Hammamet: un film giovane, non per giovani

"In politica solo i mediocri rispondono alle domande!" Hammamet è questo: una raccolta di massime poco organica.

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Un bambino con una fionda e tanta voglia di rompere vetri. Così si apre il film. Per Bettino Craxi, uno dei più controversi personaggi della storia del nostro paese, in principio, non era niente più che questo: si trattava di soffocare quell’istinto distruttivo con qualche danno. Una fionda e dei vetri da rompere. Ma forse, quel ghigno sul suo volto, era un segno premonitore.

Il film vive di salti temporali, scene sconnesse, ricordi e momenti dolorosi. Ci porta nella ex fabbrica Ansaldo, con i celebri monitor triangolari, dove le parole profetiche del suo amico Vincenzo preannunciano gli eventi futuri; per poi spostarsi nella villa di Hammamet, seguendo le sue giornate, le sue visite, insomma l’”esilio volontario” del Presidente. Questa vita mostra gli aspetti più spigolosi del carattere di Craxi quanto le sue più profonde debolezze.

Infine siamo di nuovo davanti ad una finestra, quello stesso bambino con la fionda rompe altri vetri. Il sorriso è inconfondibile, è il piccolo Bettino. Una suora lo porta per un orecchio a pregare inginocchiato sui ceci, dopo una predica molto dura. Una volta fuori, l’inquadratura si sofferma su una finestra. Finchè un sasso la rompe.

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Tante idee, ma confuse

L’idea di fondo del film era una: non sbilanciarsi sul personaggio di Craxi: mantenere quell’ambiguità che ha segnato la sua vita. Il problema è che tale scelta non è intrapresa in maniera sistematica. La volontà di raccontare tanto ha pagato pessimi dividendi, rendendo confusa la vicenda. Non si capisce come mai Fausto, figlio del defunto Vincenzo e recatosi ad Hammamet con intento vendicativo, diventi tutto d’un tratto depositario unico delle memorie del Presidente. Il deterioramento del rapporto con il figlio è altrettanto poco chiaro, come poco chiaro è l’astio intermittente con la figlia.
Insomma la modernità di una vicenda raccontata senza trama lineare o andamento in tre atti, tipico del cinema classico, non è supportata dalla qualità del racconto degli eventi. La sceneggiatura è ricca di massime taglienti, degne dei migliori haiku giapponesi, senza però che risultino unite organicamente.
Stonano inoltre i numerosi sottintesi: il quadro politico del tempo, decisamente di non immediata comprensione per chi non ha vissuto il periodo, ma che è responsabile unico della vicenda, non viene mai trattato approfonditamente.

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Cibo come metafora di vita

Il cibo assume un valore molto importante in quanto costante del film. Craxi era malato di diabete, doveva perciò seguire un’alimentazione molto equilibrata. Il pensiero del cibo era però pressante. Mangiava spesso ciò che non gli era consentito, e lo faceva con ingordigia, assaggiando anche dal piatto degli altri.
Mangiando dei dolci spicca la frase: “Non bisogna aggiungere anni alla vita, ma aggiungere vita agli anni”. C’è quindi un Craxi misurato, quello che con i familiari si limita a ciò che gli è consentito. C’è poi un Craxi ingordo e sprezzante del pericolo, che mangia tutto ciò che gli va, con gli amici. Infine c’è il Craxi solo, quello che, destatosi nel cuore della notte, si dirige verso il frigorifero, lo apre e, dopo aver guardato con insistenza i dolci, richiude l’anta e torna a dormire.
Pesi e misure differenti, per un uomo dal carattere estremamente complesso.

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Immenso Favino

Se i greci definivano il Deus ex machina il Dio che compariva in scena e che fungeva da elemento risolutore della tragedia, possiamo dire senza timore che Savino sia il Deus ex machina non solo di Hammamet, ma del cinema italiano per intero.
Questa volta si supera. Diventa a tutti gli effetti Bettino Craxi. Ma non lo è solo nell’aspetto, quello forse è l’elemento più appariscente ma meno rilevante (importanti anche i truccatori, con sedute di 7 ore al giorno). Favino, che si sottoponeva alle sessioni di trucco in albergo, lontano dal set, si presentava e andava via come Bettino Craxi. Sul set nessuno ha mai avuto l’opportunità di parlare o vedere Favino, c’era solo il Presidente. Il vero studio però è avvenuto sull’intonazione della voce, sul modo di parlare (non si parla solo di accento, ma persino dell’apertura delle vocali), fino ai gesti, come il modo di poggiare le dita sulla fronte o quello di aggiustarsi gli occhiali.
La sua trasformazione ricorda molto quella altrettanto incredibile, se possibile anche più sorprendente, di Christian Bale nei panni di Dick Cheney, in Vice – L’uomo nell’ombra.

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Tutti gli altri

Se Favino in Hammamet ha mostrato una performance d’eccellenza, non si può certo dire lo stesso degli altri attori. La sceneggiatura, pensata per esaltare l’ambiguità del protagonista, sicuramente non aiuta gli altri personaggi, ridotti spesso a macchiette che orbitano intorno al polo gravitazionale Craxi, ma la recitazione di alcuni attori non è certo di qualità. In particolare Fausto, figlio dell’amico Vincenzo Balzamo, e la figlia Stefania, interpretati rispettivamente da Luca Filippi e Livia Rossi, quando si trovano a dialogare tendono spesso a cadere in un patetismo tipico delle soap opera.

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Conclusione

Non ha tregua Craxi. Chiude gli occhi, all’improvviso rivede Milano, la sua Milano. È sul Duomo, cammina scalzo con passi ben scanditi. Tutto è perfetto, le gambe funzionano ancora. Vede il padre, sembra davvero un idillio, ma poi, come in tutta la sua vita, la situazione precipita. Un duo di comici si prende gioco di lui, attraverso una satira tanto pungente quanto veritiera, il padre assiste divertito: il sogno è divenuto incubo.

Craxi si è appropriato indebitamente di soldi pubblici? Sì!
Lo hanno fatto altri? Sì!
Questo lo rende meno colpevole? Assolutamente no!
Ha pagato lui per tutti? Probabilmente sì!

Ognuno creda a ciò che vuole, la verità è che, come dice il figlio , “Il caso C non è ancora chiuso!”

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