TOP 15: I migliori album del decennio (2010-2019)

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È tempo di tirare le somme anche per quanto riguarda la musica del decennio appena trascorso. Ecco 15 album imperdibili che hanno lasciato un segno indelebile tra il 2010 e il 2019.

Per quanto riguarda la musica, questo decennio è stato tanto complesso quanto veloce nelle sue trasformazioni. Se si guarda le classifiche musicali degli anni passati, sembra assurdo pensare che solo qualche anno fa ascoltassimo certa roba. Vi ricordate quando MTV passava in continuazione Party Rock Anthem dei LMFAO? Era il 2011, che sembra lontanissimo se si pensa a quello che viene definito mainstream oggi.

Insomma, le tendenze sono cambiate. Ma non solo: l’industria è cambiata, la tecnologia è cambiata e, soprattutto, è cambiato l’ascoltatore. In questi anni’10 si sono affermate le piattaforme digitali, che hanno permesso a tutti l’accesso a una libreria musicale pressoché sconfinata. Chiunque può scoprire un artista con due click, scaricare per intero la sua discografia, indagare e scoprire nuovi artisti. Se da una parte mi sento di celebrare questo traguardo come un privilegio, dall’altra non si può fare a meno di notare che oggi le modalità di ascolto della musica hanno subito una trasformazione radicale: chiunque può costruirsi una propria playlist, un elenco personale dei brani preferiti che poi verrà ascoltato in loop e di tanto in tanto aggiornato. In questo modo, viene meno l’interesse e la voglia di ascoltare l’album di un artista dall’inizio alla fine e, anche quando viene ascoltato per intero, è difficile che l’ascolto venga ripetuto più volte, finendo così per non approfondire adeguatamente il lavoro in tutte le sue sfumature. In un certo senso, avere l’accesso ad un numero potenzialmente illimitato di canzoni da ascoltare ha reso l’ascolto più superficiale e pigro, cosa che certamente non accadeva quando acquistavi un CD e magari lo tenevi in macchina.

Ad ogni modo, essendo io stesso un millenial non posso proprio permettermi di fare il nostalgico, anche perché questo decennio è stato incredibilmente prolifico e tutti noi siamo stati testimoni di alcuni lavori unici e irripetibili, che hanno lasciato il segno nella storia della musica contemporanea e verranno ricordati negli anni a venire. Quella che segue è una classifica di quelli che ritengo essere i 15 dischi più belli e rappresentativi di questo decennio. Attenzione, però: questa lista non tiene conto dei trend o dello show business, né del numero di copie vendute o degli streams su Spotify. Si tratta dei dischi che meglio degli altri presentano un’esperienza musicale e un lavoro di fluidità nell’ascolto, che nascono appunto come album e non come un insieme di singoli messi insieme. Le tracce devono essere legate tra loro dalla ricerca di uno stampo musicale o da un certo tipo di poetica che caratterizza l’artista, e devono poter rappresentare con iconicità il periodo storico in cui sono stati pubblicati.

Da appassionato di musica e spacciatore professionista di link di Spotify, spero che questa classifica vi porti a scoprire qualcosa di nuovo, anche solo una canzone che magari vi colpisca come ha colpito me. Quindi, con il piede sulla soglia della prossima decade, ecco i miei 15 dischi preferiti del decennio che abbiamo appena vissuto.

15. M83 – Hurry Up, We’re Dreaming (2011)

“È un disco che parla di sogni, di come ognuno sia diverso dall’altro, di come si sogna in modo diverso quando si è bambini, teenager o adulti”. Questo era l’intento di Anthony Gonzalez approcciandosi a questo ambizioso progetto, il sesto album in studio del progetto francese M83. “Hurry Up, We’re Dreaming” si presenta come un disco doppio dai toni epici e dilatati, che innegabilmente sembra proprio la colonna sonora di un lungo sogno: quasi un’ora e venti in perfetto equilibrio tra post rock, elettronica, shoegaze e synth pop. Anche se approcciarsi a un disco doppio può fare un po’ paura, quello di Harry Up, We’re Dreaming non sarà un ascolto sofferto per più motivi. In primis, l’intero progetto si contiene entro i settantacinque minuti, durata che spesso raggiungono anche molti album singoli. Inoltre, le salite e le discese di questa giostra onirica sono costruite ad hoc, grazie ai numerosi intermezzi musicali che aiutano a non “svegliare” mai l’ascoltatore. Alcune atmosfere si ispirano chiaramente agli anni ’80 (la batteria a volte ricorda un po’ quella di Phil Collins), ma il disco non vuole essere un revival e riesce nell’impresa c reare un sound nuovo proiettato verso il nuovo millennio.

