Mike Nichols: il regista che con “Il laureato” rivoluzionò Hollywood

A 5 anni dalla scomparsa di Mike Nichols, andiamo alla scoperta de Il laureato, il film che contribuì a sovvertire le regole del cinema americano.

0
1476

“Senza verità siamo animali”
Closer, Mike Nichols (2004)

“Elaaaaaaaaine! Elaaaaaaaine!”. Il grido disperato e struggente che interrompe il matrimonio, il tutto accompagnato dal battito insistente delle mani sulla vetrata della chiesa. Un grido insistente e reiterato. Un grido che non ha più parole per esprimere il suo intento, ma che, dopo un rocambolesco incontro nella navata principale, riesce finalmente ad ottenere quello che vuole. E tra le urla della famosissima Mrs. Robinson che pensa che ormai “sia troppo tardi”, avviene la fuga di Ben ed Elaine. Una fuga che terminerà, tra le facce attonite dei passeggeri, su uno scuolabus giallo. E mentre l’esultanza della coppia si tramuta in incertezza, sulle note di The Sound of Silence di Simon & Garfunkel cominciano a scorrere i titoli di coda.

È il 1967 e così si chiudeva Il laureato (The Graduate), uno dei film che ha rivoluzionato per sempre Hollywood e il modo di pensare il cinema in generale. Un finale talmente iconico, ambiguo e in linea con i tempi che è riuscito dove altri stavano fallendo. In pochi secondi, infatti,  coglie ed esprime quel disagio generazionale che accomunava i giovani degli anni ’60, nonché forse i giovani di tutte le generazioni. A firmare questo successo – il film è 17° tra i 100 Best American Movies ed è tutt’ora il 23esimo miglior incasso di sempre in America – ci fu Mike Nichols. E proprio per questo film si aggiudicò l’Oscar come Miglior Regista. 

 

Mike Nichols

Mike Nichols

Mike Nichols è uno dei pochissimi al mondo che può vantarsi di essersi guadagnato il cosiddetto “EGOT”. Cioè ad aver vinto un Emmy, un Grammy, un Oscar e un Tony Award: una sorta di Grande Slam dei premi dello spettacolo. Nonostante questi suoi meritatissimi riconoscimenti, egli però è riuscito sempre a mantenersi umile e non atteggiarsi mai a genio. 

Di origini europee, Michael Igor Peschkowsky, questo il nome vero di Mike Nichols, nacque a Berlino nel 1931 da genitori ebreo-tedeschi. Nutritosi degli ambienti intellettuali frequentati dal padre (parente di Einstein e amico di Nabokov e Pasternak), fu costretto ad emigrare negli Stati Uniti nel 1939 per fuggire alle leggi razziali imposte dal Nazionalsocialismo. 

Dopo i primi momenti difficili post-emigrazione, per cui il regista fu costretto ad adeguarsi ai lavori più umili, il momento di svolta lo ebbe grazie al trasferimento da Chicago a New York. Qui riuscì ad entrare in contatto con l’Actors Studio che gli permise di compiere i primi passi nel mondo dello spettacolo. Mike Nichols iniziò, così, la sua carriera a Broadway, dichiarando fin da subito la sua chiara impostazione. A teatro, infatti, si cimentò preferibilmente con la commedia, il genere che più di ogni altro gli permetteva di irridere la società e sviscerarne i suoi più celati vizi. 

Ed è proprio dall’opera teatrale La strana coppia che passa agevolmente al cinema: a 35 anni Mike Nichols girò il suo film d’esordio Chi ha paura di Virginia Woolf?. Anche grazie all’aiuto di Elizabeth Taylor, che lo impose ai produttori, Nichols raggiunse subito importantissimi traguardi. Il film ottenne, infatti, 13 nomination agli Oscar, aggiudicandosene ben 5. Un successo senza se e senza ma che gli spianò la strada per quello che è da tutti considerato il suo personalissimo capolavoro, Il laureato, film che lo consacrerà all’Olimpo della cinematografia mondiale. 

 

Il laureato

Il laureato

Tratto dall’omonimo romanzo di Charles Webb, il film racconta la storia di Benjamin Braddock, un giovane laureato di ritorno dalla ricca famiglia californiana. Presso questa passerà un’estate tra l’indolenza delle vacanze e le avventure erotico-amorose con l’avvenente (e adulta) amica di famiglia, Mrs. Robinson (Anne Bancroft), e sua figlia Elaine (Katharine Ross). Tramite queste poche coordinate narrative, e riuscendo a carpire le nuove tendenze della società e del cinema americano, Mike Nichols fu capace di restituire un’immagine innovativa e “di rottura” propugnata dalle nuove generazioni. 

Il laureato si configura a tutti gli effetti come un simbolo epocale di smacco da un passato che stava iniziando a pesare troppo. E riesce a farlo non solo da un punto di vista meramente contenutistico/tematico, ma anche dal punto di vista puramente estetico. Il film, infatti, con la sua storia fatta di menzogne, ruoli sociali e alienazione, mette in luce tutte le disfunzionalità e le trasgressioni della middle class americana. I vizi che si protraevano fin dagli anni ’50 ora non possono essere più celati, ma sono portati alla luce da una generazione che non riesce più a conformarsi a quell’ormai stantio e illusorio “sogno americano”. 

