Di cosa tratta l’inchiesta del Washington Post su Netflix

Nelle ultime 24 ore un'inchiesta del Washington Post ha alzato un polverone attorno a Netflix, che sarebbe accusata di tentare di corrompere i critici.

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Netflix

Negli ultimi due anni sono stati tanti i film prodotti da Netflix che hanno ottenuto nomination e vinto svariati premi all’interno dei festival o delle manifestazioni più famose al mondo (clamoroso fu il caso di Roma di A. Cuaron lo scorso anno), sancendo l’inizio di una sfida destinata a durare fra industria del grande schermo ed industria del piccolo schermo.

Eppure, stando ad un indagine del Washington Post, il colosso dello streaming avrebbe tentato di ingraziarsi la critica pagato dei viaggi a New York o Los Angeles dei critici invitati a vedere i film che Netflix vorrebbe promuovere in vista degli Oscar del 2020.
In particolare il Washington Post si sofferma sulle 61 nominations ottenute negli ultimi Critic’s Choice Awards, la cui cerimonia avverrà l’11 gennaio.
A questi viaggi costosi andrebbero ad aggiungersi anche soggiorni in suite, delle cene in ristoranti stellati, incontri con registi et similia.

La questione potrebbe chiudersi qua, dal momento che è cosa solita che nel mondo dell’industria cinematografica i critici ed i giornalisti vengano invitati ad anteprime, ad incontri con i registi e, chiaramente, viene sempre pagato loro il viaggio ed il soggiorno.
Tuttavia i detrattori accuserebbero Netflix di aver calcato troppo la mano. Infatti oltre ad aver offerto viaggi, avrebbe invitato questi critici in eventi fuori dal contesto promozionale di un film e quindi a “conferenze stampa” non ufficiali, ad incontri privati od a party esclusivi.

C’è inoltre da sottolineare che l’Academy of Motion Picture Arts and Sciences, una delle principali organizzazioni dell’industria cinematografica, avrebbe vietato qualsivoglia contatto tra critici votanti e case produttrici di film nominati a dei premi, per evitare dei tentativi di corruzione.

Netflix ha risposto alle accuse affermando semplicemente che questa pratica è comune nell’industria cinematografica da molto tempo dalle case di produzione, proprio nell’ottica di promuovere i propri film.
Certo è che ogni volta che vengono fuori servizi come quello del Washington Post la fiducia del pubblico nei confronti della critica cinematografica diminuisce sensibilmente, visto che sembra sempre più difficile l’imparzialità dal favoritismo, e questo fa male al cinema.

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