Tracce preferite: Midnight City, Wait, My Tears Are Becoming A Sea

14. IDLES – Joy As An Act Of Restistance (2018)

In altre parole: il punk inglese nell’era della brexit. Del resto, il punk è sempre stato un mezzo di denuncia sociale e politica, e per la prima volta con questo disco sento che la musica di ribellione per eccellenza è stata ricontestualizzata e attualizzata, trattando finalmente temi odierni che non avrebbe potuto trattare al picco della sua popolarità negli anni ’70. Quindi, se il punk-rock dei Sex Pistols esprimeva il rifiuto per qualsiasi forma di controllo e si scagliava contro le figure autoritarie, che cosa cantano questi IDLES? In Samaritans, per esempio, viene trattato il tema della mascolinità fortemente imposta dalla società moderna, che vive come un tabù l’idea di un padre che piange, come se ciò lo rendesse “meno uomo” ( “I’m a real boy, I’m a real boy and I cry. […] This is why you never see your father cry”), oppure nella traccia Television si tratta dell’insicurezza generata dai media che ci porta a non accettarci per come siamo, ricorrendo alla chirurgia plastica ( “And that’s what they do, the bastards made you not want to look like you, so you pay through the nose to look like someone else […] Love yourself”). Joy As An Act Of Resistance è il migliore disco punk-rock del decennio, non solo perché le canzoni sono belle e significative, ma perché ha dato al punk (come approccio più che come genere musicale) un valido motivo per continuare ad esistere: osservare e raccontare la contemporaneità.

Tracce: Never Fight A Man With A Perm, Samaritans

13. Travis Scott – Rodeo (2015)

Il secondo album in studio di Travis Scott verrà ricordato come una bellissima eccezione all’interno di una lunga serie di dischi trap (spesso anonimi) che sono usciti a partire dalla seconda metà di questa decade. Non vi sbagliate però: Rodeo è senza dubbio un disco trap, al punto da poter essere considerato una delle punte del genere. Tuttavia, l’album  non si limita ad essere solo un insieme di hit da pompare nei club. Infatti, anche la durata dei brani è piuttosto atipica, considerando che la maggior parte delle tracce superano i 5 minuti e alcune si avvicinano ai 7. Rodeo è un disco autobiografico, in cui si racconta sia il successo di Travis (tòpos delgenere) che alcune nostalgie della vita di strada, che il rapper è riuscito a lasciarsi alle spalle. Comunque, i testi non mirano mai ad essere impegnati o profondi, ma più che altro vogliono “servire” le basi, come se la ridondanza delle melodie di Travis facesse da assist alla strumentale, la cui ricerca e sperimentazione è assolutamente memorabile. Provate ad ascoltare 90210 dall’inizio alla fine e rendetevi conto di cosa state ascoltando: chitarre elettriche, voci angeliche, un beat shift che stronca in due la strumentale. Tutto questo in una canzone che resta, di fatto, una canzone trap. Questo disco è un picco di creatività che, per quanto mi riguarda, Travis Scott non è riuscito a eguagliare con il successore, Astroworld. È come se Rodeo fosse allo stesso tempo un classico della trap e la sua diretta evoluzione, ancora prima che questo genere diventasse un trend di portata mondiale. 

Tracce preferite: 90210, Oh My Dis Side

12. Deafheaven – Sunbather (2013)

“Quindi una specie di versione metal dei Sigur Ros?” “Sono come gli Explosions In The Sky per persone un po’ più arrabbiate.” Questi sono due commenti che mi hanno fatto sorridere sotto al video di Sunbather, il secondo album in studio dei Deafheaven, che è stato caricato per intero su Youtube. Un po’ è vero: i Deafheaven sposano il post-rock meglio di chiunque altro nella scena black metal, e il risultato è quantomeno inaspettato. Le progressioni degli accordi sono pacifiche e catartiche come il migliore post rock, ma le chitarre sono molto più distorte e si fondono con i blast beat e con lo scream del cantante, dando come risultato un tappeto, un meraviglioso muro del suono che fa da sfondo per una delle migliore esperienze sonore di questo decennio. I climax si alternano a degli intermezzi strumentali di chitarre pulite e tastiere, per poi tornare alle distorsioni estreme e melodiche. Ovviamente, quello dei Deafheaven è un black metal atipico: basta guardare la copertina per rendersene conto. Una copertina rosa per un disco black metal? Non era meglio la classica copertina nera con il nome del gruppo scritto con il classico font inquietante e spaventoso? No, non era meglio, perché per fortuna anche il Black Metal si evolve e il fatto che questa band sia stata aspramente criticata da alcuni “puristi” del genere sul web, è segno che c’era proprio bisogno di un disco come Sunbather. I testi sono incomprensibili al solo ascolto, ed è per questo che quando sono andato a leggerli sono rimasto di sasso. Non c’è niente di tutto quello che ci aspetta dai testi black metal, e anche quando si parla di morte non è mai in modo inquietante e spaventoso: la morte assume le forme di un esperienza rappacificante e confortevole. Ecco l’ultima strofa del testo di “Dream House”, in cui il testo assume le forme di un dialogo cantato a squarciagola dal cantante: “I’m dying.” “Is it blissful?” “It’s like a dream.” “I want to dream”.

