De André: il principe libero e l’Impiegato ribelle

Nell'anniversario della sua morte, ricordiamo Fabrizio De André: il cantautore genovese interpretato da Luca Marinelli, sempre schierato dalla parte degli ultimi.

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Uno dei più grandi cantautori della musica italiana, ma anche un “Amico fragile; un anarchico che però scrisse un album intero su Gesù Cristo; un amante della letteratura francese, ma anche un alcolista; il figlio di una importante famiglia borghese di Genova, che però cantava di prostitute, pazzi ed emarginati. Chi era Fabrizio De André? Difficile raccontarlo, un po’ perché confrontarsi con personaggi così importanti è sempre una grande responsabilità, un po’ perché lui stesso preferiva rimanere in disparte, nascosto dietro le sue canzoni.

Per questo scoprire l’uomo dietro i capolavori comporta sempre una certa curiosità: era così negli anni ’70 quando i suoi dischi erano già molto venduti ma De André rifiutava di esibirsi in concerto e rilasciava pochissime interviste, ed è così ancora oggi che, 21 anni dopo la sua morte, il suo ruolo nell’Olimpo della musica italiana è innegabile.

IL PRINCIPE LIBERO

Ma quindi chi era De André? Una risposta prova a darla il biopic Fabrizio De Andrè – Principe Libero” realizzato nel 2018 da Luca Facchini e trasmesso dalla RAI in due parti il 13 e 14 Febbraio dello stesso anno. Ad assumere il ruolo del cantautore genovese Luca Marinelli: aveva fatto discutere la scelta di un attore romano, ma Marinelli è risultato decisamente convincente nell’interpretare e comprendere, senza imitare, il complesso personaggio.

De André

Il film opera una scelta inversa rispetto alla linea seguita da Faber: lascia in secondo piano le canzoni (che pure sono presenti, com’è giusto che sia, nella colonna sonora, reinterpretate da Marinelli stesso o scritte su fogli e diari) e analizza soprattutto l’animo di Fabrizio, senza esaltarlo e senza condannarlo, riconoscendone sia il genio che la fragilità.

Vediamo non solo il De André socialmente impegnato, poeta e acuto analizzatore della realtà, ma anche il De André uomo. Il Faber affiancato dai suoi amici, tra tutti Paolo Villaggio e Luigi Tenco, che lo spronano e incoraggiano quando non crede nelle proprie capacità; il rapporto conflittuale col padre, simbolo del potere e della borghesia della quale non si sente parte, ma che non può rinnegare; il successo che non cerca ma di cui ha bisogno, il confronto con la realtà che censura e contesta: è un Fabrizio timido, insicuro, spaventato e ironico, che non ci aspettiamo ma che risulta assolutamente naturale nell’interpretazione di Marinelli.

Il film analizza, seppur velocemente, tutta la carriera di Fabrizio De André: si parte dagli esordi, in cui la musica è più che altro uno scherzo tra amici in cui nessuno crede; si arriva ai primi successi, con Mina che canta La canzone di Marinella; parallelamente il primo matrimonio e la nascita del primo figlio, Cristiano, non voluto ma profondamente amato; il leggendario amore con Dori Ghezzi è presentato per quello che è: una storia d’amore che nasce come tradimento e necessariamente comporta dolore; i primi concerti per Fabrizio non furono facili, e Facchini lo racconta bene: la prima data alla Bussola solleva diverse contestazioni da parte di un pubblico che si sente tradito trovando De André in un locale simbolo di quella borghesia genovese che aveva sempre attaccato e deriso. Anche per questo De André non amava esibirsi e fuggiva i riflettori, rifugiandosi in campagna, al sicuro, circondato da pochi affetti.

Ma quella di De André non è mai una fuga dal confronto con gli altri: sul palco rispondeva ai contestatori, accettava il dialogo, spiegava come la sua posizione fosse scomoda e soggetta a poteri più forti di lui. Era proprio da questi poteri che fuggiva: dalle logiche del mercato, dall’icona di sé che non riconosceva, da un mondo troppo complesso per un uomo troppo sensibile, che vedeva le cose fin troppo lucidamente, tanto da decidere di rinnegare l’alta società ed elevare gli strati più bassi, quelli che tutti fingono di non conoscere.

I PERSONAGGI, LE STORIE, GLI ULTIMI

De André

Raccontare la storia e il personaggio Fabrizio De André in un film è anche un modo per ringraziare e omaggiare colui che di storie e personaggi ha sempre fatto il suo marchio distintivo. Le canzoni di De André non parlano di concetti astratti ma di situazioni concrete, di personaggi con delle vite, a volte reali, sempre verosimili. Come un regista ci racconta scenari colorati e vivaci: ci sembra di vederla Bocca di Rosa che sale sul treno salutata dall’intera città, ci addormentiamo col Pescatore con quella specie di sorriso, amiamo con Marinella, passeggiamo per Via del Campo e ci perdiamo tra gli abitanti della Città Vecchia.

