Klaus: reinventare la tradizione della festa più tradizionale di tutte

Klaus è un prodotto convincente ed estremamente piacevole che, attingendo alla tradizione dell’animazione classica, riesce a portare la bidimensionalità nel futuro.

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“Guardi ancora i cartoni, alla tua età?” è ciò che pochi giorni fa mi sono sentito dire mentre consigliavo vivamente la visione di Klaus durante i ridondanti sproloqui del sabato sera. Inizialmente non ho saputo cosa rispondere. Non che io pensi ad un film di animazione come a qualcosa per bambini, ma spesso il rapporto di molte persone con le pellicole animate è di vera e propria idiosincrasia. Le ragioni? Non facendo (fortunatamente) parte della sopracitata schiera di persone, non mi è dato saperlo.

Trama

Klaus

Jasper, indolente e accidioso figlio del capo dell’accademia postale, viene spedito proprio dal padre a Smeerensburg, isola sita ad estremo nord, nebbiosa e rovinata dalla faida tra le famiglie Krum ed Ellingboe.
Non esiste dialogo: violenza e ritorsioni sono il pane quotidiano per ogni abitante, i bambini stessi vengono cresciuti nell’odio.
Egli dovrà consegnare ben seimila lettere per poter tornare all’agiatezza della sua vita. Nel consegnare la prima lettera conoscerà però Klaus e ben presto scoprirà che l’isola è molto meno inospitale di quanto sarebbe stato legittimo pensare.

La novità nella tradizione

Klaus

Su la mano chi pensa di vedere il classico film trito e ritrito, colmo di clichè perbenisti che, dietro ad una malriposta patina di buoni propositi e spirito natalizio, mostrano la mera volontà di spremere l’esanime rapa del business chiamato Natale.
Io stesso, mentre con una mano premevo play, avrei alzato l’altra, convinto di sprecare un paio d’ore.
Mi sono ricreduto ben presto. Klaus è davvero un prodotto convincente. L’obiettivo non è certo quello di ripetere successi come Fantasia o Il canto di Natale di topolino, ma nel suo piccolo la pellicola riesce a fare presa sullo spettatore, offrendo un punto di vista nuovo ed estremamente originale nonché laico circa la genesi dello scambio di doni nel giorno della nascita di Cristo.

Adam Smith nella pellicola

Klaus
In un approfondimento del film in cui mi sono imbattuto, tra una serie di sterili considerazioni, mi è capitato di leggere un parallelismo tanto ardito quanto acuto: il personaggio di Jasper segue i principi del padre dell’economia moderna, Adam Smith. In effetti quella che per Jasper era una condizione obbligata, guidata dai rigidi dettami imposti dal padre, risulta essere profittevole anche per gli abitanti dell’isola. Urge però fare una precisazione: se da un punto di vista pragmatico il bene individuale può in alcuni casi risultare coincidente con quello comune, da un punto di vista morale il discorso è ben diverso, è infatti il bene disinteressato il metro di giudizio circa la bontà di un’azione. “Una buona azione ne ispira sempre un’altra.”

Nostalgia canaglia, ma non solo

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Nell’era dell’animazione al computer, Klaus è disegnato a mano: in ben 250 si sono spesi nella creazione del lungometraggio. L’ultimo esempio di questo tipo risale al 2009 quando La principessa e il ranocchio segnava un anacronistico ma efficace tentativo di cavalcare nuovamente il 2D.
La bidimensionalità del film ci riporta al Rinascimento Disney, non a caso Pablos ha lavorato alla casa di Burbank durante gli anni Novanta.
Ma perché tornare a disegnare le pellicole? È davvero solo un’operazione nostalgica? Non credo, o almeno non del tutto. Parte del successo dell’animazione cinematografica è dovuto alla sua funzione di mostrare qualcosa di fantasioso e insolito, nell’accezione più positiva del termine. Le nuove pellicole animate sono sempre più curate e precise, ma tutto questo realismo sembra conformare il genere agli standard di un film vero e proprio, tridimensionalità compresa. L’artificiosa e astratta imprecisione costituita dalla mano che produce il disegno è ancora in grado di regalare emozioni.

Echi cinematografici

Visualizza immagine di origineCome abbiamo esperito nel corso degli anni, ogni film che si rispetti contiene, in maniera più o meno esplicita, riferimenti ad altre opere cinematografiche. Ebbene Klaus non fa eccezione: l’esasperazione dell’alienante sistema postale e la temibile busta blu sono evidente frutto dell’influenza di The Hudsucker Proxy, tristemente tradotto con Mr. Hula Hoop, ad opera dei fratelli Coen. La faida tra le due famiglie che sfocia nella violenza ferina fa riferimento al celeberrimo Gangs of New York, mentre la signora che, con un dito davanti alla bocca, fa segno di non proferire parola, evoca un altro capolavoro di Scorsese, ovvero Shutter Island.
Pablos stesso ha affermato che l’idea di creare un’origin story (in questo caso di Babbo Natale) è nata in lui dopo la visione di Batman Begins di Christopher Nolan.

Conclusione

Visualizza immagine di origineKlaus è un prodotto convincente ed estremamente piacevole che, attingendo alla tradizione dell’animazione classica, riesce a portare la bidimensionalità nel futuro, con una sceneggiatura scorrevole, dei personaggi ben strutturati ed una trama vivace.
Insomma, tornando al fatto di guardare ancora i cartoni a quest’età la risposta potrebbe essere “Sì, e continuerò a guardarli!”

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