Tracce preferite: Sunbather, Dream House

11. Mount Eerie – A Crow Looked At Me (2017)

“A Crow Looked At Me” si può definire come un concept album che ha come tema centrale la perdita. Nel 2015, alla moglie di Phil Elverum (prima leader dei Microphones, poi solista con il progetto Mount Eerie) viene diagnosticato un cancro al pancreas. Pochi mesi dopo Genevieve muore, lasciando solo Phil e la loro bambina di appena un anno, all’interno di un nucleo familiare improvvisamente vuoto a cui Phil non riesce ad abituarsi. Ben presto, capisce che non c’è significato da cogliere nella morte della donna che amava, e decide di  scrivere delle canzoni. Ma non si tratta di canzoni spirituali, non c’è una luce in fondo al tunnel, non c’è speranza. Fin dalla prima traccia, Real Death, Phil spiega che raccontare la morte attraverso l’arte è inutile e addirittura stupido (Death is real/ Someone’s there and then they’re not/ and it’s not for singing about/ It’s not for making into art/ when real death enters the house, all poetry is dumb). I testi sembrano essere tutto ciò che è passato per la testa di Phil durante le traumatiche settimane successive alla scomparsa della moglie, come se non potesse fare altro che scrivere, tanto che spesso i brani danno dei riferimenti temporali in relazione a quanto tempo è passato dal lutto. Interamente registrato in casa, la produzione del disco è volutamente povera, solo una chitarra acustica e la voce di Phil, si ha quasi l’impressione di essere con lui in una stanza ad ascoltare i suoi pensieri, che a volte sono più parlati che cantati. A Crow Looked At Me è un album doloroso, pesante da ascoltare e a tratti angosciante, ma proprio per questo di grande spessore. Attraverso le canzoni sembra di vivere davvero l’esperienza tragica della perdita, è musica che ci fa pensare e ci fa abbracciare più spesso le persone che abbiamo vicino.

Tracce preferite: Real Death, Swims

10. Death Grips – The Money Store (2012)

Il trio di Sacramento non può passare inosservato quando si passa in rassegna la musica del decennio. I Death Grips hanno ridefinito il concetto di aggressività, proponendo una sperimentazione folle di industrial hip hop e noise.Nello stesso 2012, poco dopo l’uscita di The Money Store, la band era intenzionata a pubblicare il suo successore nello stesso anno. L’etichetta discografica voleva a tutti i costi aspettare il 2013 per la pubblicazione di No Love Deep Web, ma i Death Grips se ne fregarono e decisero di diffondere Il disco gratuitamente sul web, usando come copertina la foto improvvisata del pene in erezione di uno dei membri. Ecco, questo aneddoto riassume in un certo senso lo spirito sovversivo della band, che gli è costato più di una denuncia dalla Epic Records. No Love Deep Web è poi risultato essere un disco meraviglioso, ma per quanto mi riguarda questo album di debutto è più di una spanna sopra. The Money Store deve essere digerito prima di essere apprezzato: un orecchio non abituato potrebbe inizialmente rifiutare un certo sound. Infatti, per quanto sia evidente una base di partenza hip hop, i Death Grips sono lontani dalla scena rap e da qualsiasi legame musicale con essa. Le atmosfere rumorose catapultano l’ascoltatore nell’oscurità della vita notturna e violenta delle metropoli. I testi estremi, allucinati, disperati e a tratti sarcastici vengono urlati da MC Ride a pieni polmoni, come in preda a un delirio paranoico. Ma non sono urla e basta, perché MC Ride è soprattutto capace di costruire degli hook memorabili, e se si riesce a superare la diffidenza del primo ascolto si scopre che i brani sono addirittura orecchiabili (mi sono ritrovato a canticchiare Get Got più volte, è stato stranissimo). Insomma, The Money Store suscita reazioni diverse, c’è chi lo ama fin da subito e chi ha bisogno di più ascolti, ma se non conoscete questo gruppo posso garantirvi una cosa: non vi darà l’impressione di “già sentito”.

