Un altro detective che non ci capisce nulla: la recensione di The Whistlers di Corneliu Porumboiu

Un poliziotto della narcotici è coinvolto in un'intricata storia di soldi e droga e cercherà di ricavarne il meglio per sé e per la femme fatale che ama. Ma scordatevi i detective cui il noir ci ha abituato: il nostro eroe sembra un fallito.

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The Whistlers

Veloce di cervello e di gancio destro: incarnandosi in Sam Spade o Philip Marlowe, Humphrey Bogart ha risolto ogni mistero e messo tutti i cattivi al tappeto grazie ai due tratti che fanno di un semplice uomo un vero detective. Al quale poi non può mancare una donna al proprio fianco, da far innamorare o arrestare a seconda dei casi. Questi sono gli eroi del noir, Bogie e i suoi epigoni, sempre infallibili, evoluzioni hard boiled di Sherlock Holmes, latori di una virilità forse un po’ tossica ma necessaria per sopravvivere alle giungle d’asfalto delle brutali città statunitensi.

Se invece un detective non solo fallisse, ma addirittura si ritrovasse a non capire nulla di quello che gli sta succedendo attorno? Nel 1970 Billy Wilder, che è stato soprattutto un grande regista comico ma ha diretto uno dei noir più belli di tutti i tempi, La fiamma del peccato, riporta al cinema proprio Sherlock Holmes, ne La vita privata di Sherlock Holmes. Dove l’investigatore per antonomasia finisce raggirato, financo usato dal villain, e non risolve proprio nulla.

Tre anni dopo ne Il lungo addio Robert Altman disintegra il mito dei miti, Marlowe, troppo impegnato a cercare il proprio gatto (qualcuno lo ha visto?) per preoccuparsi della figura barbina che gli fanno fare. Dopotutto, guardatelo, il Marlowe di Elliott Gould: bruttino, dinoccolato, nevrotico. Cos’ha da condividere con quel maschio tutto d’un pezzo che è il Marlowe di Bogart? Se lo incontrasse si beccherebbe due schiaffoni e l’ordine di tenere dritta la schiena.

Ancora, e siamo al caso più eclatante: Vizio di forma. Il detective tossicodipendente Larry “Doc” Sportello non ha davvero la più pallida idea di cosa stia accadendo. La realtà, ammesso esista, è troppo complicata perché lui riesca a districarsi, e il nostro eroe (?) viene sbattuto di qua e di là senza poter dare un senso a nulla. Lo stesso accade allo spettatore, in fondo.

Il protagonista de La Gomera (o The Whistlers, titolo internazionale) è decisamente più vicino a questi ultimi esempi che ai Bogart degli anni ’40. Per carità, lui ci prova ad avere tutto sotto controllo ed è convinto di farcela, ma solo perché ogni volta che le cose si mettono male tenta di adattarsi cambiando piano, cambiando obiettivo, cambiando alleati. Ma è un fiasco continuo, povero Cristi (non è una locuzione, è proprio il suo nome), e lui non è altro che una boa in balia dell’oceano che circonda l’isola di Gomera. Quando alla fine le cose sembrano mettersi bene…

Non che sia tutta colpa sua. Tra antichi linguaggi fatti di fischi, spie che spiano chi le spia e traditori traditi sarebbe difficile per chiunque sbrogliarsi e uscirne non dico vincitori ma per lo meno senza perderci la faccia (magari nemmeno la pelle). Meno male che al suo fianco ha una femme fatale decisamente più sveglia di lui. Forse facendo tutto ciò che lei gli dice riuscirà a cavarsela. Sam Spade scuote la testa. Che razza di noir.

Il regista romeno Corneliu Porumboiu sa bene che il suo film è una sorta di parodia seria del detective movie, e infatti lo carica di un’ironia sottilissima ma assai spassosa quando viene colta. Dico seria perché il mistero c’è. E sebbene non sia inestricabile come in Vizio di forma si diverte a contorcersi su topoi borgesiani: il linguaggio, la specularità, lo sguardo, il tradimento. Così, se un momento ridiamo di Cristi che con un dito in bocca cerca di fischiare in romeno, quello seguente siamo spinti a interrogarci sull’antica questione: quis custodiet ipsos custodes? Chi sorveglia i sorveglianti?

Se il moderno ha riletto il classico, il postmoderno ha decostruito il moderno. La mitologia del detective come vir fortis è stata distrutta già da un po’, e Porumboiu gioca coi suoi cocci. La Gomera, presentato al Torino Film Festival e candidato romeno per i prossimi Oscar, è il risultato di questo gioco, ed è davvero un ottimo risultato, perché funziona come demolizione (la ridicolizzazione del detective Cristi fa ridere) e funziona come ricostruzione (in superficie è un buon thriller). Con buona pace di Sam Spade, di Philip Marlowe e di tutti gli altri.

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Scrivo, giro cortometraggi, faccio teatro.
Nel tempo libero sopravvivo.

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