Il laureato

Discorso a parte merita il lato estetico del film. Mike Nichols, forte della sua esperienza col black humor teatrale, riesce qui a fare un’opera di sovversione delle regole dei generi. Il laureato, infatti, risulta essere una commedia sui generis che mescola i toni della tragedia a quelli della velata ironia, in un mix che non lascia davvero nessuno scampo, ma che ben esemplifica il disagio esistenziale di quegli anni. La vita, purtroppo, è solo un irriverente scherzo del destino senza via di fuga.

A questo punto, si può aggiungere senza dubbio anche un cambiamento in termini di concezione del divismo. Completamente distante dai canoni del cinema hollywoodiano classico, per il progetto viene chiamato un allora sconosciuto Dustin Hoffman. Per interpretare questo anomalo personaggio di Benjamin Braddock, Mike Nichols stesso spinse per scritturare un attore mingherlino, piccolo, emaciato e non di particolare bellezza come Hoffman. Questo, contrastando la produzione che voleva il più radioso e affascinante Robert Redford. Ma tutto ciò allora si poteva fare, erano anni di cambiamento. Infatti, era proprio grazie a personalità del calibro di Nichols che un nuovo cinema stava prendendo forma, trovando spazio, forza e coraggio per raccontare un’America diversa!

 

La Nuova Hollywood

Easy Rider
“Easy Rider”, Dennis Hopper (1969)

Il laureato, insieme a Gangster Story di Arthur Penn (1967) e Easy Rider di Dennis Hopper (1969), fa parte del “trio eletto” con cui formalmente si fa coincidere l’inizio della cosiddetta New Hollywood. Proponendosi come film completamente nuovi che rigettavano regole e convenzioni del cinema classico, questi tre caposaldi della cinematografia americana hanno posto le basi per una vera e propria opera di rinnovamento completa e totale della Hollywood dei grandi studios. 

Il cinema americano dalla fine degli anni ’50, infatti, complice l’avvento della tv, stava attraversando il più grave periodo di crisi dalla sua nascita. Motivo di questo declino del mezzo che per decenni aveva rappresentato l’intrattenimento per eccellenza era la sua incapacità di rinnovarsi e di rispondere alle esigenze della contemporaneità. In particolare, c’era una fascia della popolazione che non si sentiva più rappresentata dalle mitologie eroiche e artificiose del cinema classico: i giovani. 

Così, sulla base di queste tendenze, a cavallo degli anni Sessanta e Settanta, si fece largo un nuovo tipo di intendere il cinema, figlio dei “venti autoriali” provenienti dall’Europa e soprattutto fatto e pensato dalle nuove generazioni per le nuove generazioni. Il “Nuovo Cinema” riuscì dunque a ripensare l’intero sistema industriale, proponendo tematiche e interrogandosi sui problemi della società contemporanea (in panorama storico-culturale caratterizzato da assassinii, scandali presidenziali, rivendicazioni sociali e guerre suicide). Tralasciando il mondo imbellettato degli anni precedenti, ecco che il cinema iniziò a mettere in campo temi quali: violenza, minoranze sociali, droga, conflitto di classe, derive esistenziali, etc

Insomma quello che si andava delineando era un cinema che finalmente sapeva far fronte agli interrogativi delle persone. Un cinema (ri-)nato che ha portato alla luce il fondamentale lavoro di menti geniali capaci di ridare sostanza ad un cinema “vecchio e (momentaneamente) perduto”. Tra la sfilza dei giovanissimi registi, oltre ai già citati, troviamo infatti: Peter Bogdanovich, Robert Altman, Bob Rafelson, Francis Ford Coppola, Martin Scorsese, Brian De Palma, fino ad arrivare a Steven Spielberg. La Nuova Hollywood rinacque dal coraggio e della personalità di queste nuove figure.

 

In occasione dei cinque anni dalla scomparsa di Mike Nichols, abbiamo deciso di rendergli omaggio tramite questo piccolo, quanto imparziale, excursus. E se Il laureato e gli altri film degli anni ’70, Comma 22 e Conoscenza carnale, sono i film univocamente più riconosciuti della sua carriera, non ci dobbiamo dimenticare di altri piccoli gioielli più recenti. Da Silkwood con Meryl Streep a Una donna in carriera del 1988, da Piume di struzzo (1996), versione americana de Il vizietto, con Robin Williams, a I colori della vittoria con John Travolta, fino ad arrivare ai recenti Closer (2004) e al suo ultimo film del 2007 La guerra di Charlie Wilson, con Tom Hanks, Julia Roberts e Philip Seymour Hoffman. 

Ora possiamo affermarlo. Nichols ha insegnato al pubblico e al cinema stesso un nuovo modo di pensare i film, di pensare il mondo visto attraverso i film e di pensare noi stessi. 

Per news e altri approfondimenti dal mondo del cinema e delle serie tv, continuate a seguirci su CiakClub.it!

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here