Tracce preferite: Get Got, Hustle Bones, I’ve seen footage 

9. Bon Iver – Bon Iver (2011)

Il polistrumentista Justin Vernon aveva consolidato il successo del progetto Bon Iver già nel 2009, con l’album For Emma, Forever Ego, che era stato mitizzato dal pubblico anche per la storia che c’era dietro: Il cantante che, fuggendo da un periodo particolarmente difficile della sua vita, si era rinchiuso per tre settimane in una capanna del Vermont circondata dalla neve, solo con la sua chitarra folk, per scrivere un album dedicato al suo primo amore, Sara Emma Jensen. Non si può creare qualcosa di più malinconico, penseranno alcuni. E invece si, perché nel 2011 Justin Vernon realizza il suo secondo album, Bon Iver, in cui riprende le melodie nostalgiche e l’inconfondibile falsetto del suo primo lavoro e compone nuove canzoni amplificando la strumentazione: chitarre elettriche, archi, fiati, tastiere ed effetti vari. Insomma, una band vera e propria di cui Justin Vernon ha il pieno controllo, permettendogli arrangiamenti più ricchi e stratificati. Il risultato è un disco che contiene alcune delle ballad più belle di questo decennio.I testi non sono facili da parafrasare e Vernon stesso ha dichiarato che le sue canzoni non vogliono fare nessun tipo di storytelling, preferendo invece un approccio alla scrittura più astratto, con una serie di immagini e sensazioni sconnesse tra loro che fanno leva sul potere evocativo universale dei ricordi.

Tracce preferite: Holocene, Towers, Michicant

8. Tyler The Creator – IGOR (2019)

Tyler The Creator è una delle figure più innovative dell’hip hop contemporaneo, al punto che l’appellativo di “rapper” gli sta decisamente stretto. Tyler si occupa di creare veri e propri immaginari collettivi, che sia attraverso la musica o lo street clothing. Per molto tempo sembra non essersi preso troppo sul serio, favorendo sempre una vena ironica e l’idea di una sorta di meme di se stesso più che di un musicista. Ma se siamo qui, è perché a partire da Flower Boy (2017) qualcosa è cambiato: l’artista mette in secondo piano il personaggio giocherellone dando la priorità alla sostanza della musica. Flower Boy era un disco maturo e personale, dove Tyler si apriva sulla sua solitudine e sulla sessualità, probabilmente bi-, ma ancora non del tutto chiara (“Next line will have them like, ‘woah’ / I been kissing white boys since 2004”). Il disco successivo, IGOR, è l’apice di questa evoluzione e consacra Tyler The Creator come uno degli artisti più creativi di questo decennio.  IGOR definisce un nuovo sound, ormai lontano dal rap e molto più vicino all’R&B, integrando synth distorti e una produzione psicadelica. IGOR è l’alter ego che l’artista usa per raccontare una storia d’amore tossica, una relazione disfunzionale con una persona che il protagonista non riesce a lasciare andare e che si evolve con lo scorrere dei brani, al punto da poter considerare IGOR un concept album: si parte da l’infatuazione di EARFQUAKE e I THINK, poi la crisi in RUNNING OUT OF TIME, la gelosia folle e violenta di NEW MAGIC WAND e la fine del sentimento in I DONT LOVE YOU ANYMORE, anche se l’ultima traccia ARE WE STILL FRIENDS? smentisce in qualche modo quanto detto con la traccia precedente, mostrando ancora un attaccamento morboso verso l’ex partner e rendendo così possibile ripetere l’ascolto dalla prima traccia, come in un loop.

Tracce preferite: Earfquake, Running Out Of Time

7. David Bowie – Blackstar (2016)

Blackstar è la storia di una stella che si avvicina alla morte, dopo aver brillato incessantemente fin dagli anni ’70. A fine 2015 David Bowie sta lottando con un inguaribile cancro al fegato. Consapevole che la fine è vicina, esprime isuoi dubbi e le sue paure attraverso un ultimo grande disco, che si può considerare allo stesso tempo un testamento spirituale e uno dei migliori lavori della sua intera discografia. La fine che si avvicina è trattata sempre con grande umanità: in alcuni momenti sembra essere accolta con sollievo (“Oh I’ll be free/ just like that bluebird”) in altri assume toni più agonizzanti e spaventati. In Dollar Days, per esempio, sembra cantare con amarezza il rimpianto di non poter passare la sua vecchiaia nelle bellissime campagne inglesi (“It’s nothing to me/ It’s nothing to see/ If I’ll never see the English evergreens I’m running to”). Ma provando ad andare oltre i temi trattati, come suona un disco di David Bowie nel 2016? È fuori contesto? Assolutamente no, perché Bowie non è un artista che vive nella bolla del passato. Basti pensare che in alcune interviste aveva addirittura citato i Death Grips e Kendrick Lamar come alcune delle sue principali influenze contemporanee. Fino all’ultimo ha osservato la musica che lo circondava e ha preso con grande umiltà da artisti più giovani e meno leggendari di lui. La musica è alienante, tra il rock e il jazz, con uno stampo comunque moderno e un sound a tratti digitale. Bowie decide di trasformare la propria morte in un ultimo grande progetto, un’uscita di scena epica e un vero epitaffio artistico.

