I Beatles e il cinema: quando George Harrison salvò Brian di Nazareth dei Monty Python

Il rapporto tra i Beatles e il cinema è uno dei più variegati: dai film musicali a quella volta che George Harrison finanziò Brian di Nazareth dei Monty Python, creando appositamente una casa di produzione.

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La band che ha venduto più album (cifra che passa il miliardo) e singoli al mondo. 186 canzoni per 13 album in studio. L’unica band a poter vantarne ben 11 nella classifica dei 500 migliori album secondo Rolling Stone, di cui 3 nelle prime 10 posizioni e con St. Pepper’s Lonely Hearts Club Band in vetta. Il migliore artista della storia, sempre secondo la rivista. Artisti in grado di poter vantare 10 Grammy Awards, 3 Brit Awards, 15 Ivor Novello Awards e un Oscar. Il tutto in poco meno di 10 anni di attività. Stiamo ovviamente parlando dei Beatles.

Ci si rende subito conto che parlare dei Beatles diventa un’impresa vicina all’impossibile. Il lascito che hanno avuto, diretto o indiretto, nella cultura del tempo e in quella odierna non ha paragone con nessun altra. Simboli, più o meno consci, di una rivoluzione non ancora completamente in atto, i Fab Four hanno infatti saputo interpretare e farsi portavoce di nuove tendenze, dapprima musicali e poi sociali. Dalla rock’n’roll alla moda, dalla pop art alla celebrità, la band di Liverpool è diventata in pochissimi anni un inedito fenomeno globale di massa, capace di coinvolgere tutte le sfere della società.

Lungi quindi da voler costruire una storia della grandezza dei Beatles (cosa che sinceramente risulta quasi superfluo fare), limiteremo il nostro campo a quello che ci interessa qui: il cinema. Un rapporto, quello tra la band e la Settima Arte, che la accompagna fin dai suoi esordi e arriva fino alle esperienze produttive di George Harrison. Un rapporto, tra l’altro, che non si esaurisce nemmeno oggi. Perché se nel 2019 il cinema arriva ancora a chiedersi “come sarebbe stato un mondo senza Beatles?” – Yesterday di Danny Boyle -, un motivo ci deve pur essere. 

I BEATLES SULLO SCHERMO

Beatles TV

I primi ad accorgersi che i Beatles fossero un fenomeno popolare e innovativo furono, senza ombra di dubbio, i media. Ma senza che il rapporto fosse mai ad una direzione, la band riuscì a sfruttare televisione e cinema in modi veramente inaspettati, e con esiti vari tanto quanto interessanti. E che tutt’ora ricordiamo.

Era l’inizio degli anni Sessanta e la Gran Bretagna stava cominciando ad abituarsi all’idea della televisione come “amico domestico”. Una televisione ovviamente basata ancora su pochi canali e con programmi molto standardizzati e fortemente ancorati ad un proclama educativo-divulgativo. In un panorama tale, l’arrivo di quattro ragazzetti irriverenti ma simpatici non poteva che avere un impatto devastante. E così fu. La cultura giovanile entra come un cannone all’interno degli austeri salotti inglesi. I Beatles diventarono così un ponte necessario verso il mondo nuovo che di lì si sarebbe affermato, proponendosi come modello innovativo, tutto nazionale, da seguire.

L’ascesa all’Olimpo del tubo catodico fu immediata. I Beatles erano magnetici, e la TV se n’era accorta. La BBC già nel 1963 dedicò loro un intero sabato sera (It’s The Beatles!), cosa insolita per dei musicisti. Più di 23 milioni di persone, poi, si sintonizzarono sulla puntata di Juke Box Jury a loro dedicata. Numeri da capogiro per gli anni Sessanta e che gli artisti di oggi si possono solo lontanamente sognare. 

Forse i giovani Beatles non erano completamente consci del cambiamento che stavano portando, capivano però che dovevano farsi vedere. Il momento di utilizzare nuovi spazi quindi era arrivato e nel 1964 si spostarono sul grande schermo. 

Il loro primo film, il surreale e irriverente A Hard Day’s Night, diede inizio alla loro strana pentalogia cinematografica, un’abitudine che li segnò fino alla fine della loro carriera. Nato da un’idea di Ringo Starr e lontanissimo dai film musicali del tempo come quelli di Elvis Presley o gli italici “musicarelli”, valse al quartetto la definizione di “fratelli Marx del rock’n’roll”. Perché A Hard Day’s Night non era il solito film promozionale dell’album in uscita, era una commedia musicale, infarcita di Nouvelle Vague, ma con il carisma del quartetto inglese. E se tendenzialmente i film delle pop star facevano fatica a ripagare il budget di produzione, in questo caso non solo il budget produttivo venne ripagato dagli incassi già in patria, ma fece vendere alla United Artists in America ben 500.000 copie della colonna sonora. E questo ancora prima dell’inizio della produzione. 

