Perché i film non si possono vedere sugli smartphone

Esiste una differenza fra vedere un film in sala e vederlo in streaming da cellulare? Per Scorsese sì. Due parole di commento a questo scontro che va avanti da decenni.

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1977, Festival di Cannes. La Palma d’Oro di quell’anno è assegnata al film Padre Padrone dei Fratelli Taviani. Tutto bene, se non fosse che la vittoria fu ricoperta da una quantità infinita di polemiche che gridavano all’aberrazione più totale. Perché? Per un semplice motivo: il premio più ambito della rassegna cinematografica (allora) più importante del mondo stava andando ad un “film fatto per la tv”. Sì, perché uno dei film più significativi del cinema italiano degli anni ’70, nonché il capolavoro riconosciuto dei due registi, non nacque all’interno delle maglie del cinema. Padre Padrone fu prodotto interamente dalla Rai per andare in onda solo come sceneggiato in seconda serata su Rai Due. 

Un semplicissimo esempio, anche un po’ provocatorio, per ricordarci che la diatriba cinema/televisione non sia per niente un esclusiva dei nostri giorni. Quel che è certo, invece, è che la proliferazione dei piccoli schermi della contemporaneità ha portato ad un escalation del confronto. Una battaglia che si allarga non solo ai player produttivi e distributivi, ma coinvolge l’intero mondo cinematografico, prendendo all’interno anche gli spettatori. 

Padre Padrone
“Padre padrone”, Fratelli Taviani

Allora ecco che l’avvertimento fatto da Martin Scorsese sulla visione da smartphone della sua ultima fatica The Irishman diventa solo l’ultimo intervento di un’infinita discussione. E in quest’ultima ci finiscono dentro questioni di ogni tipo. Nell’argomentare, quindi, non solo si fa appello a differenze produttive/tecnologiche, input creativo-autoriali, esperienza di visione, ma finiscono per rientrare discorsi legati più alla nostalgia e alla legittimazione. 

Abbiamo deciso di proporvi questo piccolo approfondimento per suggerire i differenti punti di vista sulla questione. Non vogliamo dunque prendere nessuna posizione – cosa che (…spoiler!) in ogni caso sarebbe fallimentare -, ma solo evidenziare gli elementi in gioco. Aggiungendo anche qualche piccola provocazione. Anche perché se il dibattito va avanti dagli anni ’70, e siamo sicuri pure da molto prima, non abbiamo di certo la presunzione di risolverlo ora.

MA COSA SIGNIFICA FARE UN FILM PER IL CINEMA O PER LA TV?

Alcune domande sorgono spontanee. Cos’è un film fatto per il cinema? Cos’è un film fatto per la tv? E soprattutto: c’è una differenza tra i due? E se sì, da cosa la si può vedere?

Fino a qualche decennio fa era più che lecito porsi queste domande. I settori del cinema e della televisione erano sostanzialmente molto separati, per intenzioni, pubblico di riferimento e soprattutto per ragioni legati al budget produttivo. Se il contenuto televisivo era concepito per essere “di passaggio”, consumato e poi perduto nei meandri degli archivi delle emittenti del tubo catodico, diverso era il discorso per il cinema. Il cinema aveva invece bisogno di un investimento più consistente, pensato per vivere a lungo (prime, seconde, terze visioni), con tanto di after-life attraverso repliche televisive e home video. Insomma se la tv era il regno del consumo bulimico, il cinema diventava quello del racconto più sofisticato che permetteva sforzi produttivi e creativi molto più ampi. Risultati percepibili a livello di qualità del prodotto finale. 

Al contrario, viene difficile fare il medesimo discorso pensandolo ai nostri giorni. A partire dagli anni ’90/2000 il moltiplicarsi degli schermi, l’avvento delle serie tv cosiddette quality e soprattutto l’entrata in campo dello streaming hanno confuso di gran lunga il panorama. È difficile dire, ad esempio, che True Detective non abbia una qualità paragonabile ad un film. E non si può nemmeno dire che i budget dello streaming siano più limitati rispetto a quelli delle case di produzione hollywoodiane (i 160 milioni di The Irishman la dicono lunga). 

Sembrano non esserci più sostanziali differenze estetiche o di collocamento (es. Roma vince il Festival di Venezia) per cui riconoscere un “film da cinema” e un “film televisivo”. Ma il dibattito c’è ancora e si è spostato su altri fronti. 

 

QUESTIONI DI GRANDEZZA

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“Quarto potere”, Orson Welles

Quando Scorsese nella recente intervista con Rolling Stone ha sconsigliato la visione da smartphone del suo gangster movie ha poi argomentato così. Forse per non aumentare il fuoco incrociato (che c’è stato e che c’è) tra lui e Netflix, ha detto: “Per favore non guardatelo al telefono, vi prego. Un iPad se proprio volete; ecco un grande iPad, forse andrebbe bene. 

