A Ghost Story: La vita vista con gli occhi di un fantasma

Oggi, 18 novembre 2019, A Ghost Story di David Lowery diventa disponibile su Amazon Prime Video. Ecco a voi una breve recensione ed i vari motivi per cui è un film da non perdere.

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Quando si deve scrivere una recensione di A Ghost Story (2017) di David Lowery basterebbe lasciare soltanto delle immagini per far capire per quale motivo un film del genere è un must-see per ogni appassionato di cinema che si definisca tale.

Il film, interpretato da una straordinaria Rooney Mara e da un Casey Affleck coperto da un lenzuolo, riesce a trattare, nella sua breve durata, temi fondamentali che hanno contraddistinto la ricerca filosofica dell’uomo nel corso dei secoli.
Temi come la morte, l’elaborazione di un lutto, il tempo, la solitudine, il destino, il ruolo dell’uomo nell’universo e l’immutabilità di esso.
Tutti questi temi in A Ghost Story vengono affrontati con una messa in scena perlopiù priva di dialoghi nella quale le inquadrature e i movimenti di camera fanno trasparire significati che espressi con la parola perderebbero probabilmente gran parte della loro potenza.

A Ghost Story

Una narrazione ellittica, sul modello di grandi maestri orientali quali Takeshi Kitano, Yasojiro Ozu, Kim Ki-duk, Apichatong Weerasetakhul, fa da cornice ad una storia di esistenze vicine, ma distanti, separate da una dimensione non spaziale, bensì temporale.
Un’esistenza, quella del fantasma protagonista di A Ghost Story, destinata a non finire nemmeno dopo la morte, ma condannata a vivere da tacita spettatrice, senza facoltà di intervenire, gli avvenimenti che saranno ed anche quelli che sono già stati.

A Ghost Story mostra, con taglio quasi documentaristico, la vita di un fantasma (Casey Affleck) che è costretto, dopo la sua morte, a restare per sempre nella casa in cui è vissuto, invisibile testimone dello scorrere del tempo, del flusso di emozioni e di parole che travolge gli uomini come un fiume in piena.

Il fantasma di A Ghost Story è rappresentato come nell’immagine che hanno di lui i bambini, niente di traslucido o spettrale, ma semplicemente con un lenzuolo.
Il lenzuolo che copre il corpo dell’interprete Casey Affleck riesce, paradossalmente, a trasmetterci più emozioni rispetto all’espressività di una bravissima Rooney Mara, protagonista di un piano sequenza dove il tempo filmico corrisponde al tempo reale di grande impatto psicologico.
A Ghost Story

Come già accennato, il film si compone di pochi dialoghi e, quando presenti, essi non hanno una finalità attiva allo sviluppo della vicenda, bensì passiva.
I dialoghi che sentiamo in A Ghost Story potrebbero essere tranquillamente dei dialoghi che sentiamo tutti i giorni in treno, od all’ospedale in lista d’attesa, od alla cassa di un supermercato.
Dialoghi trascurabili, certamente, ma che sono testimonianza di vita. Vita che invece manca al fantasma, intrappolato nella sua vecchia casa e costretto ad osservare, con lo stesso occhio che ha il regista, lo svolgersi delle esistenze altrui, dapprima quella della sua fidanzata, per poi proseguire in un arco temporale talmente esteso da contorcersi su se stesso e ricominciare dal punto in cui era partito, come un nastro di Moebius.
A Ghost Story

E proprio quando il film sembra cedere ad una staticità che alla lunga può annoiare lo spettatore distratto, è da precisare che A Ghost Story è un film dai tempi molto dilatati, Lowery fa esplodere la messa in scena prima con uno straordinario monologo di stampo Tarkovskijano/Bergmaniano sul senso dell’esistenza umana, poi con un rapido susseguirsi di scene suggestive che non possono far altro che far rimanere lo spettatore estasiato per la perfezione visiva che esse raggiungono.

A Ghost Story
Il monologo di Will Oldham

A Ghost Story è quindi un film che si prende il suo tempo, un film in cui il tempo della narrazione ed il tempo reale passano, parossisticamente, dal coincidere all’essere espansi fino all’infinito.
E’ una pellicola che va visionata con la coscienza di stare per assistere ad una vera e propria esperienza sensoriale che trascina lo spettatore in un vortice di emozioni che da un lato stordisce ma dall’altro lascia spazio ad una serie di riflessioni sulla distanza, sull’elaborazione del lutto, sul senso dello scorrere del tempo e sulla solitudine.
Appare quindi naturale che a fine visione si rimanga con una sensazione di mancanza, di malinconia che resiste anche ben dopo la visione, la stessa sensazione che il fantasma e gli altri personaggi provano nel film.
E chissà se davvero da morti saremo costretti allo stesso stato di Casey Affleck…

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