Youth un film visivamente affascinante sulla leggerezza degli errori umani

Youth di Paolo Sorrentino che celebra non solo dei grandi attori ma soprattutto la bellezza visiva che si cela dietro gli errori umani.

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SET DEL FILM "LA GIOVINEZZA" DI PAOLO SORRENTINO. NELLA FOTO MICHAEL CAINE. FOTO DI GIANNI FIORITO

” La vita va avanti anche senza questa stronzata del cinema” queste sono le parole che sceglie Sorrentino in Youth nella scena dove Brenda (Jane Fonda) rifiuta di partecipare all’ultimo film del regista che l’ha lanciata, Mick Boyle.

Questa frase riassume il significato di Youth, la vita va avanti, anche quando le nostre passioni sono finite o quando perdiamo qualcuno o ci rendiamo conto di aver sbagliato tutto nella vita.

I protagonisti Fred Ballinger (Michael Caine) direttore d’orchestra in pensione e Mick Boyle (Harvey Keitel) regista ancora in attività  sono due anziani che passano le loro vacanze in un lussuoso albergo svizzero dove il tempo sembra fermarsi e dove l’anima degli ospiti risiede per purificarsi dagli errori passati, numerose sono le scene di chi vi soggiorna che si ritrova a mollo in queste vasche termali come a sciacquare dalla propria pelle ciò che non riesce a sostenere nella vita reale.

Youth

Youth è un testamento visivo degli sbagli umani, Fred si rende conto che non ha mai dedicato un solo attimo a sua figlia Lena (Rachel Weisz) né a sua moglie e questa realtà e senso di colpa fuoriesce solo quando Fred cade nel mondo del sogno, dove fin dalle primissime scene si sente affogare in Piazza San Marco a Venezia urlando il nome di sua moglie Melanie che è si trova a Venezia e che lui non è mai andato a trovare.

Ma il tema Freudiano dell’inconscio non si rivela solo in quelli del protagonista ma anche in quelli della figlia che è stata lasciata dal marito (il figlio di Mick) perché non era abbastanza brava a letto, le nostre paure e sensi di colpa non tardano mai ad arrivare e se cerchiamo di reprimerli essi tornano sempre a galla.

Youth

Youth si regge su due assi, la perfezione delle immagini scelte da sorrentino, composizioni che rivelano un senso pittorico e un’armonia delle forme e del colore tipica delle avanguardie di fine ‘900 alternato alla bravura eccezionale degli attori che la interpretano, purtroppo la sceneggiatura sembra quasi cadere su sé stessa e su un’eccessivo contenuto di citazioni, che nonostante in altri film del regista come La Grande Bellezza calzassero a pennello con la realtà che si voleva rappresentare, qui risultano stucchevoli.

Un aspetto fatalmente affascinante in cui lo spettatore resta ammaliato è la presenza di ospiti bizzarri e misteriosi in questo albergo, a partire dal famosissimo calciatore Maradona ad una coppia che non si rivolge mai la parola per tutta la durata della cena e che poi viene scoperta a fare del sesso facile e rude in mezzo al bosco.

La peculiarità di questi ospiti non è solo quanto risultino surreali all’interno di un ambiente affine ad un paradiso Dantesco ma che ogni persona presente nel film si incrocia con un’altra che non conosce ma con cui condivide le problematiche e vive gli stessi drammi umani interiori.

L’aspetto che tendiamo a dimenticare è che c’è sempre un dopo, un dopo ai nostri sbagli, un dopo la nostra giovinezza e un dopo ogni scelta che facciamo, il punto è se siamo pronti a sostenerlo, e se riusciamo a redimerci dai nostri errori, su questo si interrogano Lena, Fred e Mick.

Durante tutto il film vediamo una metamorfosi degli attori e delle loro scelte, Fred all’inizio viene contattato da un funzionario della regina d’Inghilterra di dirigere l’orchestra sulla base di una sua composizione e lui persiste nel voler rifiutare oppure Mick che insiste nel volere l’attrice Brenda, che lui stesso ha formato e sostenuto fin dall’inizio nel suo film testamento : L’ultimo giorno della vita, ma ogni sua più rosea aspettativa verrà stroncata in pieno dall’attrice.

Probabilmente Youth non ha suscitato in tutto il pubblico l’effetto desiderato da Paolo Sorrentino probabilmente per la natura edulcorata del metodo di narrazione ma resta sicuramente impressa sugli occhi degli spettatori per la grande abilità del regista nell’uso della macchina da presa che non si limita a lasciare lo spazio agli attori ma si impone all’interno delle inquadrature come se essa stessa fosse un personaggio.

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