedi”

Good Bye, Lenin!

Il film inizia con dei filmini di famiglia, spensierati e colorati, in barba a quell’immaginazione comune che vedeva la DDR tutto grigiume e rigore. È da qui che parte, così come arriverà, l’intera storia di Alex che altro non è che una storia di famiglia. Ma ben presto le immagini felici lasciano lo spazio a toni decisamente più severi.

Christiane (Katrin Sass), la madre di Alex, cade in uno stato di depressione dopo i continui interrogatori della Stasi in merito alla fuga/abbandono del marito. Il tutto mentre noi, accompagnati dalla splendida colonna sonora di Yann Tiersen (Il favoloso mondo di Amélie), vediamo il piccolo Alex, ignaro della situazione, sognare un futuro fatto di imprese spaziali e cosmonauti reali e fantasiosi.

La madre saprà uscire da questo stato di inquietudine solo votandosi completamente alla causa del partito. È il 7 ottobre 1989, il 40esimo anniversario dell’istituzione della Repubblica Democratica Tedesca. Ma mentre Christiane si prepara ad andare al ricevimento istituzionale, Alex si unisce ad una protesta pacifica in favore della libertà di stampa. Ed è qui che la donna, alla vista del “tradimento” del figlio, cade in strada in preda ad un malore.

 

“Mia madre dormiva e il capitalismo trionfava”

Good Bye, Lenin!

Christiane entra così in coma, e lo fa nel periodo più decisivo della loro esistenza. Basterà poco meno di due mesi da quella sera, infatti, perché quel Muro, ormai barriera più ideale che fisica, cada definitivamente. La Storia d’un tratto cambiò repentinamente attraverso quella che venne definita la “compravendita di mattoni più lucrosa della storia”. Così all’improvviso si apre sotto gli occhi di Alex letteralmente un nuovo mondo, tutto da scoprire e consumare. Un consumo bulimico che è, allo stesso tempo, materiale e vitale.

Sono queste basi di partenza della storia di formazione del giovane Alex. Quella libertà così tanto richiesta a gran voce era lì, e non c’era tempo per farsela sfuggire in alcun modo. Lui stesso dirà: “Il nostro austero e sobrio magazzino si era trasformato in un luna-park multicolore. E io dovetti salire sulla giostra.” 

La giostra della libertà passa indubbiamente anche per quella società capitalistica che prima era relegata nell’aldilà del muro. Le visite all’Ovest diventano per Alex un’insolita ricerca di una possibile nuova identità, cosa che passa immancabilmente tramite Ikea, Burger King e Coca Cola. Beni materiali funzionali alla scoperta e alla crescita del giovane e mai pura ossessione del “nuovo”. E il film in questo punto è davvero molto calibrato nel presentare un Alex che, pur in preda a questi nuovi stimoli, non si fa inglobare a-criticamente dalla suo “nuovo essere” e dal suo nuovo consumo.

 

“Un banale pallone da calcio riunificava la nazione sotto un’unica bandiera. Un altro mattone che cadeva dal muro”

Good Bye, Lenin!

Good Bye, Lenin! sceglie l’impostazione adolescenziale per comunicare tutta la potenza e l’esuberanza scaturite dell’evento storico della Caduta del Muro. È difficile immaginare, infatti, l’atmosfera di libertà e rivalsa che aleggiava su Berlino nella primavera del 1990. La città simbolo del vecchio mondo era diventata in un attimo “il posto più bello del mondo. Ci sentivamo il centro del mondo, dove tutto era sul punto più bello dell’accadere. E ci abbandonammo alla corrente.”

Il futuro era lì. Quante volta si è potuto dire o quante volte si potrà dire nella storia? Ma era così e Alex ce lo mostra. I lavoratori dell’Est e dell’Ovest trovavano nuovi modi di collaborare. I giovani vivevano nuove esperienze tra sexy shop e amori nati in sale di ospedale, o vecchi stabili abbandonati. E la Germania intera si univa proprio grazie allo spettacolo più popolare di tutti: il calcio trasmesso nelle tv satellitari in occasione dei mondiali di Italia ’90.

Il Muro della divisione, questa volta quello ideale e ideologico, veniva sconfitto una volta per tutte. Rimaneva solo una resistenza al cambiamento, necessaria e nascosta in una stanza: il mondo che Alex e la sorella Ariane (Maria Simon) stavano ricostruendo per la madre. La re-istituzione della fantasia era a fin di bene, Christiane non avrebbe mai potuto sopportare un cambiamento radicale come la caduta di quel mondo che lei stessa aveva contribuito a costruire.

 

“La Repubblica Democratica che stavo creando per mia madre assomigliava sempre di più a quella che avrei voluto desiderare io”

Good Bye, Lenin!

È proprio su questo espediente narrativo che Good Bye, Lenin! forse si mostra più radicale. Quel passato che era stato spazzato via nell’arco di un inverno e una primavera doveva essere ristabilito per una motivazione del tutto affettiva. Così Alex iniziava la sua ricerca di cibi e mobilio in disuso, abiti dismessi e vecchi telegiornali, in un processo che sembra un ritorno ad un passato completamente perso nel tempo.

La piccola DDR materna diventava ben presto un banco di prova di un “mondo altro”. Una sorta di utopia socialista personale e realizzata nel piccolo. Alex si prodigava così, con il fedelissimo amico Denis (Florian Lukas), in un’opera di fine mediazione. Il mondo della nuova Germania, arduo da relegare al di fuori delle pareti domestiche, doveva essere mescolato con l’altro-mondo socialista, immaginato in una stanza, per farlo diventare suo. Emblematica in questo senso è la vicende dello stendardo della Coca-Cola.

E per farlo, Alex utilizzava gli stessi strumenti di mistificazione e controllo che erano prima appartenuti alla DDR (media e prodotti di consumo). Come dirà lui stesso in conclusione del film: “Il paese che mia madre lasciò era un paese nel quale aveva creduto e che io ero riuscito a far sopravvivere fino all’ultimo respiro. Un paese che nella realtà non era mai esistito, che per me rimarrà sempre legato alla memoria di mia madre.” 

 

In fin dei conti Good Bye, Lenin! ci ha mostrato che l’abbattimento del Muro altro non era che la caduta di un vecchio punto di vista, presentandoci, invece, la semplicità e la mediazione di un nuovo sguardo su un mondo in rapido cambiamento. Un cambiamento su cui lanciarsi ad occhi chiusi e cuore aperto, inseguendo con incoscienza quell’immagine nostalgica (e totalmente felliniana) della statua di Lenin portata via in elicottero, come fa la madre di Alex. Ma un cambiamento che va poi indubbiamente negoziato con maturità e responsabilità. Questo significa entrare in una nuova epoca, e pure in un nuovo millennio.

Good Bye, Lenin!

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