Piccole donne: il femminismo vitale e plurale di Greta Gerwig

Greta Gerwig adatta Piccole donne con un profondo rispetto dell'originale della Alcott, aggiungendo una prospettiva del tutto personale e autoriale. Ecco la nostra recensione.

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È una Jo March già grande e consapevole di sé quella che ci presenta Greta Gerwig all’inizio del suo personalissimo Piccole donne. Un segno che forse quell’impianto pedagogico e di crescita personale, tanto conclamato dall’intenzionalità romanzesca, forse non ci sarà. Ma non è esattamente così. Il Piccole donne della Gerwig gioca abilmente (e anche liberamente) con questo impianto “educativo” per proporci una versione innovativa e non lineare di questo classico letterario.

 

Dal romanzo al cinema

È fuori discussione che questo nuovo riadattamento di Piccole donne ne rappresenti una versione aggiornata alla contemporaneità, che si discosta leggermente dalle intenzioni morali ottocentesche. Ma di ciò non dobbiamo darne merito solo alla regista.

Il romanzo di Louisa May Alcott, che uscì in due volumi negli Stati Uniti (da noi pubblicati come Piccole donne e Piccole donne crescono), infatti conteneva in sé i prodromi “rivoluzionari” che troviamo abilmente re-interpretati dalla pellicola. Le protagoniste femminili, le quattro sorelle Jo, Meg, Beth e Amy March sono direttamente ispirate alla storia familiare della Alcott.

Piccole donne

La scrittrice crebbe essa stessa in un ambiente “fuori dalle regole” dell’epoca e le venne impartita un’educazione sui generis di impianto anticonformista. Il padre, Amos Bronson Alcott, era infatti un filosofo trascendentalista, sostenitore dell’abolizione della schiavitù e del voto per le donne, nonché fondatore della comunità agricola di Utopian Fruitlands, dove la stessa famiglia visse. Dall’altro lato, la madre, Abby May, fu anch’essa attivista abolizionista e femminista.

Si sviluppa in un tale contesto la famiglia Alcott, e quindi specularmente la famiglia March. E in Piccole donne appare tutto il clima di solidarietà, anti-conformismo, ma anche rispettoso autocontrollo appreso nelle Fruitlands. Valori che poi saranno declinati in maniera diversificata nelle figure delle quattro sorelle, andando a rappresentare un eclettismo e una particolarità di intenti congeniale al messaggio contemporaneo della Gerwig. Nonostante prediliga la figura di Jo, per ovvie ragioni che vedremo, la regista si fa portavoce di una femminilità plurale che è il vero punto di forza del film.

 

Personaggi ed interpreti

Jo March, una Saoirse Ronan nell’interpretazione più convincente dell’intera pellicola, è la protagonista indiscussa di questo Piccole donne. È lei l’eroina ribelle, maschiaccio, indipendente, impulsiva e dai modi bruschi attorno alla quale gira tutta la narrazione. Scrittrice e doppio, o in questo caso “triplo”, delle due autrici coinvolte a diversi livelli nell’opera. È proprio Jo ad essere il motore narrativo e il punto di passaggio costante tra i vari salti temporali della storia, in quei sette anni che distanziano i due volumi del romanzo e che il film ci mostra di pari passo.

Fanno da contorno al personaggio di Jo, seguendo le tracce del romanzo, le altre tre sorelle. Amy (Florence Pugh) è la più piccola della famiglia, la viziata, capricciosa ma anche la più smaliziata, nonché disinteressata. Sarà lei infatti a sposare Laurie (Timothée Chalamet), il vicino egocentrico e superficialmente votato al successo, obbedendo a delle regole del tutto sociali. Amy risulta, in fin dei conti, l’unica vera controparte al protagonismo di Jo, rappresentandone la sua nemesi e, allo stesso tempo, il suo punto di auto-affermazione.

Piccole donne

Tutt’altro ruolo è riservato alle altre due sorelle, Meg e Beth. “Funzioni morali” più che personaggi a tutto tondo, le sorelle interpretate rispettivamente da Emma Watson e Eliza Scanlen risultano ancorate a dei ruoli più marginali. Ruoli che le riducono alla vanità repressa per la prima e alla timidezza per la seconda, ma che trovano ugualmente forza nell’insieme parentale. Si aggiungono, poi, i personaggi dell’integerrima madre Marmee (Laura Dern) e della disillusa zia March (Meryl Streep).

A questo quadro di femminilità complessa e diversificata non corrisponde, però, una rispettiva controparte maschile. Probabilmente per intenzionalità autoriali, i personaggi maschili finiscono per essere molto piatti e fortemente stilizzati. Il Laurie di Chalamet risulta, infatti, un ragazzino spocchioso che non ha la minima evoluzione dall’inizio alla fine del film. Stessa sorte capita al professor Baher interpretato dal sexy-con-l’occhio-da-triglia Louis Garrel. Si salvano forse, ma solo per il privilegio di essere già fatte e finite, le uniche due figure paterne del film, padre March e Mr. Laurence.