the Beatles

Di sicuro A Hard Day’s Night è il film più particolare del quartetto (non a caso è stato inserito fra i 100 migliori film inglesi secondo la BFI), ma non dobbiamo dimenticarci di quelli che sono a tutti gli effetti altri loro 4 successivi. Pellicole che definire “sperimentali” potrebbe essere limitante. Si passa dal film più esplicitamente di finzione Help! (1965), al film televisivo a canovaccio Magical Mystery Tour (1967), fino al documentario di fine carriera Let It Be (1970), per intenderci quello che contiene il famosissimo Rooftop Concert del 1969. 

 

Piccolo discorso a parte, invece, lo merita il lungometraggio animato Yellow Submarine (1968). Il film di chiaro stampo psichedelico, diretto da George Dunning, ha saputo coinvolgere una quantità incredibile di maestranze. Basti pensare che la stesura della sceneggiatura vide  la partecipazione dell’astronomico numero di 40 scrittori! Il progetto fu talmente allargato che venne aggiunto un collegamento bus ulteriore per la scuola d’arte di Londra, in modo tale da spostare i 200 artisti coinvolti nel progetto. Numeri mai visti per un progetto legato all’ambito musicale, ma i Beatles furono capaci anche di questo. E, fun fact, complice la cosiddetta Summer of Love del ’67, durante la lavorazione di Yellow Submarine furono concepiti ben 13 bambini! Pare proprio che avessero preso per buono quel All Together Now

Ma di certo la fascinazione del cinema per i Beatles non si esaurisce con la loro rottura, anzi sembra oggi più vivo che mai. Non si contano infatti i documentari (es. The Beatles: Eight Days a Week – The Touring Years), i film di finzione che li hanno resi protagonisti della storia (da Zemeckis con I Want To Hold Your Hand a Two of Us dello stesso regista di Let It Be) e quelli che ne riutilizzano le canzoni e l’immaginario musicale. Dal già citato Yesterday all’esperimento musical del 2007, Across The Universe di Julie Tamor. 

E se questo ancora potesse non bastare, ecco che ci ha pensato George Harrison che, abbandonata la carriera musicale, decise di dedicarsi alla produzione cinematografica nei tardi anni 70. 

GEORGE HARRISON

 

George Harrison

A 18 anni dalla sua scomparsa a causa del cancro, George Harrison rimane una delle personalità più complesse e forse la più “invisibile” tra i Fab Four. Definito come il “Quiet Beatle” o “il Beatle più interessante” da molti critici, grazie alle sue frequentazioni più intellettuali (Eric Clapton e Bob Dylan, solo per citarne due), Harrison fu esaltato di rado dai media, costretto a stare nell’ombra della prolifica e istrionica coppia Lennon-McCartney. Lungi dall’essere tale, il chitarrista si contraddistinse sia durante gli anni beatlesiani sia dopo. 

Già autore di ben 25 canzoni, tra cui le famose Here Comes The Sun, Something, Within You Without You e While My Guitar Gently Weeps, George Harrison assunse un ruolo del tutto particolare anche in relazione alla sua passione per l’esoterismo e il misticismo. Nel 1966 si avvicinò, infatti, allo studio del sitar e alla conoscenza della meditazione trascendentale, sotto la guida del guru Maharishi Mahesh Yogi. E se questo rapporto si tradusse nell’introduzione di sonorità indiane nella musica del gruppo, riuscì ad andare anche oltre. Ad esempio, Harrison diventa fautore di una rinata formazione dei Beatles nel 1967 quando, grazie ad un viaggio in India (di cui rimangono pochissime tracce video, se non un particolarissimo servizio fatto proprio da Mamma RAI), fa riunire il gruppo e gli fa ritrovare la vena creativa momentaneamente perduta. Così facendo, e lo diciamo senza iperboli, Harrison divenne l’ambasciatore di una certa tendenza orientalista che si espanse in Europa. Complici anche le influenze del ’68, il cantautore diede via ad un trend che dagli artisti (Jimmy Page dei Led Zeppelin, ad esempio) si espanse a tutta la società occidentale. 

George Harrison, come gli altri Beatles, continuò la carriera da solista dopo lo scioglimento del gruppo. Una carriera caratterizzata da quel piglio tutto umano che l’ha sempre contraddistinto. Nel 1971 indisse il primo concerto di beneficenza della storia, The Concert For Bangladesh. E sulla scia di questo, quasi in concomitanza con la fondazione della sua casa discografica la Dark Horse, nel 1973 istituì pure una sua personale società di beneficenza. 

