Fulci for Fake: intervista esclusiva ad Antonella Fulci

Il Festival di Venezia ha celebrato Lucio Fulci con il documentario di Simone Scafidi. Ne abbiamo parlato con Antonella, figlia del grande regista, che ci ha raccontato del cinema e della vita del padre.

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Fulci for Fake

Lucio Fulci: un tempo considerato il rozzo artigiano dietro a pessimi film di genere, oggi è visto come uno degli autori più capaci e originali di un ricco filone del cinema italiano che è andato scomparendo. Come spesso è capitato ai grandi, solo dopo la sua morte, avvenuta nel 1996, la critica e il pubblico si sono accorti del genio di Fulci, capace di passare attraverso i più disparati generi per riscriverli e farli propri, tanto da guadagnarsi il titolo di “Terrorista dei generi”.

Oggi è giustamente considerato uno dei registi più importanti della sua generazione, vero e proprio modello per tanti colleghi che sono venuti dopo di lui e ne hanno riconosciuto la statura. All’ultima Mostra del Cinema di Venezia è stato presentato, nella sezione Venezia Classici, Fulci for Fake di Simone Scafidi, che mescolando fiction e documentario (come nel film di Orson Welles da cui mutua il nome, F for Fake) indaga l’intricata figura di Fulci.

Ora il film sta girando l’Italia, ottenendo ottimi riscontri, e per l’occasione CiakClub ha avuto l’onore di chiacchierare con Antonella, figlia di Lucio e immancabile presenza in Fulci for Fake. Ci ha detto la sua della difficilissima impresa tentata da Scafidi, e soprattutto ci ha parlato di suo padre, Lucio Fulci.

Grazie mille per la disponibilità, Antonella. Cosa pensi di Fulci for Fake? Riesce a restituire la figura di tuo padre, Lucio Fulci?
Il maggior pregio di Fulci for Fake, che lo rende fondamentale nel racconto di una personalità così complessa, è che non pretende di decifrare questa complessità. Ha l’intelligenza di accorgersi subito che raccontarla è più divertente e interessante che cercare di spiegarla, come in molti hanno fatto senza successo, perché impossibile. Mio padre era una persona da vivere, una persona con cui giocare per difendersi da una vita piena di ostacoli e tragedie. Da ammirare, anche, perché da ognuna di esse ha tratto spunto per creare qualcosa che vive ancora. Guai però a cercare di interpretarlo: era come avvicinarsi troppo a una fiamma, come guardare un abisso che solo lui riusciva a scavalcare senza venirne risucchiato. Un film, secondo me, funziona nella misura in cui alla fine ti resta dentro, e Fulci for Fake ti resta dentro perché ti fa venire voglia di conoscere meglio questo enigma vivente che era Lucio Fulci, e ci riesce con pochi tocchi e tanto affetto.

Fulci for fake

Com’è stato il rapporto con tuo padre?
Bella domanda, visto che in molti mi considerano la sua fotocopia, a parte ovviamente il suo talento e la sua intelligenza superiore. Un esempio calzante è quello di due poli, entrambi positivi o negativi: si incontrano, o scontrano, perché sono affini. La mia storia familiare è esattamente agli antipodi di quella, proverbiale, della famiglia del Mulino Bianco. Una storia che per raccontarla ci vorrebbe non un film ma una saga, e i rapporti interni ne hanno ovviamente risentito. Col senno di poi mi rendo conto che se non avessi perso tanto tempo, fra liti e ripicche tipiche di una figlia, a cercare il padre che era in lui, e avessi accettato fin da subito di non potergli chiedere di essere, almeno in parte, come quelli dei miei amici, forse ci saremmo capiti prima. Quando ho finalmente accettato che non potevo pretendere molto a livello emotivo ma infinitamente di più a livello “mentale”, per l’incredibile affinità di pensiero che avevamo, ogni momento con lui è stato prezioso. Ho capito che le risate, gli scherzi, ma anche le liti furibonde facevano parte del suo modo di rapportarsi con il mondo, e che ascoltarlo senza cercare di imporgli nessun ruolo era un privilegio che mi arricchiva ogni giorno, e, in uno strano modo, mi dava quello che avevo cercato in lui per tutta la vita: un padre che ti insegna a vivere.

