Romanzo Criminale: i tre ultimi Imperatori di Roma

In occasione dell'uscita del film Romanzo Criminale su Netflix, vi proponiamo un confronto fra i tre personaggi nella pellicola e nella serie tv.

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romanzo criminale

Seconda metà degli anni ‘70, anni di piombo. È l’epoca del cosiddetto terrorismo di sinistra, delle stragi di Stato, dei sequestri di persona e dell’instabilità economica. La terra sotto i piedi trema e l’unica cosa sicura è l’incertezza del futuro. In questo miscuglio di storia e paura, entra a gamba tesa il libro Romanzo Criminale di Giancarlo De Cataldo, il quale rappresenta egregiamente il connubio fra memoria storica e fiction. Un libro epico, che si presta bene alla trasposizione cinematografica, tanto che nel 2005, Michele Placido ricama sulle parole dello scrittore, un pregiato film, vincitore di 8 David di Donatello e 5 Nastri d’Argento. Pellicola che sbarca oggi, 1 Dicembre, su Netflix e che se non avete ancora visto, vi consigliamo vivamente di farlo. Medesima idea che nel 2008 ebbe Stefano Sollima, il quale confezionò una serie omonima composta da due stagioni di 22 episodi totali.

Chi sono i protagonisti? Si tratta della storia della Banda della Magliana, un’organizzazione criminale, anzi l’organizzazione criminale, che operò nella Capitale tra gli anni ‘70 e la fine degli anni ‘90, il cui vantaggio fu quello di unificare le varie batterie (o paranze, volendo stringere la mano a Saviano), formando un vero e proprio gruppo coeso di collaborazione: una società criminale.

Il Libanese, la mente dell’organizzazione

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Il personaggio è ispirato a Franco Giuseppucci, chiamato anche Er Fornaretto in un primo momento ed Er Negro successivamente per il colore della pelle, fondatore della Banda della Magliana assieme a Enrico De Pedis (Il Dandi) e Maurizio Abbatino (Il Freddo).

Nel film Romanzo Criminale, il personaggio de Il Libanese (Pierfrancesco Favino) è il vero boss della banda. Nonostante Placido abbia posto in prima piano la storia de Il Freddo, in quanto differente rispetto agli altri protagonisti della batteria, Il Libanese ne è il fondatore, è colui grazie al quale rimangono uniti e la sua morte segnerà per sempre l’inizio del declino. Il Libanese è la mente, il primo a capire il potenziale di una società, tanto da proporre, dopo il sequestro del Barone Rossellini, di non sperperare il denaro “guadagnato”, ma di investirlo per “pijasse quello che se volemo pijà tutti”, ossia Roma. Il Libanese tiene a quella banda, crede nel suo potenziale ed ai legami fraterni. Ma allo stesso tempo è roso dalla mania di grandezza, dalla voglia di andare oltre i confini e provare a volare il più in alto possibile, perché “le manie di grandezza ce le hanno avute tutti quelli che hanno cambiato la storia”. È un imperatore ed in quanto tale non paga i debiti, ma che per questo ci rimette la vita.

La serie, che riesce a dedicare maggior spazio al personaggio, mette in scena i medesimi aspetti, ma con più veemenza. Così Il Libanese (Francesco Montanari) è ancora quel ragazzo colmo di ambizioni, ma molto più solo e sofferente. Fortemente legato alla madre Maria, che lo ha cresciuto, oscilla fra le sue debolezze ed i propri sogni, non arrivando mai a patti con nessuno. Se Roma non vuole padroni, lui stesso desidera diventarlo. È l’Ottavo Re di Roma, che scomparirà prima di tutti, trivellato sotto casa della madre.

Il Freddo, il capo devoto all’onore

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In verità, Maurizio Abbatino, detto Crispino per via della capigliatura. La sua storia, o meglio il suo epilogo, è ben diverso rispetto a quello narrato nella trasposizione. Non muore sulle scale della Chiesa, ma diviene un collaboratore di giustizia, portando all’arresto di 55 persone.