Messe da parte un attimo tutte le questioni sulle differenze di budget e di linguaggio da sempre storicamente esistenti tra televisione e cinema, sembra qui che la partita si giochi su un punto ben preciso. La grandezza dello schermo. Siamo sicuri che il cineasta italoamericano  prediligerebbe la visione in sala – sappiamo tutti benissimo quanto sia devoto al mantenimento e al salvataggio dell’esperienza del “cinema al cinema” -. Ma messo di fronte alla scelta di una visione più informale, ecco che si appresta a consigliare una superficie la più ampia possibile per la visione. 

In questa scelta entrano, di certo, degli elementi estetici che altrimenti passerebbero in sordina. Un esempio su tutti che salta subito alla mente: l’uso della profondità di campo. Il cinema da sempre fa ampio uso di questo espediente stilistico che raggiunge la sua massima leggibilità sullo schermo di una sala. Un film di Orson Welles perderebbe gran parte del suo significato se non si potesse apprezzare questa caratteristica.

Ma al di là di questo, la grandezza dello schermo implica necessariamente anche un tipo di esperienza diversa. E di conseguenza un coinvolgimento spettatoriale differente. Ed è qui che forse si gioca la battaglia contemporanea tra grande e piccolo schermo!

 

L’ESPERIENZA: IN DIFESA DELLA SALA

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In un’intervista del 2015 Woody Allen sosteneva: “…sarà un’esperienza molto diversa da quella di quando ero ragazzino io, e ti alzavi la mattina e non stavi più nella pelle perché sapevi che più tardi saresti andato al cinema. Le sale erano grandi e bellissime, la gente aspettava in coda sotto la pioggia e l’intera esperienza aveva qualcosa di magico.”

C’è sicuramente un senso di nostalgia in questa dichiarazione, ma il tutto nasconde una profonda verità. L’unica cosa che rimane a differenziare il film visto in sala da quello visto sul computer o sul tablet, è effettivamente la sala stessa. Il buio immersivo e contemplativo, l’esperienza di visione collettiva, il rituale dell’andare al cinema, l’imprevedibilità della situazione sociale. Caratteristiche queste che non è effettivamente possibile ripetere in un contesto più casalingo (astenersi chi possiede una sala privata nella sua villa superlussuosa!).

La sala diventa il contesto più ideale, in particolare in ottica autoriale, per apprezzare un prodotto audiovisivo. Avvolti dall’oscurità e privi di distrazioni, possiamo immergerci completamente nel film, lasciarci trasportare e intrattenere. Certo ci sarà sempre quello che commenta, il cellulare che suona, quello che sgranocchia i pop corn, ma l’esperienza di visione diventa un unicum irripetibile. Una sorta di performance collettiva che richiama quasi il concetto di concerto.

 

L’ESPERIENZA: IN DIFESA DELLO STREAMING

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Di sicuro la visione in sala rimane il tipo di esperienza cinematografica per eccellenza, ma la visione casalinga si è molto diversificata nel tempo. E non sempre è da demonizzare. Ad esempio, siamo sicuri che lo schermo 4K delle nostre tv/computer odierni sia da considerare alla stregua di quella cosa fredda e distaccata che era lo schermo della tv negli anni ’60?!

Vedere un film a casa spesso permette una visione più individualizzata, il che si traduce in un’esperienza anche più coinvolta/più emotiva. Tra le pareti domestiche si vedono cose che non si potrebbero vedere in sala, in uno schermo che spesso non supera i 40 cm di distanza dagli occhi. Forse con qualche distrazione in più, ma anche con un maggiore controllo sul prodotto stesso. Possiamo mettere in pausa se dobbiamo andare in bagno, tornare indietro se non abbiamo capito una parte o andare a cercare che altri film ha fatto quell’attore se proprio il dubbio ci attanaglia.

Certo così facendo si perde quella visione mistico-contemplativa della sala tanto propagandata dai cineasti, ma il cinema diventa un’esperienza più quotidiana. Ed è questo il pregio principale di questa forma di visione. Vedere un film assume sempre di più una connotazione intima, diventa quella cosa che si può interrompere, usare a proprio piacimento, vedere ovunque e avere sempre con sé. Volenti o nolenti, una piccola rivoluzione.

 

LA GUERRA DEL PUBBLICO?

Ovviamente l’argomento è molto più ampio di così, poiché coinvolge l’intero panorama audiovisivo contemporaneo. Noi qui l’abbiamo volutamente trattato solo dal punto di vista dell’esperienza filmica. Per un’analisi più allargata vi invitiamo dunque ad andare a visionare il nostro articolo sul rapporto fra streaming e Cinema. 

Ci avviamo anche ad una considerazione finale, un po’ provocatoria, che ci dimostra quanto questa “battaglia tra schermi” sia molto più retorica/ideologica che altro. Basandoci esclusivamente sui numeri, infatti, il 2018 ha segnato un record mondiale di biglietti venduti che secondo gli esperti sarebbe destinato ad incrementare nel corso di quest’anno. Inoltre, sembra proprio che, in particolare nella fascia dei Millennials (18-30), l’esperienza cinematografica si divida equamente tra streaming e sala. Insomma, chi vede i film in streaming se li vede volentieri anche in sala. 

Riponendo l’ascia di guerra e traslitterando la fantapolitica cinematografica italiana, potremmo dire: PIÙ CINEMA PER TUTTI!

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