Tappe, tutte queste, che conducono a quello che è l’ultimo atto della carriera dell’eclettico Harrison – e ci scusiamo anche un po’ per averlo fatto tardare così tanto -. Quello che qui ci interessa di più. Il musicista, ora anche filantropo, dopo l’abbandono della discografia e della musica, colpa di un’industria che non riconosceva e a cui lui non interessava più, si avvicinò al cinema. Un progetto che coronò con la fondazione, insieme all’amico Denis O’Brien, della casa di produzione cinematografica HandMade Films. E lo fece in circostanze davvero particolari.

GEORGE, LA HANDMADE FILMS E I MONTY PYTHON

George Harrison
George Harrison ad una proiezione di “Monty Python e il Sacro Graal”

È il 1975, i Monty Python non hanno ancora finito di godersi il successo di Monty Python e il Sacro Graal che già si vocifera del loro prossimo film. Sarà un film sulla figura di Gesù, o su un probabile tredicesimo apostolo di nome Brian. L’opinione pubblica, al solo sentire che la pellicola sarà incentrata su temi religiosi, non sa cosa aspettarsi dal dissacrante e irriverente gruppo. Ma il fermento è tanto e il precedente film aveva fruttato fior fior di quattrini, che la EMI decide di imbarcarsi lo stesso nella produzione del film. 

Dopo tre stesure di sceneggiature con vari cambi di prospettiva, e dopo vari allontanamenti dei membri dei Monty Python, lo script è pronto. Per la sceneggiatura definitiva ci vollero più di due anni e, sul finale, ben due settimane di sci d’acqua, massaggi, nuotate e feste fino all’alba con Mick Jagger e Keith Moon alle Barbados. Ma finalmente Life of Brian è pronto a vedere la luce. Se non che il presidente della EMI, a un mese dall’inizio delle riprese, congelò i finanziamenti per paura delle ire dei credenti e dei tagli della censura. 

In preda al panico, i sei si vedono così costretti a mettersi alla ricerca di un nuovo finanziatore, arrivando a fare un proclama pubblico ai microfoni del Saturday Night Live Show. Nulla di fatto, se non fosse che ad intervenire ci fu la figura salvatrice di George Harrison. Eric Idle, membro dei MP e da lungo tempo amico stretto di Harrison, si trovava nei primi mesi del 1978 a Los Angeles. Così, durante una proiezione speciale di The Holy Grail, informò l’amico presente della mancata produzione del loro film. Harrison, che pensava che i MP fossero “una delle poche cose per cui valga la pena vivere”, accettò subito con gioia. 

E molto probabilmente lo “stile Beatles” deve essere stato ancora con lui, perché decise di fare le cose proprio in grande. Non solo finanziò i 4 milioni di sterline necessari al film ipotecandosi casa, ma fondò appositamente la società di produzione HandMade Films, facendosi disegnare il logo dallo stesso Terry Gilliam. Insomma, uno dei film più cult della storia è nato grazie a Harrison che semplicemente “quel film lo voleva veramente vedere”. E, come disse lo stesso Eric in un’intervista, quello fu “il biglietto più caro della storia del cinema”.

E in Brian di Nazareth lo stesso Harrison fu omaggiato. I MP decisero di improvvisare una scena ad hoc in cui il cantautore vestiva i panni del proprietario terriero Mr. Papadopoulos, presentato da Reggie a Brian come colui che “ci ha affittato la montagna per domenica”. Una scena brevissima, al minuto 69 del film, in cui Harrison fa sentire tutto il suo accento scouse (liverpooliano) in un gutturale “‘ullo!”. Battuta che in realtà non fu nemmeno detta da Harrison, ma doppiata in seguito!

George Harrison - Monty Python
George Harrison in “Brian di Nazareth”

Ma la HandMade Films continuò il suo corso. L’imperativo del “se qualcosa è davvero buono, allora vale la pena di essere fatto!” sarà il mantra che accompagnerà Harrison in questa personale avventura cinematografica. Così facendo egli diede un contributo importante alla realizzazione di alcuni film dell’epoca, puntando su opere prime e attori sconosciuti. Nonostante i numerosi flop commerciali, la casa di Harrison produsse film che tuttora sono considerati tra le migliori pellicole inglesi secondo la BFI: Venerdì maledetto, I banditi del tempo, Mona Lisa, Shanghai Surprise e Shakespeare a colazione. George si è guadagnato un posto nel firmamento del cinema inglese, sia davanti che dietro lo schermo. 

“Non sono che uno dei tanti che sa suonare un po’ la chitarra. So scrivere un po’. Non credo di saper fare nulla particolarmente bene, ma credo che, in un certo senso, sia necessario che io sia esattamente così”

(G. Harrison)

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