Come anticipato, il film Romanzo Criminale ritaglia lo spazio maggiore ad Il Freddo (Kim Rossi Stuart), l’ago della bilancia della banda. Sì, perché se Il Libanese è la mente e l’ambizione, Il Freddo è la saggezza e l’onore. È un personaggio per il quale siamo costretti a tifare, perché nonostante rappresenti uno dei più grandi criminali partoriti da questo Paese, ha una parte, per così dire, umana o quantomeno non contaminata. La banda nasce grazie ad Il Libanese, ma è Il Freddo a sancire il tutto, definendola una società in cui nessuno farà di testa propria. Ed è sempre Il Freddo che lotta con se stesso, combattuto tra l’intenzione di abbandonare i vari progetti, in quanto non d’accordo nello scendere a patti con la mafia e il farsi manovrare tipo burattino dalla parte oscura dello Stato, dedicandosi alla sua dolce amata, Roberta, una ragazza normale e pura, e vendicare Il Libanese, il fratello ucciso come un cane. Se il destino de Il Libanese e de Il Dandi sono segnati fin da principio seguendo una linea chiara, quello de Il Freddo è meno netto.

Stesso principio seguito nella serie di Romanzo Criminale, in cui Il Freddo (Vinicio Marchioni) è senza dubbio il più intelligente, il più acuto di tutti, contraddistinto da quel codice morale che lo fa allontanare e tornare. I suoi lunghi silenzi, qui fortemente accentuati, sono il sintomo di quella spessa vena di idealismo e di un’insofferenza profonda verso una società che lo ha messo al muro, in cui riflettere sembra l’unica cosa corretta da fare.

Il Dandi, tra mafia, puttane e antiquariato

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Personaggio che trae spunto da Enrico De Pedis, detto Renatino o Bambolotto, in quanto sempre ben vestito e pettinato. Riuscì a fare soldi da solo scatenando l’ira degli altri gli altri. Morì ucciso da due killer con un colpo di pistola alle spalle, mentre stava salendo sul motorino.

Il Dandi (Claudio Santamaria), terzo capo supremo, il criminale più moderno, è l’affarista, il godereccio dannunziano, probabilmente quello con cui riusciamo ad empatizzare meno guardando il film (ed anche la serie), poiché ritratto del consumismo, impelagato fino al midollo con il potere, tanto da salvarsi la pelle, mentre gli altri varcano le porte del carcere. Nonostante questo, è il mio personaggio preferito (anzi, forse proprio per questo). È un dandy a tutti gli effetti, ricerca la bellezza, è elegante, ama il lusso. È legato ad una puttana di alto borgo di nome Patrizia (Anna Mouglalis nel film e Daniela Virgilio nella serie), che fa roteare sulle note di Patty Pravo e pende dalla bocca di Zio Carlo. Uno snodo cruciale de Il Dandi è proprio il rapporto con Patrizia, una perfetta femme fatale, a tratti cinica, fredda, ma estremamente infelice. La differenza fra questo amore e quello fra Roberta e Il Freddo è netta: se da una parte vi è possesso ed apparenza, celati dietro le belle feste ed appartamenti di lusso, dall’altra un amore puro e naturale, che porterà Il Freddo a farsi iniettare del sangue infetto pur di stare con la sua donna.

Nella serie di Romanzo Criminale, dopo la morte de Il Libanese, Il Dandi è slegato da qualsiasi vincolo: finalmente può affari con chi vuole, senza dover rendere conto a nessuno, fortificando ancora di più il rapporto con i servizi segreti e la mafia, quella tanto odiata da Il Freddo. Qui, è molto più assuefatto dal potere, crede di aver costruito un impero e che tutti, ormai, dipendano da lui, fissato con l’idea di grandezza e che il mondo possa ammirarlo anche da morto, venerando i fronzoli d’oro intorno alla sua bara nella Basilica di Sant’Apollinare.

Vi abbiamo proposto i profili dei tre personaggi principali, riallacciandoci in parte ai fatti di cronaca e mostrandoveli poi nelle vesti dei personaggi cinematografici. Concludendo, Romanzo Criminale ha la peculiarità, staccandoci per un attimo dalla narrazione in sé, di presentarci uno spaccato di storia, che ha segnato il nostro Paese, facendo trapelare quel clima nebuloso che imperava. Placido riunisce un cast di livello, unendo, laddove la narrazione non sarebbe stata impeccabile, immagini reali, al fine di far sorgere il vero sconforto. Un film italiano che si prefigge lo scopo di essere anche un gangster movie, prendendo spunto dai maestri del genere d’oltreoceano.

Insomma, un film da vedere e rivedere.

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