Perchè Io e Annie e Manhattan sono i capolavori di Allen?

Due dei più grandi film del regista Woody Allen che meritano di essere visti e sono una parte fondamentale della storia cinematografica.

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Io e Annie e Manhattan, sono due emblemi della cinematografia di Woody Allen, il primo del 1977 l’ha consacrato nel mondo del cinema portandolo a vincere quattro premi Oscar mentre il secondo del 1979 sprigiona a pieno la sua arte e il genio creativo che possiede.

I due film a prima vista possono apparire essenzialmente diversi, a partire dalla scelta della pellicola, il regista sceglie di utilizzare per Io e Annie il colore, composto da tinte marroni ed estremamente calde mentre per Manhattan si tuffa in un contrasto molto forte con il bianco e nero.

Ma in realtà presentano molteplici analogie tra di loro ad esempio gli attori che le interpretano, in entrambi i film è presente la coppia Woody Allen – Diane Keaton ma in due vesti completamente diverse oppure dalla scelta di incentrare le trame sull’amore e le relazioni complesse.

In Io e Annie, ci troviamo di fronte a Woody Allen che interpreta Alvy, un uomo che a seguito della rottura con la sua amata Annie (Diane Keaton) ripercorre tutto il percorso che li ha portati ad incontrarsi, amarsi e dividersi.

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Fin dalla prima scena è chiaro che non è un film come tutti gli altri, è ancora evidente l’influenza della Nouvelle Vague che lui riprende nel modo di recitare infatti lo vediamo rivolgersi a noi guardando dritto in telecamera come se lui fosse un nostro amico che vuole raccontarci una storia, quasi in maniera teatrale inizia a raccontare gli eventi che si svilupperanno nel corso dell’opera.

La narrazione parte proprio dall’infanzia e segue un percorso affine alla psicoanalisi freudiana e al suo studio delle fasi psicosessuali di un individuo e di come si ripercuotono nell’età adulta, il regista si serve frequentemente di questo tema per affrontare i problemi di coppia che rappresenta nei suoi film.

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In una delle primissime vedute del film vediamo un giovane Alvy che gioca agli autoscontri delle giostre di cui era proprietario suo padre e Alvy adulto che fa quasi da narratore descrive questo gioco come uno sfogo per la sua rabbia, la scena è fondamentale per capire un aspetto del finale del film, infatti il regista attraverso il montaggio delle attrazioni riproduce la stessa identica inquadratura quando Annie rifiuta la sua insensata proposta di matrimonio e lui reagisce distruggendo tutte le auto accanto a cui aveva parcheggiato.

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Il regista utilizza anche altre tecniche di montaggio molto particolari, ad esempio l’uso dello split screen per mostrare quanto la sua famiglia e quella di Annie siano estremamente diverse, una spartana e diretta, l’altra con un’aura di purezza e discorsi tipicamente borghesi oppure per mostrarci i due differenti approcci di Annie e Alvy  con lo psicoanalista nel raccontare come la relazione si stia sfaldando.

Il film è un continuo susseguirsi di problematiche sessuali freudiane, scene comiche che rimandano alle grandi passioni di Allen ovvero il grande comico Bob Hope e i fratelli Marx che lui spesso cita e a tematiche vicine all’esistenzialismo e alla morte.

Inoltre Allen attraversa quelli che sono gli stadi tipici delle relazioni, l’amore iniziale incondizionato quasi fuorifuoco come la scena del bacio davanti al Brooklyn Bridge, le prime discussioni e problematiche anche a letto, la rottura, la mancanza e quindi il ritorno di fiamma e l’imminente seconda rottura di fronte alle problematiche irrisolvibili.

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Il film è un capolavoro del cinema di Allen non solo per la storia che fondamentalmente è molto semplice ma per come viene raccontata, una modalità nuova, fresca accompagnata dall’incredibile interpretazione di Diane Keaton in una maschera di sè stessa, una ragazza dal modo di vestire particolare, con una passione per il canto e una purezza naturale nel recitare che sembra reale.

Con questa pellicola Allen vuole mostrare come in realtà ogni storia d’amore è una commedia da palcoscenico, che viene interpretata e poi abbandonata una volta conclusa questo è chiaro proprio quando sceglie di far interpretare a due ragazzi l’ultimo dialogo con Annie arrivando a spersonalizzarlo.

Manhattan nonostante sia uscito solo due anni dopo Io e Annie dimostra dei grandi cambiamenti soprattutto a livello artistico.

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Innanzitutto a differenza di Io e Annie dove non aveva mai usato una colonna sonora ma solo rumori diegetici in Manhattan utilizza solo brani di George Gershwin.

Però le due pellicole sono dedite al cinema di Ingmar Bergman, infatti Allen afferma molto spesso di esserne profondamente influenzato soprattutto per l’atmosfera tetra e oscura che riesce a rendere nei suoi film.

Nel lungometraggio sembra che sia la città stessa a parlarci, il regista infatti dedica una serie di sequenze iniziali del film per mostrarci l’aspetto più affascinante di New York quasi come se fosse un altro personaggio della storia.

Questa volta Allen interpreta Isaac, appena fresco di divorzio intraprende una relazione con una 17enne nonostante sappia che finirà sicuramente a breve vista la forte differenza di età.                                                                                                                 Purtroppo incontra Mary (Diane Keaton) che è l’amante di un suo caro amico e nonostante all’inizio ci sia un forte contrasto tra i due che raggiunge il culmine quando Mary critica Bergman regista tanto amato da Isaac, finiranno per innamorarsi l’uno dell’altro.

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L’amore non è solo tramite la storia e i dialoghi dei personaggi ma viene espresso attraverso le inquadrature, i forti contrasti dati dalla luce e il buio e soprattutto dalle sagome delle figure ad esempio nelle scene girate all’interno di un museo nella sala dedicata all’ astronomia in cui Isaac e Mary in uno sfondo stellato, stanno per unirsi in un bacio che non avviene.

La storia tra i due è destinata a terminare e all’arrivo della sua conclusione Woody Allen ci riporta un’altra debolezza del genere umano, che pur di non stare solo torna sui suoi passi e riprova disperatamente a tornare dalla 17enne che all’inizio snobbava perché “ancora una ragazzina”.

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Questi due film sprigionano la vera personalità di questo regista che è impossibile non apprezzare inoltre danno vita ad una modalità di fare cinema ripresa ancora oggi da numerosi cineasti proprio per lo stile unico e inconfondibile spiccano come due dei più grandi capolavori di Allen.

Leggi anche la recensione di Un giorno di pioggia a New York, il nuovo film di Woody Allen.

 

 

 

 

 

 

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