Pinocchio: Collodi e la favola concreta di Matteo Garrone

Il Pinocchio di Matteo Garrone ci propone una rivisitazione della favola di Carlo Collodi, attraverso uno sguardo più crudo e concreto, che lascia spazio a piccole tracce di emozione.

0
680

Il racconto dei racconti è stato l’esempio più eccellente, ma a ben vedere lo si può notare nell’intera poetica di Matteo Garrone. Il regista capitolino riesce ad equilibrare realtà e finzione (o meglio surrealtà) come nessun altro. E questo Pinocchio non è un’eccezione.

Il racconto a puntate scritto da Carlo Collodi nel 1883, e qui ripreso pedissequamente, funge da punto in cui si delineano tutte le tensioni tipicamente garroniane. Così troviamo i suoi punti saldi: a realtà che cela latenze di imprevedibilità, la fantasia che si dà più concreta che mai e un costante bilanciamento tra crudezza ed emozione nascosta. Garrone ci offre un Pinocchio che si rifà nelle atmosfere all’antico, riproponendocelo attraverso uno sguardo, però, del tutto moderno.

Non dobbiamo quindi aspettarci la solita favola morale del percorso di maturazione da burattino a bambino. Piuttosto, una favola cinica e indifferente che lascia trasparire a sprazzi sacche di sincera emotività.

Ma meglio procedere con un po’ di ordine.

Pinocchio

 

Garrone e Collodi

Nella sua opera di rivisitazione del favolistico italiano, Garrone approda alla favola “nostrana” per eccellenza, nonché la più diffusa internazionalmente. Non si contano, infatti, le traduzioni e gli adattamenti di Pinocchio. Ma, per trattare questo film, bisogna dimenticarsi totalmente degli esempi più conosciuti. Siamo dunque molto lontani dall’approccio scanzonato del Pinocchio disneyano o da quello più naïf del Pinocchio di Roberto Benigni (qui nei convenientissimi panni di Geppetto).

Come abbiamo già detto, Garrone rimane fedelissimo al testo collodiano. Non tanto perché ne riprende tutti gli elementi narrativi – mancano, infatti, solo radi episodi come quello del serpente o del pescatore – ma perché ne riesce a catturare davvero l’essenza. La narrazione spuria e paratattica del film riprende, infatti, la struttura ad episodi de Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino. 

Pinocchio

Ogni sequenza è un capitolo del libro e, come questo, presenta chiarissimamente un inizio e una fine, talvolta molto brusche. Una decisione che spesso crea quasi un senso di straniamento nello spettatore. Quest’apparente mancanza di legami crea inevitabilmente una narrazione priva di elementi di forte drammaticità, ma che mantiene comunque un suo ritmo interno.

Garrone usa così una messa in scena fatta “a quadri illustrati” per omaggiare la fonte  originaria, a sua detta, ossessione fin da bambino. Anche Collodi, infatti, nel suo Pinocchio usa un tipo di scrittura volutamente pluri-stilistico, e spesso privo di soluzioni di continuità. Ma Garrone si spinge ancora più in là, creando un Pinocchio ancora più asciutto, decisamente meno coinvolgente, in costante bilico fra realtà e finzione. Nonostante la fedeltà dichiarata, Garrone non è esterno dall’apportare esili cambiamenti. Ed è proprio tramite questi che ci offre un punto di vista innovativo e “diversamente” emozionante, sull’intramontabile classico.

 

Personaggi e Maschere

“Addio, mascherine!” Così nel film (e nel libro) Pinocchio saluta per l’ultima volta il Gatto e la Volpe, dopo aver scoperto le loro reali intenzioni. Un tema, quello della maschera, che ritorna moltissime volte nel cinema garroniano. Ma se in film come Reality o Dogman la maschera assumeva più un carattere sociale/macchiettistico, qui si fa più concreta.

Il Pinocchio di Garrone non ha paura di mostrarsi per la sua crudezza, e bruttezza. Non si ricerca mai il “bello” fine a se stesso, anzi, i personaggi inquietano, disturbano e lasciano interdetti, anche quando rappresentano i “buoni”. La visione dei vari personaggi risulta disturbata, “difficile” e a tratti ostile. Così non solo troviamo il Gatto e la Volpe (Rocco Papaleo e Massimo Ceccherini) – i cattivi per eccellenza – che mangiano in maniera esageratamente belluina, nascosti dai loro baffi prostetici e dalle loro barbe incolte; oppure il giudice/gorilla (Teco Celio) che batte i pugni e urla ad ogni frase. Ma anche un personaggio benevolo come la domestica/lumaca (Maria Pia Timo) risulta in fin dei conti disgustante, a causa del muco lasciato sui pavimenti.