I protagonisti dei racconti di De André non sono eroi o straordinari, o se lo sono vengono spogliati di ogni grandezza e mostrati nudi e fragili: Carlo Martello viene presentato al ritorno dalla guerra, lontano dalle gesta eroiche e alle prese con una comune prostituta. Addirittura Gesù Cristo viene rivalutato, e la sua Buona Novella diventa la storia di un rivoluzionario, figlio di una donna diventata madre troppo presto. Ma la maggior parte dei personaggi sono uomini comuni, anzi, sono parte di quelle categorie povere e abbandonate, escluse. De André coglie in loro la parte più vera dell’umanità, che di per sé ha una dignità che va difesa e celebrata.

Così nelle canzoni di De André Marinella, una giovane prostituta assassinata, protagonista di un fatto di cronaca nera presto insabbiato, viene elevata come una dama stilnovistica, salvata dall’orrore della sua vita; il carcerato Miché merita una ballata, ai “drogati” è riservato uno struggente Cantico. Celebra un Matto deriso dal suo villaggio, un Blasfemo che decide di fuggire dal giardino incantato, tifa per gli Indiani d’America come Coda di Lupo, e tutti gli altri massacrati a Sand Creek. De André si schiera inequivocabilmente con gli ultimi, gli oppressi, coloro che non hanno nulla e sono quindi i più liberi e sinceri in una società di maschere pirandelliane: dopotutto, “Se non sono gigli son pur sempre figli, vittime di questo mondo”.

STORIA DI UN IMPIEGATO

De André

Tra le storie che De André ci ha regalato, una merita particolare attenzione. Storia di un impiegato viene pubblicato nel 1973 ed è un concept album: le canzoni sono legate tra loro a narrare una vicenda unica. È come un film sotto forma di musica, dal messaggio così potente che, nonostante faccia riferimento ad un periodo storico preciso, risulta ancora oggi attuale e meritevole di una riflessione.

La fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70 sono un periodo difficile in Italia e nel mondo. A partire dal ’68 si susseguono una serie di contestazioni giovanili che porteranno importanti conquiste. Nel 1968 il Maggio Francese vede operai e studenti scagliarsi contro i rappresentanti del potere, in Italia gli Anni di Piombo si verificano tra proteste e terrorismi. Nascono dei veri e propri movimenti giovanili pronti a lottare ad ogni costo per difendere le proprie idee e affermare le proprie posizioni. Sono anni controversi, che oscillano tra alti ideali e meschini episodi di violenza.

È in questo scenario che viene pubblicato Storia di un Impiegato, e nello stesso contesto è ambientata la vicenda. L’album si apre con l’Introduzionea parlare è l’Impiegato, che non ha un nome e assume così un ruolo generico, troppo legato alla propria posizione sociale per avere un’identità, e tale da permettere a chiunque di identificarsi con lui. L’Impiegato osserva i giovani del Maggio Francese, che “Lottavano così come si gioca”. Per lui queste lotte sono infantili, inutili, estranee.

Si apre poi la celebre Canzone del Maggio: De André rielaborò un canto del Maggio Francese di  Dominique Grange“Per quanto voi vi crediate assolti siete lo stesso coinvolti”. È questa la dura accusa dei giovani riuniti nelle piazze, rivolta non tanto ai loro obiettivi politici quanto agli ignavi, coloro che non si schierano e lasciano che la violenza e i soprusi dilaghino a loro spese, coloro che non hanno mosso un dito “lasciandoci in buona fede massacrare sui marciapiede”. Queste parole non possono lasciare indifferenti, e fanno breccia anche nell’animo dell’Impiegato.

Inizia dunque a riflettere e i suoi pensieri costituiscono La bomba in testa. L’Impiegato è affascinato dai sessantottini, eppure in un primo momento si distacca da loro. Al collettivismo e alla dialettica “noi contro voi” della Canzone del Maggio si oppone questa volta l’Io dell’Impiegato, che si riscopre come nella sua individualità. È lontano dai giovani in rivolta, lui si sente “normale”, e cerca di convincersi di dover “Tornare a lavoro”. Ma un pensiero inizia a far breccia nel suo animo: è vero che i sessantottini sono studenti mentre lui è più grande, ma non così tanto; quei canti riguardavano il Maggio Francese, ma forse non solo; forse le loro proteste hanno un senso, quel “non dover più sopportare” che forse riguarda anche lui, stanco di dover vivere sottomesso e inerte. Ma nell’Impiegato il senso di rivolta si manifesta come un individualismo violento, in un attentato terroristico da compiere da solo come una vendetta personale.