Tracce preferite: Lazarus, I Can’t Give Everything Away

6. Fleet Foxes – Helplessness Blues (2011)

Helplessness Blues racchiude tutto ciò che si prova ad avere vent’anni nel ventunesimo secolo, sentirsi persi nel mondo, privati uno scopo, l’instabilità economica e l’incomunicabilità generazionale. Il cantante Robin Pecknold si ritrova a pensare cosa fare della propria vita, ora che è ha addirittura superato l’età che avevano i suoi genitori quando hanno avuto il primo figlio (“So now I am older/ than my mother and father/ when they had their daughter/ now what does that say about me?”). I Fleet Foxes sono un quintetto folk di Seattle, le cui sonorità ricordano un po’ quelle di Simon & Garfunkel, chitarre acustiche arpeggiate, cori e meravigliose polifonie. Questo progetto è studiato talmente bene che ognuna delle 12 tracce è necessaria a completare l’esperienza, tanto che una volta che le canzoni saranno maturate abbastanza nelle orecchie dell’ascoltatore, diventerà praticamente impossibile iniziare dalla prima traccia senza sentire il bisogno di sentire il resto. Helplessness Blues sembra un disco incastrato fuori dal tempo, un classico istantaneo, come se i migliori cantautori del passato avessero provato a raccontare i disagi e le contraddizioni del nuovo millennio.

Tracce preferite: Montezuma, The Plains/Bitter Dancer

5. Daft Punk – Random Access Memories (2013)

Nel 2013 i Daft Punk hanno ricevuto una seconda ondata di grande popolarità, soprattutto grazie al singolo Get Lucky, che anticipava Il loro quarto album in studio, Random Access Memories.Il progetto aveva attirato l’attenzione di tanti appassionati, perché il duo  francese si era avvalso della collaborazione di vari musicisti noti: Julian Casablancas dei The Strokes, Pharrel, Chilly Gonzales, Nile Rodgers e Paul Williams. Vista la varietà di generi da cui queste figure provengono, ci si chiedeva quale fosse l’intenzione di un gruppo che fino a quel momento aveva fatto un grande utilizzo di samples. Con RAM, i Daft Punk abbandonano parzialmente la french house che li ha resi celebri, realizzando invece un memorabile omaggio al synth-funk e alla disco music anni ’70 e ‘80, intingendo il tutto con un immaginario futuristico e Sci-Fi. La passione che i Daft Punk nutrono per la disco music è esplicita nella traccia Giorgio by Moroder: una dance suite di 9 minuti accompagnata dalla voce di Giorgio Moroder (disc jockey italiano considerato “il padre della disco music”) che durante il brano racconta la storia della sua vita, il bisogno di sperimentare suoni nuovi, i primi utilizzi del sintetizzatore, le notti magiche nei nightclub e le dormite in macchina. La prima traccia del disco si chiama “Give Life Back to Music”, e dopo aver ascoltato RAM per intero non si può che dare al duo parigino il merito di essere riusciti nell’impresa di “ridare vita alla musica” con questo album, che è una vera e propria dichiarazione d’amore alla musica dance.

