Un film verticale: recensione dal Torino Film Festival di The Platform di Galder Gaztelu-Urrutia

Come sopravvivere a un'altissima prigione che spinge gli esseri umani a dare il peggio di sé? L'esordio nel lungometraggio dello spagnolo Galder Gaztelu-Urrutia è la vera sorpresa di questa edizione del Torino Film Festival.

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Lo schermo del cinema è piatto, ha cioè due dimensioni, quella orizzontale e quella verticale. Il coreano Bong Joon-ho è un regista che ha esplorato l’uso di queste due dimensioni per proporre uno studio sociopolitico della società contemporanea. Il treno di Snowpiercer era una distopia orizzontale da conquistare carrozza dopo carrozza, la Corea di Parasite è un sistema verticale dove i ricchi stanno in alto invidiati dai poveri che stanno in basso. La realtà ha tre dimensioni mentre il profilmico (ciò che sta davanti alla cinepresa) viene schiacciato su due, presenti inevitabilmente nell’immagine cinematografica e che talvolta possono divenire portatrici di senso.

Lo sa Galder Gaztelu-Urrutia, regista spagnolo che all’esordio nel lungometraggio fa della verticalità il cardine del proprio film, El Hoyo, The Platform per i mercati internazionali. “El hoyo”, letteralmente “il buco”, è una strana prigione abitata da due detenuti per piano disposti su un numero indefinito di livelli. Quotidianamente dall’alto cala una piattaforma stracolma di cibo, che si ferma per qualche minuto a ogni piano, per poi scendere a quello inferiore. Così, mentre chi è in alto può ingozzarsi, scendendo il cibo diminuisce sempre di più, fino a sparire del tutto dopo qualche decina di livelli. Non si può tenere nulla, e il primo di ogni mese ci si risveglia in un nuovo piano, scelto dall’”Amministrazione” in maniera casuale.

Ogni prigioniero spera di aprire gli occhi a uno dei piani più alti, perché ritrovarsi troppo in basso significa dover trovare un modo di sopravvivere senza cibo un intero mese. Certo, se ognuno mangiasse solo la propria parte ci sarebbe da mangiare per tutti, ma come convincere chi sta sopra di te a non ingozzarsi, a non buttarsi sulla piattaforma calpestando tutto? Magari fino al giorno prima era ai livelli più bassi e viene da trenta giorni di digiuno… per lo meno potrebbe evitare di sputare nei piatti, però.

Quella di Gaztelu-Urrutia è fantascienza minimale ridotta all’unica dimensione del buco, una verticalità vertiginosa che rimanda alla borgesiana biblioteca di Babele («L’universo si compone d’un numero indefinito, e forse infinito, di gallerie esagonali…»), strutturata però qui come il cubo di Cube e privata della tridimensionalità. El Hoyo (titolo ben più pregnante di quello internazionale) discende dal film di Vincenzo Natali, non solo per alcuni evidenti meccanismi alle fondamenta della narrazione, ma anche per l’idea di una fantascienza capace di fare del poco di cui dispone un pregio.

Il film si svolge quasi per intero nelle celle, tutte identiche, della prigione. Il movimento verticale del protagonista (Goreng, un idealista che ha scelto volontariamente di essere rinchiuso per smettere di fumare e leggere il Don Chisciotte) è bidirezionale sia nello spazio fisico che in quello interiore. Goreng di mese in mese sale e scende nell’hoyo, così come la sua umanità, o per meglio dire la sua idea di umanità si infrange costantemente per poi trovare qualcosa cui aggrapparsi in un ciclo che è il motore della tensione del film, e che ci porta ad attendere con trepidazione una risoluzione definitiva. Se mai ci sarà e Goreng non è bloccato per sempre in una spirale di speranza e disperazione.

Il riferimento iniziale a Bong non è dovuto solo alla comune spazialità dei film. El Hoyo ha molto da condividere coi due film citati, e se superficialmente Snowpiercer sembra un collegamento più puntuale, forse è in realtà l’acclamato Parasite a essergli più vicino. Come Bong nel suo ultimo film, Gaztelu-Urrutia mette in scena confini morali labili. Snowpiercer in quanto film d’azione si avvantaggiava di una certa semplicità ideologica rappresentata dalle classi dei vagoni: in testa ci stanno i potenti, cioè i cattivi, e chi sta in fondo deve raggiungerli per sconfiggere il sistema.

La famiglia di Parasite non ha invece alcuna intenzione di sconfiggerlo. Vuole ribaltarlo. Prendere il posto dei ricchi e perpetrare lo stesso sistema. La perenne e aleatoria mobilità dell’hoyo spinge i suoi abitanti ad abusare del proprio vantaggio quando sta in alto, soffrendo l’altrui abuso quando si ritrova in basso. Questa è la vera natura dell’ascensore sociale: se qualcuno sale, qualcuno scende. E posto in una situazione estrema l’essere umano dà il peggio di sé, anche se sarebbe il momento di dimostrare il proprio valore. Così in Parasite, così in The Platform (qui il titolo internazionale ci sta meglio).

Per scoprire se la guerra tra gli oppressi diverrà una lotta all’Amministrazione e il suo “buco”, bisogna vedere El Hoyo. Noi consigliamo di farlo. Perché, sì, di nuovo c’è ben poco nel film di Gaztelu-Urrutia, ma questo agglomerato di idee, temi e immagini che abbiamo già visto funziona alla meraviglia, e funziona sia nel suo essere un film di genere (fantascienza con virate horror) che un film sociopolitico e antropologico.

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Scrivo, giro cortometraggi, faccio teatro.
Nel tempo libero sopravvivo.

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