Fulci per lungo tempo è stato un outsider nel mondo del cinema, per poi essere riscoperto molto tardi, e negli ultimi anni è diventato un nome fondamentale per tutti i cinefili italiani e non.
Perché è stato una specie di jukebox del cinema: tu nomini un genere, e lui lo ha affrontato. C’è sempre un film di Fulci adatto a ogni situazione, ed è in effetti impressionante come molti di loro conservino ancora una freschezza intangibile, dopo tanti anni. Il perché è difficile da spiegare, ma forse è riconducibile alla sua essenza di uomo libero, nella vita come nel lavoro, e al fatto che, secondo me, mentre il corpo invecchiava la mente restava quella di un ragazzino molto ma molto intelligente e dalla fantasia sfrenata. Una mente libera da canoni e freni imposti dalla società sa guardare lontano, e il successo trasversale dei film di mio padre lo dimostra. Lo spettatore tipo di Fulci non ha età: può essere il quindicenne che si spacca con gli amici davanti a Zombi 2 ad Halloween e l’adulto che si guarda un Buzzanca, il patito del genere che si gode un giallo e il nostalgico che guarda il musicarello. Forse è proprio questa la parte più stupefacente del suo successo postumo: che tutti si sono accorti di quanto un Fulci ci stia sempre bene.

Nella filmografia di un autore si cerca sempre di non ignorare nulla, dando rilievo anche alle opere considerate meno importanti. Intervistato in Fulci for Fake, però, Davide Pulici di Nocturno sostiene che in realtà il cuore del lavoro di Fulci siano solo una manciata di film horror, e che gli altri siano invece trascurabili perché in essi si trova poco del suo cinema.
È solo l’opinione di un critico, non la condivido affatto ma potrebbe trovare in qualche modo conferma nella diffusione dei suoi horror nel mondo, già in tempi non sospetti. In realtà gli horror, secondo me, sono stati il manifesto involontario di tutto il resto del suo cinema. Come dire: ecco come sono capace io di andare oltre gli schemi, perché non date un’occhiata anche a tutto il resto?

Zombi 2

Secondo te quali sono allora gli aspetti centrali di tutta la sua filmografia?
La libertà di raccontare i generi a modo suo, di uscire dagli stereotipi anche quando sembrano obbligati dal racconto. Non sto qui a dilungarmi su concetti già espressi da critici più intelligenti, ma l’abilità di contaminare il genere che aveva lui, l’avevano in pochi. Era una forma di protesta, in un certo senso, che denotava una personalità molto forte e la voglia di raccontare le cose a modo proprio, come faceva nella vita di tutti i giorni, dove anche un giro al supermercato con lui diventava un film.

Nel documentario si accenna al fatto che Fulci nei suoi film abbia sempre messo una parte di sé e della sua vita.
Tutti gli artisti raccontano se stessi, in un certo modo, altrimenti perderebbero la loro stessa unicità, ma credo che nel suo caso non ci fosse tanto la voglia di raccontarsi, ma di dire quello che pensava, anche su temi molto “corposi”, nei modi più disparati. Ha avuto una carriera così eterogenea che chiunque conosca le sue vicende personali può trovare spunti tratti dalla sua vita in ognuno dei suoi film, ma non era certo uno che scriveva storie tratte dal proprio ego. Anzi, era uno che detestava certe forzature atte appunto a valorizzare l’ego dell’autore: le individuava subito e gliene bastava mezza per classificare il film in questione come “presuntuoso”.

Invece quanta politica c’è nei suoi film?
Molta, ma decisamente schietta e non nascosta fra le righe. Secondo me il suo film più politico non è, come si potrebbe credere, All’Onorevole piacciono le donne, ma l’altro film con Buzzanca, ovvero Il cav. Costante Nicosia demoniaco, ovvero: Dracula in Brianza, tra l’altro il mio film preferito tra i suoi insieme a Beatrice Cenci, anch’esso abbastanza imperniato sulla corruzione della classe politico-clericale dell’epoca. Un altro suo film secondo me molto politico è Urlatori alla sbarra, che prende apertamente in giro l’ipocrisia del moralismo democristiano dell’epoca, culminando nel comizio di Celentano e negli urlatori in Piazza Duomo. Poi, a parte il risvolto sociale di Non si sevizia un paperino, credo che l’argomento abbia perso di importanza nel suo cinema, anche perché la politica stessa stava cambiando, e le personalità dirompenti degli anni ‘60 e ‘70 da mettere alla berlina non c’erano più. Ammirava molto il finale politico de La notte dei morti viventi di Romero, ma allo stesso tempo si vantava del fatto che i suoi zombi non nascessero da guerre o radiazioni contaminanti, ma dalla magia del voodoo. Secondo me, un film profetico come All’Onorevole piacciono le donne aveva già detto abbastanza su almeno una decina di generazioni politiche a venire.