Tracce preferite: Lose Yourself to Dance, Instant Crush

4. Kanye West – My Beautiful Dark Twisted Fantasy (2010)

All’inizio del decennio, la carriera di Kanye West non se la stava passando benissimo. Il suo egocentrismo e le sue uscite di poco gusto lo avevano portato a farsi odiare da gran parte del pubblico, tanto che una volta addirittura Obama gli diede del coglione (“jackass”). Kanye decide allora di cambiare aria, arriva alle Hawaii, si chiude in uno studio di registrazione e inizia a lavorare sul suo prossimo album: My Beautiful Dark Twisted Fantasy. Kanye mette insieme quanto imparato dai suoi album precedenti e include nel progetto vari ospiti delle più diverse estrazioni: Kid Cudi, Bon Iver, Rihanna, Alicia Keys, Jay-Z, Elton John. My Beautiful Dark Twisted Fantasy è il disco che che i puristi del rap old school hanno odiato, perché a causa della varietà di generi che lo compongono ha allargato il bacino di utenza dell’hip hop in maniera sconfinata. Orchestre, elettronica, soul e rock (iconico il sample di 21st Century Schizoid Man dei King Crimson nella traccia Power, e la melodia di Iron Man dei Black Sabbath ripresa in Hell Of A Life). Nel 2010, l’hip hop non era ancora il genere dominante dell’industria, e non aveva ancora ottenuto l’attenzione di gran parte del pubblico “bianco” del mondo. Kanye è stato il primo artista afroamericano a creare un hip hop musicalmente universale, che non è interessato a rappresentare una comunità, ma parla a tutti in quanto individui. I testi hanno anche una forte componente politica, ma mai esclusivamente razziale, preferendo ricordare le contraddizioni dell’uomo moderno e il palese fallimento del “sogno americano”. Sotto questo punto di vista, l’ultima traccia Who Will Survive In America è esplicativa: nel brano è stata inserita una registrazione di Gil Scott-Heron, poeta attivo tra gli anni ’60 e gli anni ’70, che recita una poesia in cui attacca il governo e i conservatori, accusandoli di non capire i bisogni della comunità afroamericana e di aver portato il mondo a credere ad un irrealizzabile sogno a stelle e strisce. Kanye, però, taglia una parte importante della poesia, in cui si fa riferimento appunto alla comunità afroamericana. Lascia immutato l’attacco alle istituzioni e il senso di smarrimento del popolo, ma non specifica nient’altro, rendendo così la poesia e tutto il disco più universale.

Tracce preferite: Dark Fantasy, Power, Monster

3. Tame Impala – Currents (2015)

Tame Impala è il progetto di Kevin Parker, polistrumentista australiano che suona, arrangia, produce e registra ogni brano. L’evoluzione che questo progetto ha avuto nel corso del decennio è stata unica: Tame Impala esordisce (dopo una serie di EP) nel 2012 con Innerspeaker, un disco con sonorità psychedelic rock, un po’ ispirato alle grandi band anni ’70. Il disco successivo, Lonerism, accentua i toni psichedelici e inizia a mettere le basi per quello che sarà uno degli album più acclamati del decennio: Currents. In contrasto con il suono organico del rock che ha caratterizzato i precedenti lavori, Currents marca un cambio di direzione drastico verso la musica dance, dando più spazio ai sintetizzatori piuttosto che alle chitarre. La produzione è ricca di suoni e sempre di alta qualità, infatti Currents è uno di quegli album che sembra migliorare in base a quanto sono grandi le casse con cui lo si ascolta. In tutto questo, la componente psichedelica è sempre forte, ma questa volta è consegnata all’ascoltatore con una leggerezza tale da sembrare necessaria all’esistenza stessa dei brani. Tra le altre cose, Parker è un bassista fenomenale che ci regala alcuni dei giri di basso più catchy e memorabili degli ultimi anni (Quello di The Less I Know The Better è a mani basse uni delle più belli del decennio).“Ho realizzato che non avevo mai visto nessuno ballare con le nostre canzoni. […] Ascoltare le nostre canzoni era un’esperienza solitaria e volevo muovermi da questo”Forse lui non lo sa, ma la forza nel disco sta nell’aver creato un sound così versatile da essere perfettamente adatto a entrambe le situazioni: Currents va bene per un nightclub, per un rave sulla spiaggia o per un viaggio in treno. Dal punto di vista tematico, Currents è un album sulla trasformazione personale che l’individuo non può controllare. Appena uscito da una relazione, Kevin Parker ci ricorda che siamo tutti in balia di eventi che ci mutano e che, in certi casi, è meglio accettarlo e lasciarsi trasportare.

Tracce preferite: The Less I Know The Better, Past Life, Cause I’m a Man

2. Radiohead – A Moon Shaped Pool (2016)

Ogni band storica è in qualche modo legata ad una decade, ma chi si limita a pensare ai Radiohead come al gruppo alternative rock degli anni ‘90 si sbaglia di grosso. Il gruppo di Thom Yorke ha avuto una carriera fatta di incredibili evoluzioni: il primo passaggio dal leggero alternative rock di Pablo Honey al più impegnato Ok Computer, poi la svolta elettronica di Kid A e l’ibrido di In Rainbows. Queste evoluzioni non sono casuali: la loro musica si è adattata al periodo storico e lo ha fatto con una versatilità che nessun altro gruppo può vantare. È per questo che eravamo così curiosi di sentire cosa avrebbe proposto questo A Moon Shaped Pool, il nono album in studio della band inglese. Che dire? Si tratta di un altro capolavoro moderno, forse il migliore lavoro dei Radiohead dai tempi di In Rainbows. È un disco dai suoni elegante, dove l’elettronica c’è ma non è mai sopra le righe, resta in perfetto equilibrio con i suoni caldi delle tastiere o delle chitarre pulite. Inoltre, una caratteristica inedita per i Radiohead: la presenza massiccia di archi (le cui parti sono state composte dal chitarrista Jonny Greenwood ed eseguite dalla London Contemporary Orchestra). A Moon Shaped Pool è dolce sulle orecchie ma pesante sul cuore: mantiene la componente malinconica che caratterizza musica dei Radiohead, ma più che mai esprime un dolore adulto, maturo, personale, e per questo molto più spaventoso. Infatti, il disco è in buona parte ispirato all figura di Rachel Owens, ex moglie di Thom Yorke con il quale il cantante ha passato 23 anni, che stava combattendo il cancro durante la fase di registrazione ed è scomparsa pochi mesi dopo l’uscita del disco.È per questo che nel disco si trova una nuova versione della struggente True Love Waits, brano che la band aveva già rilasciato nell’ EP live del 2001 I might be wrong. Il nuovo arrangiamento del brano è esplicativo dell’operazione di attualizzazione del suono che i Radiohead portano avanti: quello che era un bellissimo pezzo di solo chitarra acustica e voce diventa una ballad sospesa di synth e tastiere, che si inserisce perfettamente nel contesto dell’album.

