Dallo stile… alle stelle: il mondo di Damien Chazelle in 5 punti

In soli pochi anni Damien Chazelle è diventato uno dei registi più rilavanti (e più premiati) di Hollywood, proponendo un mondo musicale, fatto di uomini in costante bilico fra i sogni e la realtà.

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Damien Chazelle, un nome che ormai è diventato un habitué della stagione dei premi. Un nome che tutti ormai sanno identificare. E un nome che, dobbiamo dirla tutta, tutti abbiamo imparato a pronunciare. 

Basti pensare che, solo fino a 6 anni fa, Damien Chazelle era solo un giovanissimo cineasta laureato ad Harvard. Ma la sua folgorante escalation, ottenuta solamente con i tre film girati in poco più di 4 anni, l’ha incoronato come uno degli astri promettenti della “Hollywood autoriale”. 

Chazelle, che si è fatto notare fin da subito dal cortometraggio Whiplash da cui derivò l’omonimo fil, è stato poi investito dalle luci della ribalta in seguito al successo di La La Land. Il musical, di cui Chazelle curò non solo la regia ma anche la sceneggiatura, è divenuto in poco tempo uno dei successi più redditizi del genere. Agli Oscar 2017 la pellicola ricevette, infatti, il record di candidature per un film, ben 14 su 17 totali, regalandogli il preziosissimo riconoscimento di Miglior Regista. Cosa che lo decretò come il più giovane vincitore di categoria. 

Damien Chazelle

A questa già entusiasmante carrellata di successi vanno aggiunti quelli ottenuti con le altre due pellicole da lui dirette: il già citato Whiplash (2014) e First Man – Il primo uomo (2018)(qui la nostra recensione). Le cifre raggiunte diventano così davvero sbalorditive: un totale di 23 nomination a fronte di 10 premi vinti. E questo solo in campo Oscar/Academy. 

Un successo che dimostra l’indiscutibile talento del giovane Damien Chazelle, un talento che riesce ad abbinare un’impeccabile abilità formale al racconto di storie coinvolgenti. E un ulteriore merito che è necessario attribuirgli è quello di essere riuscito a creare, – lo ripetiamo – solo grazie a tre opere, un mondo coerente e pieno di richiami. E se il lancio di una navicella spaziale può apparire lontano mille miglia dal saggio finale del gruppo jazz, nel cinema Chazelle tutto diventa parte di un unico universo. Un universo umano, che si incolpa di essere troppo umano, in costante (dis)equilibrio tra concretezza e utopia. 

Per fare un po’ di chiarezza, abbiamo dunque deciso di proporvi una piccola “guida”. Eccovi i 5 elementi da ritrovare, o semplicemente da tenere sott’occhio, nelle pellicole di Chazelle. Tratti distintivi del suo mondo e del suo modo di fare cinema. Quindi preparatevi ad un viaggio che va dal conservatorio Shaffer di Manhattan alla Luna, passando per l’immortale City of Stars.

 

1. Uomini alla ricerca dell’eccellenza

First Man

Vera costante di tutte le storie raccontate da Damien Chazelle è la ricerca del successo, ed è lui stesso ad esplicitare questa come la sua principale ossessione. L’Andrew (Miles Teller) di Whiplash, la Mia (Emma Stone) di La La Land e l’Armstrong (Ryan Gosling) di First Man hanno tutti una cosa in comune: vogliono raggiungere l’eccellenza nel loro campo. Che sia sottoponendosi a sforzi fisici disumani, partecipando a qualsiasi provino o recandosi al lavoro anche dopo il lutto della figlia, ognuno di loro è disposto a sacrificare tutto se stesso nel perseguire il proprio sogno.

Un’estasi stacanovista, figlia di una retorica tutta americana, che raggiunge il suo culmine proprio in Whiplash. E senza scomodare Fofi che lo definì una “favola per gonzi di destra”, il film spinge moltissimo sull’acceleratore della “devozione alla causa”. In quello che molti, in richiamo al film di Kubrick, sono arrivati a definire come “Full Metal Jazz” si arriva dunque a toccare i limiti più paradossali di questa ricerca ossessiva dell’eccellenza. Tutti i personaggi di Chazelle sono disposti a sudare fino allo stremo delle forze e, letteralmente, a sanguinare pur di raggiungere quell’obiettivo che si sono prefissati.

Una forza di volontà portata al suo estremo che rivela ben presto anche i suoi lati più negativi e più complicati. I protagonisti delle tre pellicole si trovano costantemente a fare i conti con la difficoltà di dover bilanciare la loro ambizione con la vita privata. Un’impresa destinata al fallimento, sembra dirci Chazelle… Forse.

 

2. Il jazz, il suono, il rumore

La La Land

Non è un caso che tutta la trilogia di Chazelle abbia in comune una nomination: quella del Miglior sonoro. Che sia stato vinto o no poco importa, l’en plain di candidature la dicono lunga. Il cinema del regista franco-americano ci presenta un mondo che gioca e utilizza in modo particolarissimo tutto l’apparato sonoro. Che sia la colonna sonora, finora sempre creata dall’amico e compagno di università Justin Hurwitz, o il rumore di fondo, il suono assume nel suo cinema un’esistenza propria.