Il suo piano si attua sotto forma di sogno: Il ballo mascherato della celebrità. Una musica vivace accompagna la sfilata di una serie di figure emblema del potere: il potere religioso incarnato da un Cristo drogato e sconfitto, il prestigio sociale attribuito da Nobel, Dante che eleva il banale amore di Paolo e Francesca, la Statua della Libertà vanitosa, l’ammiraglio Nelson, i suoi stessi genitori. In questa folla eterogenea l’Impiegato immagina una di mettere una bomba, che spinta da imparzialità distrugge ogni forma di potere, unificandoli e mettendo in mostra la loro ipocrisia.

Il Sogno numero due è un recitativo: i progetti terroristici dell’Impiegato dimostrano la loro incongruenza in un processo immaginario. Il giudice fa notare come il potere vada sempre rinnovato, e la bomba dell’Impiegato non fa che assecondare questo processo naturale. Distruggendo le forme di potere, l’Impiegato stesso è diventato Il Potere, e spetta quindi a lui il compito di giudicarsi, scegliendo se assolversi o condannarsi.

L’Impiegato sceglie quindi una vita tranquilla: nella Canzone del Padre assume il ruolo sociale del genitore, un lavoro stabile e soggetto al potere, un sogno che non fa svegliare. Scopre così l’ipocrisia della vita borghese, apparentemente stabile ed equilibrata ma in realtà tormentata da problemi familiari: le discussioni con la moglie, il figlio drogato che non fa niente per risollevarsi. È per questo che decide ancora di ribellarsi, di svegliarsi e agire: “Ora aspettami fuori dal sogno: ci rivedremo davvero, io ricomincio da capo”.

Il piano dell’impiegato si attua ancora come un atto di individualismo violento e disperato. Non è più un Impiegato, ora è Un Bombarolo, ruolo che rivendica con orgoglio mentre prepara con cura il suo attentato, questa volta reale. L’obiettivo è il Parlamento, simbolica sede del Potere, e già pregusta la gloria che, secondo lui, il suo gesto gli farà guadagnare. Ma per errore, ad esplodere non è il Parlamento ma un chiosco di giornali, attirando su di lui solo derisioni.

La rivolta solitaria si rivela un fallimento e l’Impiegato viene arrestato. Dal carcere, la sua riflessione si rivolge alla donna amata, bersagliata dai media. Si apre così la struggente Verranno a chiederti del nostro amoreuna sorta di lettera alla compagna di vita che si troverà in una posizione complicata, tentata dalla macchina mediatica a screditare il loro rapporto, a negare ogni aspetto positivo della loro vita. La canzone è una disillusa e realistica visione di un amore ormai finito, ma da difendere. Una richiesta di consapevolezza, di non cedere alla rabbia e alla fama e di preservare la loro vita privata, la loro autenticità: “Non spalancare le tue labbra ad un ingorgo di parole, le tue labbra così frenate nelle fantasie dell’amore”. Un invito a non soccombere al potere mediatico, ma di compiere anch’essa una piccola rivolta, in difesa della propria autonomia: “Continuerai a farti scegliere, o finalmente sceglierai?”

Infine, l’album si chiude con Nella mia ora di Libertàl’Impiegato sperimenta la vita del carcere, la monotonia e l’omologazione con gli altri carcerati, la sottomissione alle guardie. Proprio in questa totale privazione di Libertà, in questo collettivismo forzato, riesce a fare chiarezza in sé stesso. Quella che era un’avversione istintiva contro il Potere diventa ora una consapevolezza del fatto che “Non ci sono poteri buoni”. Comprende che i secondini, costretti nel loro ruolo sociale, sono tanto prigionieri quanto lui. Rivaluta il senso della giustizia, per cui “è un delitto il non rubare quando si ha fame”. Riprende le accuse del Maggio francese contro coloro che non lottano per la libertà e anzi puniscono i rivoltosi: “Vagli a spiegare che è primavera, e poi lo sanno ma preferiscono vederla togliere a chi va in galera”. Ma soprattutto, capisce finalmente quanto sia importante la collettività, l’unione: è per questo che l’ultima strofa dell’ultima canzone è raccontata al plurale, è un gruppo quello di carcerati che decidono di imprigionare i secondini, combattendo ancora una volta il potere. L’ultima frase riprende l’inizio, chiudendo ad anello il percorso interiore dell’Impiegato, ormai parte di una collettività forte e consapevole, che invita tutti a lottare: “State a sentire sulla porta la nostra ultima canzone che vi ripete un’altra volta: per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti!”

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