Tracce preferite: Burn The Witch, The Numbers, True Love Waits

1. Kendrick Lamar – To Pimp A Butterfly (2015)

To Pimp A Butterfly non è solo il progetto più ambizioso del decennio, ma anche uno dei migliori album di musica black mai realizzati. Dico musica black perché limitarsi a definire To Pimp A Butterfly un album “rap” è riduttivo, visto che Kendrick Lamar integra nelle sue strumentali la musica nera per eccellenza, ovvero il jazz, che ha origine proprio dalle canzoni che gli schiavi afroamericani cantavano nelle piantagioni per alleggerire le lunghe ore di lavoro. Inutile dire che questa scelta non è casuale, perché To Pimp A Butterfly è un album ferocemente politico, un inno alle proprie appartenenze e all’emancipazione, ma non solo. Si parla anche di depressione e di temi più personali, come il successo e la paura che tutto possa finire da un momento all’altro. Se nel precedente (bellissimo) disco Good Kid, MA.A.d City (2012) alcune strumentali erano influenzate dall’hip hop moderno, To Pimp A Butterfly non scende a compromessi con le tendenze, qua non si tratta di semplici beats ma di veri e propri arrangiamenti ricchi e complessi, che comunque non rinunciano alla resa melodica. Fin dall’inzio dell’album, c’è una poesia che Kendrick Lamar cerca di recitare più volte, e viene come interrotto dall’inizio della traccia successiva. Ogni volta che riprende la poesia riesce a recitare qualche frase in più, finché nell’ultima traccia Mortal Man la poesia viene finalmente recitata per intero e si può definire come un riassunto in prosa di tutti i temi che sono stati trattati nell’album fino a quel momento. La traccia prosegue, e scopriamo che per tutto il tempo Kendrick aveva davanti a sé un interlocutore, qualcuno che stava ascoltando la sua poesia: Tupac. Riprendendo l’audio da un’intervista degli anni ’90 e facendo un montaggio ad hoc, l’ultima traccia ci illude che i due siano nella stessa stanza a parlare di successo, di politica, di povertà. Da una parte è emozionante sentire Kendrick che dialoga con il suo idolo, dall’altra c’è una vena di amarezza nel rendersi conto che i due stanno parlando degli stessi temi: la condizione degli afroamericani non è poi tanto cambiata, nonostante i vent’anni che sono trascorsi tra la morte di Tupac e l’uscita del disco di Kendrick Lamar. To Pimp A Butterfly è uno di quegli album che viene ricordato col passare degli anni, usato come termine di paragone nel discorso musicale e la cui valenza artistica è destinata ad acquisire sempre più significato col passare del tempo.

Tracce preferite: Alright, King Kunta, The Blacker The Berry

 

E altri album consigliati…

Qua sotto troverete degli album che non sono rientrati nella classifica, ma che considero comunque abbastanza interessanti da meritare un piccolo spazio. 

MAC DE MARCO – 2 (2012)

Quando si parla di indie, in Italia c’è una grande confusione. Per indie si intende un artista “indipendente”, ovvero un artista che si autoproduce, indipendentemente dal genere in questione. Ma nel nostro stivale sotto a questo enigmatico nome sembra nascondersi semplicemente un pop giovanile, il più delle volte registrato in studi professionali. Quindi cos’è questo Indie? 2, il secondo album di Mac DeMarco, è un vero e proprio manifesto dell’indie: DeMarco è stato tra i primi artisti in questo decennio a raggiungere le masse con mezzi di fortuna. L’artista canadese ha proposto una sorta di jangle pop psicadelico, ottenendo un enorme successo e una community di fedelissimi sul web. L’intero disco (e anche quelli a seguire) è stato registrato nel suo garage, dove tastiere e chitarre si accatastano l’uno sull’altra, come si può evincere dalle varie interviste sul tubo (https://www.youtube.com/watch?v=syIBWDnZqCw). In questo microcosmo intimo e personale, il polistrumentista si può esprimere nel modo più autentico, senza limiti e pressioni esterne. In qualche modo, la fase di registrazione e l’approccio “do it yourself” è parte integrante del sound del disco, come traspare dalle linee melodiche pigre ma ipnotiche e da alcuni momenti di quotidianità che ci riportano al garage di Mac. Un esempio su tutti: alla fine dell’ultima traccia, Still Together, si può sentire Mac che sveglia la sua ragazza Kiki, che si era probabilmente addormentata sul divano mentre lui registrava.