Il rullante sull’inquadratura nera dell’incipit di Whiplash, il valzer celeste che accompagna la missione Gemini 8, l’esuberante Another Day of Sun, il jazz be-bop ripetuto di Caravan. I momenti più salienti dei film di Damien Chazelle sono sempre accompagnati da un sottofondo musicale che li avvalora. La presenza della musica, infatti, non solo serve a dare ambientazione alla storia, ma ne rappresenta sempre il tono. Seguendo quest’ottica, con buona pace del palese La La Land, si potrebbe persino sostenere che Chazelle concepisca tutti i suoi film come dei musical. E rientra in questa casistica pure il bistrattato First Man che, anzi, ha un modo personalissimo di utilizzare il suono.

Non solo musica, quindi. Anche il silenzio ha un suo potere particolare nei film di Chazelle. Infatti, mentre il suono ha valore quasi liberatorio, come quella cassetta fatta suonare da Armstrong in orbita, il silenzio rappresenta un’involuzione (quasi) intimista dei personaggi. Basti pensare a quanto disturbante sia la totale assenza di commento musicale che accompagna i viaggi nelle navette spaziali. A riempire lo spazio sonoro allora ecco che intervengono rumori, cigolii e allarmi di ogni tipo. E in questo caso è il rumore stesso a delineare il punto di vista psicologico dell’astronauta.

 

3. La concretezza del sogno…

Whiplash

Nel primo punto abbiamo visto come tutti i protagonisti dei film di Damien Chazelle siano, prima di tutto, dei grandi inseguitori di sogni. Protagonisti molto spesso di una vita ordinaria, essi si imbarcano invece in impese straordinarie. E non serve andare subito con la mente alla missione dello sbarco sulla luna, basta anche solo vedere come Andrew, Mia e Seb inseguono le loro personali imprese. Ordinarie certo, ma investite di una loro potenza metafisica.

Lungi dall’essere relegati in un mondo iperuranio e utopico, però, questi sogni assumono una concretezza quasi cinica. Così argomenti che potrebbero essere frutto di irreali e iperbolici viaggi astratti (l’arte, la musica, lo spazio), assumono una loro specifica materialità. Una materialità/matericità che si palesa, ad esempio, nella sequenza durante le prove del gruppo di Whiplash. Dimenticatevi dunque arpeggi, vocalizzi e improvvisazioni, la poesia della musica si dà attraverso il sudore sulle maglie dei ragazzi, il sangue che sgorga dalle loro mani o la saliva che viene soffiata via dagli strumenti a fiato.

E così sarà sempre: non c’è nulla di ideale nel sogno di vita. Il viaggio sulla luna non è altro che il mantenimento della lucidità mentale per attivare i giusti pulsanti della navicella. Recitare significa anche fare la barista o lavorare in teatri praticamente vuoti. Suonare è seguire un addestramento para-militare per arrivare preparati al saggio finale.

 

4. …il sogno della realtà

La La Land

Se si leggesse solo il punto precedente, si potrebbe pensare che le opere di Chazelle tendano verso un eccesso di cinismo, distanza o crudezza. Ma non è così. Anzi la bravura del regista sta anche nel riuscire ad intersecare e bilanciare i piani della realtà e del sogno. Quest’ultimo rimane infatti una presenza costante che ha il compito di dare leggerezza alla storia, senza farsi inglobare da uno spirito totalmente illuso e naïf.

Ed è La La Land, tra i tre, il film più rappresentativo di questa tendenza. Le sue sequenze musicali, tipicamente ancorate al genere, servono proprio a conferire questa leggerezza, ad astrarre la storia dalla sua realtà più concreta, difficile e cruda. Ma è sempre un’astrazione molto calibrata e consapevole. Non è un caso, inoltre, che la messa in scena “sognante” venga utilizzata nel descrivere momenti intimi o nel sottolineare le relazioni personali tra i protagonisti.

Il sogno mostra dunque un contatto più elevato con la realtà. In questo senso, la famosissima e struggente sequenza finale del film in cui Mia e Seb immaginano la loro vita insieme diventa uno statement della poetica di Damien Chazelle. Il sogno si palesa come tale, completamente staccato dalla realtà, quasi a decretarne la loro effettiva inconciliabilità. Il fatto, però, che questa divisione tra ideale e concreto risulti così evidente e condivisa dai personaggi, forse ne rivela, al contrario, una sua conciliazione più profonda.

 

5. Lo sguardo finale

First Man

Ed ecco che arriviamo all’ultimo punto, strettamente connesso con quanto appena detto riguardo alla presenza di una conciliazione più profonda. E a sostegno di questa tesi basta notare la chiusura delle tre pellicole. Tutti i tre film di Chazelle si concludono, infatti, in maniera analoga: attraverso uno sguardo. Il protagonista e il suo doppio, dopo le mille peripezie si ritrovano finalmente faccia a faccia e, in silenzio, si guardano.

Fletcher (J.K. Simmons), nell’unico momento di silenzio/pausa, fa un cenno di approvazione ad Andrew che può continuare con la chiusura della sua magistrale improvvisazione. Sebastian alza lo sguardo dal piano e sorride tacitamente a Mia che, sulla soglia del locale, contraccambia timidamente. Neil ammette le sue colpe alla moglie Janet (Claire Foy), attraverso un vetro che si scioglie grazie al loro sguardo reciproco, profondo e consapevole.

Tre momenti esemplari in cui troviamo tutto ciò che abbiamo elencato: comprensione, intesa, rispetto, accettazione, amore. Ma non solo, c’è anche la musica, il sogno, la realtà, il silenzio e forse l’intero mondo di questo (ancora giovanissimo) Damien Chazelle.

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