Lucio Fulci

Mi sembra che tuo padre abbia sempre avuto un’ossessione per gli occhi, in più film ci sono personaggi i cui bulbi oculari finiscono infilzati o comunque spappolati. Trovo ci sia molto sadismo e altrettanta ironia da parte di chi con lo sguardo ci lavora nell’accanirsi proprio con gli organi necessari alla visione. Sembra emergere un certo gusto per il metacinema.
Potrebbe essere una sottotraccia, ma più involontaria che altro. Secondo me, invece, conoscendolo, proprio a volerci trovare significati reconditi, la vista veniva tolta a chi aveva guardato quello che non avrebbe dovuto vedere.

A proposito di metacinema, in Un gatto nel cervello Fulci, che nel film interpreta se stesso, dice che avrebbe preferito fare commedie ma nessuno le avrebbe viste. C’è del vero o è un momento di autoironia?
Era una persona spiritosissima che aveva girato commedie molto divertenti, divertendosi a sua volta nel farle, quindi penso sia una battuta veritiera e sono certa che se avesse potuto girarne altre l’avrebbe fatto di corsa. C’è da dire, però, che quello stile di commedia così caustico, che non guardava in faccia a nessuno, nel tempo è diventato impossibile da realizzare, per diversi motivi. Ti faccio un esempio lontanissimo nel tempo: per me una delle commedie italiane più divertenti di tutti i tempi è Piccola posta, scritta da Steno e mio padre. Immagina di presentarti oggi da un produttore con una commedia in cui un attore di primo piano come Sordi attira delle anziane in un ospizio-lager, dove le picchia, le deruba dei loro soldi e tenta di ammazzarle per ereditarne i beni. Come minimo ti tira in faccia la sceneggiatura dandoti del pervertito, anche se come dimostrato dal film di Steno la chiave funziona e fa ridere da matti. Per mio padre la commedia era un genere senza compromessi, e non credo che il problema sarebbe stato che nessuno le avrebbe viste, ma che nessuno gliele avrebbe fatte fare.

Nell’ultima fase della sua carriera Fulci realizzò un paio di film per Mediaset, destinati al passaggio televisivo. Sebbene questi film vennero girati, non vennero però mai mandati in onda. Ci furono delle ragioni particolari?
Su questo non so proprio cosa dirti, ma siccome quei film non mi piacciono molto, potrebbe anche essere una buona cosa.

Il rapporto tra lui è Dario Argento è sempre stato burrascoso, giusto?
Non c’è mai stato un vero rapporto, anche se se ne sono dette tante, quando lui ormai non poteva più rispondere. C’è stato un singolo tentativo di collaborazione, nato male e portato avanti peggio, secondo me per incompatibilità di caratteri. Mio padre aveva un’idea per il film, ma Argento puntava solo a un’operazione commerciale, tanto da non metterci nulla a rimpiazzarlo e a far riscrivere il film da cima a fondo dopo la morte di mio padre. E il risultato è stato scadente e nulla aveva a che fare con il film pensato da lui.

Fulci aveva un proprio film preferito?
Beatrice Cenci, che come ho detto è anche uno dei miei preferiti. Amo quel film per la narrazione così audace per quei tempi, che va avanti e indietro lungo il corso degli eventi pur rimanendo fluida e convincente. In un certo senso, lo schema narrativo di quel film ha molte similitudini con quello di Pulp Fiction: quei salti temporali rendono unico e indimenticabile il film di Tarantino, e incredibilmente moderno, pur narrando fatti avvenuti quasi un millennio fa, quello di mio padre. Ovvio che trattasi di casualità, ma anche di uno stile che, a quanto pare, si tramanda.

Beatrice Cenci

È vera la storia secondo la quale Fulci divenne regista semplicemente perché litigò con un suo professore dell’università di medicina e dopo averlo mandato a quel paese uscì dalla facoltà e trovò per caso un volantino pubblicitario del Centro Sperimentale di Cinematografia?
No, non lo è. La storia del volantino è vera, ma avvenne il giorno in cui una sua fidanzata storica, da lui descritta come bella e benestante, lo lasciò, e lui vide quel volantino come un segno, iscrivendosi subito al Centro Sperimentale. Raccontava che in seguito, una sera in cui girava con Steno un esterno in centro a Roma, vide passare quella ragazza e pensò di andarla a salutare, anche per dimostrarle che lui, nel frattempo, aveva fatto strada. Pare che lei, vedendolo così trasandato dopo una giornata passata a girare sotto il sole, non lo riconobbe nemmeno e gli porse una moneta da 50 lire per toglierselo di torno. Rideva tanto quando lo raccontava, e mi domando perché inventarsi la balla della scuola di medicina, quando la storia vera è molto più interessante e divertente.

Grazie mille, Antonella!
Grazie a te.

Quindi adesso correte a cercare dove potete vedere Fulci for Fake di Simone Scafidi, e continuate a seguirci su CiakClub!

Scrivo, giro cortometraggi, faccio teatro.
Nel tempo libero sopravvivo.

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