 

Vitalismo femminile

Nonostante il profondo rispetto per la materia narrativa, Piccole donne non presenta una sceneggiatura solida e ben articolata. Le frasi sono spesso molto volatili, sparse e solo giustapposte l’una all’altra. Malgrado questa debolezza di scrittura, il film mantiene una solidità di fondo che riesce a dare caratura e concretezza ai personaggi e alle vicende. E lo fa grazie alla sua particolarissima messa in scena.

Come abbiamo già accennato, il film mescola i piani della storia, creando un continuum spazio-temporale che risulta funzionale alla vicenda. Tutto torna, tutto è già successo e tutto deve ancora succedere. E la Gerwig decide di non prediligere nessuna delle sue temporalità (effettivamente non sappiamo se ci troviamo di fronte a dei flashback o dei flash-forward). Così ecco che vediamo Jo che balla con Baher con la stessa spensieratezza con cui ballava con Laurie.

Piccole donne

Il trucco non cambia il volto dei personaggi nel tempo. Allo stesso modo, anche la stupenda fotografia del film non si modifica per farci capire in che epoca ci troviamo, se non sul finale che diventa più livida. Pertanto gli interni della casa nel Massachusetts risplendono della stessa luce che avvolge Amy mentre dipinge i suoi quadri a Parigi. Un modo quello della Gerwig per dirci che forse tutti rimaniamo uguali a noi stessi. La vera maturità non è cambiare, ma accettarci e affermarci per come siamo.

E, infatti, questo Piccole donne più che una classica storia di formazione femminile è una vera e propria allegoria della femminilità. Quella rappresentata dai personaggi è una femminilità a tutti gli effetti plurale, variegata ed eclettica. Una femminilità che, oltretutto, assume un particolare vitalismo nelle scene corali, le più riuscite della pellicola. Il montaggio stretto, il ritmo creato dai campi e i controcampi, il movimento generato dalla luce abbagliante e dalle gonne delle ragazze, conferiscono energia e forza alle sequenze. E di conseguenza ai personaggi stessi.

Così se la scrittura dei personaggi talvolta pecca di complessità e stratificazione, sono le scelte registiche a dare spessore all’intera narrazione. Ed è proprio quando le 4 sorelle March sono insieme che il film rivela tutta la sua potenza, sia visiva che emotiva allo stesso tempo. Ed è proprio qui che Piccole donne riesce ad esprimere davvero la sua intenzione più puramente e squisitamente femminista.

Piccole donne

 

Uno spoiler e qualche piccola perplessità…

Vi avvisiamo, stiamo per rivelare l’unico vero cambiamento apportato dalla Gerwig e non presente nel romanzo originale, quindi se non volete questo piccolo spoiler fermatevi pure qui.

Abbiamo già detto del punto di vista utilizzato dalla regista per raccontarci questo Piccole donne, cioè quello della scrittrice Jo. Non è un caso, infatti, che il film inizi e finisca con la ragazza, ormai adulta, impegnata a trattare la pubblicazione dei suoi racconti presso una casa editrice. Tra questi racconti ci sarà proprio quel Little Women, stavolta a firma di Jo March e non di Louisa May Alcott.

Piccole donne

Ed è sul finale anche, ad un passo dalla pubblicazione, che il film introduce una violenta (e francamente poco convincente) rivelazione: i piani del racconto che abbiamo visto finora erano sovrapposti. Non sappiamo se finora abbiamo visto la Jo protagonista del romanzo o la Jo-scrittrice. Ma sul finire la Jo-scrittrice decide di rimanere sola e indipendente, mentre la Jo di Little Women deve sposarsi perché così il libro potrà essere messo sul mercato, senza essere giudicato sconveniente per l’epoca. Fatto accaduto realmente alla Alcott-autrice.

Se questo espediente risulta funzionale ad un discorso autoriale tutto al femminile, e tutto contemporaneo, portato avanti dalla Gerwig, ci fa però sorgere un piccolo rimpianto. Se la regista avesse giocato fin da subito con questi piani, rendendoli anche più palesi allo spettatore, avrebbe potuto introdurre un senso più complesso alla sua stessa rivendicazione femminista. Rivendicazione che rischia, in questi termini, a nostro parere, di risultare un pochino superficiale e pretestuosa. E forse funzionale più ad una sorpresa narrativa che ad una complessità interpretativa.

Al netto di ciò, il Piccole donne di Greta Gerwig risulta un’opera piacevole e ben fatta, capace di bilanciare il rispetto per un classico, senza rinunciare a un piglio decisamente più personale.

 

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