Vertigo, la sintesi perfetta fra giallo e insanità mentale

In occasione della restaurazione e riproiezione di Vertigo, vi parliamo di uno dei più grandi capolavori di sempre firmato Hitchcock.

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In questi giorni, nelle sale cinematografiche italiane, è tornato uno dei capolavori di Alfred Hitchcock del 1958, La donna che visse due volte, titolo originale Vertigo, restaurato e distribuito dalla Cineteca di Bologna per il progetto “Il Cinema Ritrovato”.

Prendendo spunto da un racconto di Pierre Boileau e Thomas Narcejak, datato 1954 ed ispirato in un primo momento da un viaggio a San Francisco e dalla visita al Golden Gate, Hitchcock impiegò diversi anni prima di girare questo pilastro del cinema dalle note giallo/thriller, il quale si configura come la sua opera più macchinosa e coinvolgente, più filosofica e psicoanalitica, compiendo un viaggio viscerale all’interno della mente e delle paure dell’essere umano.

Trama

Vertigo

Johnny “Scottie” Ferguson (James Stewart) è un poliziotto che dopo aver assistito alla morte di un collega durante un’operazione di lavoro, inizia a soffrire di acrofobia e decide di andare in pensione. Poco dopo un suo amico gli chiede di pedinare la moglie, Madeleine (Kim Novak), in quanto ha notato dei comportamenti strani della donna e teme che questa si possa togliere la vita. Johnny, superato il primo attimo di incertezza, decide di accettare ed inizia così a seguire Madeleine per scoprire cosa si celi dietro. L’uomo ben presto si invaghisce della donna e quando lei si getterà dal campanile della Chiesa, lui, rimasto inerme dinanzi a quella morte, cadrà in una forte depressione. Un anno dopo conosce un’altra donna, Judy (sempre Kim Novak), la quale assomiglia molto alla sua amata Madeleine.

Il miglior film di Hitchcock?

Vertigo

Declassato sia dal pubblico che dalla critica quando uscì, ma rivalutato negli anni successivi, Vertigo è uno dei capolavori di Hitchcock, da molti considerato in realtà la sua migliore creatura. Ed effettivamente rimane un’opera senza tempo, una pietra miliare del cinema in cui si va lentamente definendo la comorbilità fra il giallo e l’instabilità umana, la ricerca di un terreno fermo ed il sentimento nascosto, i segreti inconfessabili e la creazione dell’immagine dell’altro a nostro pensiero e somiglianza, in commistione con una regia all’avanguardia e perfetta in ogni dettaglio. Ma in che modo è reso possibile tutto ciò?

Partendo dalla regia…

Vertigo

Una musica forte, un bianco e nero che si mescola ai colori rosso e verde pastello dominanti in tutta la pellicola, un volto di donna che si scopre piano piano, in cui compaiono delle spirali, immagine chiave del film. Quella spirale che torna costantemente, dai titoli di testo creati da Saul Bass, alle scale a chioccia, fino allo chignon di Madeleine è funzionale per lo svolgimento della narrazione e per la messa in atto della struttura di Vertigo. Prendendo in riferimento solo uno dei tanti momenti fondamentali in cui compare il simbolo della spirale, probabilmente anche il più emblematico, ossia quello in cui Johnny “costringe” Judy a farsi la crocchia per somigliare alla sua Madeleine, risulta chiaro come tale forma renda completa la donna. Senza quello specifico simbolo non sarebbe lei: senza quell’acconciatura, semplicemente, quella donna non potrebbe esistere.

Ma la spirale è anche un abisso; quell’abisso di cui tanto ha paura Johnny, sia quando si affaccia dalle scale, sia quando perde la donna che ama e di cui è ossessionato. La spirale è la sigla dell’instabilità mentale ed affettiva.

Non solo. È la vertigine, la fobia che distrugge quell’uomo e che in una delle scene più celebri, viene realizzata attraverso una soggettiva del regista. Hitchcock, per realizzarla, pose la cinepresa con lo zoom sopra un carrello, poi azionò sia il carrello che lo zoom stesso nel medesimo momento ed in senso opposto. Il risultato? Una carrellata all’indietro ed uno zoom in avanti e lo spazio diminuisce, quello che viene definitivo l’effetto Vertigo (“dolly zoom”).

Un amore malato

Vertigo

Un aspetto interessante dei personaggi di Hitchcock è la possibilità di rintracciare, in alcuni di loro, il disagio psichico, a volte più marcato, a volte più sedimentato e nascosto. In Johnny questa caratteristica chiave è espressa da una fobia circoscritta e da una dipendenza affettiva evidente che va generandosi con Madeleine. Quella dipendenza affettiva che lo porta a chiedere a Judy di riproporre l’immagine della donna, alla quale lui non vuole rinunciare per nessun motivo. Quello stesso concetto portato in estrema forma in Psycho con l’imbalsamazione.

“Quello che mi interessava erano gli sforzi che faceva James Stewart per ricreare una donna, partendo dall’immagine di una morta. C’è un aspetto che chiamerò sesso psicologico: è l’immagine che spinge quest’uomo a ricreare un’immagine sessuale impossibile: in poche parole quest’uomo vuole andare a letto con una morta: si tratta di necrofilia”.

Johnny, partendo da un trauma, sviluppa un forte senso di colpa, il quale porta ad una manifestazione del disagio che a sua volta conduce ad un bisogno di accudire l’altro, ovviamente in maniera malata. Ma si tratta veramente dei sentimenti di Johnny?

Johnny o Hitchcock?

Vertigo

Ma alla fine della fiera, si tratta veramente di Johnny o del regista stesso? Vertigo è un perfetto autoritratto (ed autoanalisi) del rapporto di Hitchcock con le sue attrici e muse. È la rappresentazione del controllo minuzioso che lui stesso operava sulle sue donne: quel rapporto di amore e odio che aveva con loro. Le amava, ma al contempo aveva un rapporto non facile con loro, cercando ogni volta di trovare in quelle figure la donna perfetta. Basti pensare che Hitchcock, nonostante avesse scelto Kim Novak come attrice protagonista, non la reputò all’altezza della parte (stessa cosa che disse per James Stewart). L’attrice, seconda scelta dopo Vera Miles che fu costretta a rifiutare, rispondeva ai suoi canoni di bellezza: bionda, bellezza nordica, quasi eterea e quindi perfetta per scene come quella della dissolvenza e reincarnazione nel passaggio da Judy a Madeleine, un po’ fredda nei lineamenti, in sostanza stesse peculiarità delle altre dive hitchcockiane. Allo stesso tempo, finite le riprese non mancò occasione per ricordare quanto lei fosse stata inopportuna e poco professionale sul set.

In conclusione

Vertigo

Facciamo un passo indietro e torniamo alla domanda che ci siamo posti prima: Vertigo è davvero il miglior film di Hitchcock? Sì, probabilmente sì. Ossessione, controllo, incubo, sogno, malattia, struttura circolare che torna per definizione sia nell’articolazione della pellicola che nei personaggi (Madeleine è identica a Carlotta Valdes e Judy alla stessa Madeleine), il tema del doppio e l’incapacità umana di lasciarsi qualcosa alle spalle. Semplicemente perfetto.

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