Pinocchio

In questo marasma di maschere e “personaggi illustrati” ecco che fanno capolino, però, le uniche due “facce vere” del film: Geppetto e Pinocchio. Ed è su di loro infatti che si gioca l’intera caratura emotiva del film, che altro non è che la loro particolarissima storia d’amore. Magistralmente interpretati da Benigni e dal giovane Federico Ielapi, i due personaggi si fanno portatori di un’antitesi alchemica che è il vero motore del film. L’ingenuo senso di fedeltà e abbandono del falegname si equilibra, infatti, attraverso l’euforia per niente pragmatica del burattino. Tanto conservatore e trattenuto l’uno, quanto inconsciamente intraprendente l’altro.

Ed è proprio in questa relazione che Matteo Garrone apporta le sue modifiche più sostanziali rispetto al libro. Dall’annuncio della paternità di Geppetto, al cuore palpitante nel ceppo, fino all’abbraccio finale, i due personaggi risultano le sfaccettature di un’umanità che appare tanto semplice e contrastante, quanto vera. L’unica umanità presente nel film che cela, sotto la banalità dei suoi gesti, i veri momenti di emozione.

 

Paesi e paesaggi

A contribuire all’atmosfera sospesa tra mondo reale e mondo favolistico ci sono anche i paesaggi usati nel film. Garrone ha dichiarato di aver preso esplicitamente spunto dal primo illustratore Enrico Mazzanti, da Comencini e dai pittori macchiaioli. Ma se apparentemente il film sembra partire da una volontà quasi filologica di ricostruire un mondo contadino povero della provincia italiana, ci si rende subito conto che la direzione effettiva risulterà quasi nell’opposto.

Il Pinocchio di Garrone utilizza in modo praticamente arbitrario e a-storico location che vanno dalla Toscana, alla Puglia, al Lazio (stessa cosa la fa anche con l’uso “improprio” dei dialetti italiani). Il paesaggio in cui è ambientata la narrazione risulta così variegato, in costante cambiamento e non ancorato alla contingenza di parlate o eventi. Fa piuttosto capo ad un immaginario italiano molto allargato. Questa scelta non viene fatta come forma di non-rispetto, quanto piuttosto serve ad astrarre la narrazione da un contesto specifico. Conferendole così una dimensione tutta fantastica.

Pinocchio - Enrico Mazzanti
Illustrazione di Enrico Mazzanti del frontespizio de “Le avventure di Pinocchio” di Carlo Collodi

Anche la scelta dello spazio in sé denota una particolare attenzione all’uso dell’ambiente. Pinocchio si muove alternativamente tra grandi spazi aperti (campagne, strade, mari) e spazi circoscritti (il villaggio, il Paese dei Balocchi, i teatri). Questi, lungi dall’essere spazi bucolici, complice anche la fotografia di Nicolaj Brüel (David di Donatello per Dogman), risultano piuttosto spazi statici e molto concreti, quasi immobili.

Inoltre, in questo dialogo fra aperto e chiuso ritorna quel contrasto che abbiamo visto prima relativamente ai due personaggi principali. Così come Pinocchio rappresenta l’impossibilità di un dominio dello spazio sconfinato attraverso l’azione, Geppetto rappresenta la miseria dell’inerzia. Emblematico, in tal senso, è il dialogo tra i due nel ventre del Pesce-cane.

 

Ed è proprio in questa sostanziale staticità che si risolve, in fin dei conti, il significato di questo Pinocchio garroniano. Il regista decide, di proposito, di eliminare le situazioni drammatiche, tranne i rarissimi momenti di emotività padre-figlio, per dare una visione estremamente essenziale della storia del Burattino di Legno. Una scelta che diventa allo stesso tempo il punto forte e il punto debole del film.

Il Pinocchio di Garrone ha la sola pecca di voler essere moderno, quasi troppo. Lo sguardo che ci presenta è cinico, indifferente al mondo e a se stesso, e ingenuamente impreparato alla vita. Uno sguardo che accumula esperienze, più o meno reali, ma che alla fine dei giochi ritrova la capacità nell’affermare un nuovo tipo di umanità. Un’umanità fredda e distante che ha un disperato bisogno di trovare il suo Geppetto.

Per news e altri approfondimenti dal mondo del cinema e delle serie tv, continuate a seguirci su CiakClub.it!

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here