Tracce preferite: My Kind Of Woman, Ode to Viceroy,Cooking Up Something Good

Tesseract – Altered State (2013)

Il Djent è stata la corrente più importante all’interno del Progressive Metal degli anni ’10, sebbene le sue origini risalgano addirittura all’inizio del millennio, con band come Meshuggah e Periphery, che hanno di fatto coniato questo termine. Ma è all’inizio di questo decennio che il termine “Djent” è diventato popolare per identificare uno stile di composizione ben preciso (caratterizzato da tempi dispari e da pennate irregolari sulle corde più basse della chitarra elettrica) che ha influenzato moltissime band del progressive moderno. Altered State è il progetto che meglio degli altri ha assorbito queste influenze per farne qualcosa di unico. I Tesseract sono un gruppo britannico che ha attraversato varie fasi nella sua storia, cambiato più volte cantante e espresso la propria creatività con sfumature diverse, ma la band ha sempre avuto ben chiara in mente l’idea di associare la propria musica una voce principalmente melodica e pulita.Nel 2013 Ashe O’Hara diventa il nuovo cantante della band, e il gruppo si mette fin da subito a lavoro per realizzare un progetto audace e ambizioso: un disco di 50 minuti diviso in 4 movimenti separati che rappresentano gli stati della vita (Of Matter, Of Mind, Of Reality e Of Energy). Ogni movimento è diviso a sua volta in sottotracce, che fanno un totale di 10 brani in assoluta armonia tra di loro, al punto che se si ascolta il disco senza guardare la tracklist diventa difficile distinguere dove finisce un brano e dove ne inizia un altro. Ciononostante, i Tesseract non sacrificano mai la composizione melodica in nome della tecnica esecutiva, errore che invece gran parte delle band dello stesso genere commettono spesso. Altered State nasce per essere ascoltato nella sua continuità, e la complessità dei brani rende difficile una descrizione che renda loro giustizia, ma è senza dubbio uno dei lavori progressive più riusciti del decennio.

Tracce preferite: Of Matter (tutta)

Beach House – Depression Cherry (2015)

I Beach House evitano di suonare ai festival o nelle grandi arene, cercando di mantenere intima la loro musica. 1500 persone al massimo, dicono. Infatti, “Beach House” è la casa sul mare di Victoria Legrand e Alex Scally, che in questo decennio si sono affermati come i protagonisti assoluti del dream pop contemporaneo, tanto da essere stati paragonati più volte ai Cocteau Twins. Lo so, troppo spesso con il nome “dream pop” si identificano migliaia di band che, con la scusa di voler creare atmosfere oniriche, finiscono per produrre infiniti progetti anonimi e dimenticabili, ma questo non è il caso dei Beach House. Il duo di Baltimora ha sviluppato nel corso degli anni un talento naturale (quasi sovrannaturale) nel creare brani ipnotici e sognanti senza mai rinunciare né alla componente melodica né a strutture di composizione ben studiate. Un rosso vellulato avvolge Depression Cherry, un disco che frena leggermente i riverberi e le dilatazioni dei dischi precedenti per dare ancora più spazio alle canzoni: 9 tracce essenziali, che crescono ad ogni nuovo ascolto, delineando sempre di più un’atmosfera avvolgente e dolce (come le ciliegie), ma non per questo non malinconica. Prima o poi questo sogno finirà e scontrarsi con la realtà non sarà per niente piacevole, come suggerisce il titolo dell’album. Il mondo è molto diverso da quello che i Beach House dipingono, e attraverso i testi sembrano essere quasi consapevoli che questa beatitudine è solo passeggera, e la sua transitorietà è così palpabile da rendere impossibile goderne appieno. 

“It won’t last forever, or maybe it will” (Beach House – PPP)

Tracce preferite: Levitation, Space Song, PPP

E voi? Quali sono gli album che più avete amato negli ultimi 10 anni? Lasciate un commento oppure fatemelo sapere sui social (qui trovate il mio Instagram).

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“You may say I like movies, but I’m not the only one”

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