Jojo Rabbit: la recensione dal Torino Film Festival della commedia di Taika Waititi sul nazismo

Jojo Rabbit ha aperto questa edizione del Torino Film Festival ridicolizzando una delle più grandi tragedie dell'umanità, riuscendo però al contempo a essere una favola educativa che non edulcora la storia.

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Adolf Hitler e Charlie Chaplin. L’uomo più odiato di ogni tempo e uno dei cineasti più amati. Il primo aveva rubato i baffetti al secondo, scriveva André Bazin in Pasticcio e posticcio, e Chaplin si è vendicato ridicolizzandolo ne Il grande dittatore (secondo Bazin arriva così addirittura ad annullarlo). La contro-vendetta è un alto furto, postumo stavolta: l’Hitler di Taika Waititi ruba a Charlot la sua più grande arma, quel calcetto all’indietro con il quale ha sconfitto ogni nemico nel corso di innumerevoli film. È solo un momento veloce che può passare inosservato, eppure è la chiave di Jojo Rabbit.

Hitler prossimo alla sconfitta, o meglio, l’Hitler immaginario quasi sconfitto da un bambino di dieci anni calcia con la mossetta che era di Chaplin una sedia. Non gli servirà, ma è il momento in cui la comicità si fonde del tutto con l’orrore. Come aveva già fatto Chaplin, appunto, e tanti altri dopo di lui, un filone quello della parodia del nazismo in cui si inserisce da ultimo Waititi, regista e attore noto soprattutto per i suoi due film più leggeri, il finto documentario What We Do in the Shadows (uscito in Italia come Vita da vampiro) su un gruppo di vampiri coinquilini a Wellington e Thor Ragnarok, il capitolo del Marvel Cinematic Universe più spudoratamente comico (e per questo odiato dai fan e amato da chi invece la Marvel la mal sopporta).

Nel resto della sua filmografia Waititi ha sempre mescolato la commedia e il dramma, e in Jojo Rabbit torna questa commistione, stavolta più rischiosa che mai, perché il lato drammatico non è rappresentato solo dalle difficoltà personali di un adolescente o di un famiglia, ma dalla più grande tragedia del ‘900. Waititi non rinuncia alla sua comicità sempre in bilico tra il naif e il surreale, e infatti leggendo qua e là le prime impressioni che il film ha suscitato nel pubblico della trentasettesima edizione del Torino Film Festival si sente già qualche mugugno per l’eccessiva leggerezza con cui è affrontato il mostro dei mostri.

Lo stesso Chaplin avrebbe anni dopo dichiarato che se avesse saputo ciò che stava avvenendo nei campi di concentramento non avrebbe mai fatto un film comico sull’Olocausto, eppure chiunque abbia visto Il grande dittatore sa che nella derisione sta l’arma più potente contro le assurdità del nazismo, e Bazin lo aveva spiegato molto bene. Vale ancora oggi, e in un’epoca in cui “nazista” non sembra più essere il peggiore degli insulti, ridere dei nazisti è una delle cose più utili (per quanto non l’unica, certo).

Anche perché, come detto, Jojo Rabbit ha un consistente lato drammatico. Molti personaggi sono surreali, lo sono alcuni eventi, per non parlare di certe gag. Non lo è la Storia. La Storia raccontata da Waititi è la Storia reale del nazismo, fatta di morte e persecuzioni, e ciò non viene nascosto. Anzi, esso è mostrato in tutta la sua atrocità e un paio di momenti sono di una durezza rara. Orrore e comicità a braccetto, dunque. Una commistione certo non nuova, ma piuttosto inusuale per quello che è, in fin dei conti, un film per ragazzi.

Jojo Rabbit

Gli adulti possono apprezzarne fino in fondo tutte le citazioni, tutti i riferimenti e l’acutezza di certe gag, ma Jojo Rabbit è per prima cosa un racconto di formazione. Ha un che di favolistico; non delle favole edulcorare giunte a noi, però, bensì di quelle originali, dove l’elemento fantastico conviveva il sangue e la violenza. Delle favole il film ha anche la funzione educativa, perché seguendo le avventure del suo giovane protagonista si pone l’obiettivo di insegnare al pubblico più giovane il coraggio di non essere invincibili e la forza di non lasciare che le proprie fragilità ci nutrano d’odio.

L’uomo forte che è l’Hitler interpretato da Waititi è il desiderio ossessivo di essere accettati, di mostrarsi forti e pronti a divorare chiunque si metta sul nostro cammino. Ma tutto ciò non è altro che debolezza, e mentre Hitler, quello vero, si arrenderà e ucciderà, l’amico immaginario di Jojo rivelerà a sua volta la propria piccolezza, lasciandosi alle spalle un orrore che si sarebbe potuto evitare accogliendo se stessi e gli altri. Una presa di coscienza che sarebbe servita all’epoca del Terzo Reich, e forse servirebbe ancora oggi.

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Scrivo, giro cortometraggi, faccio teatro.
Nel tempo libero sopravvivo.

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