Il petroliere: 5 ragioni per cui è il miglior film degli anni 2000

In occasione dell'uscita de Il petroliere su Netflix, vi proponiamo 5 motivi per cui può essere definito uno dei film più importanti degli anni Duemila.

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Estatico, definitivo e profondo. Tre parole che aprono già mille orizzonti e che forse, meglio di qualunque altra, danno una prima definizione di cosa possa essere Il petroliere. There Will Be Blood – questo il titolo originale – è il quinto film del regista e sceneggiatore Paul Thomas Anderson che qui riadatta magistralmente il romanzo del 1927 di Upton Sinclair Petrolio!.  

Il petroliere compie quest’anno i 12 anni dall’uscita, ma, nonostante l’evidente distanza temporale, non smette di essere un capitolo necessario del cinema degli anni Duemila. Non a caso inserito dalle maggiori testate giornalistiche come il miglior film dello scorso decennio – e senza scomodare il The Guardian che lo ha già preventivamente eletto come miglior film del 21esimo secolo -, il film racconta l’ascesa dell’estrattore di petrolio Daniel Plainview. Un’avida e fredda salita al successo che corrisponde ad una discesa nelle oscurità dell’animo umano nel panorama di desertificazione morale della contemporaneità.

Il petroliere, anche a distanza di oltre un decennio, si conferma essere quindi un’opera di tutto rilievo, capace di esprimere una potenza sia estetica che tematica davvero invidiabili. Nonostante l’abusatissimo termine, questa volta ci troviamo davvero di fronte ad un capolavoro del cinema contemporaneo. Dalla regia all’interpretazione magistrale di Daniel Day-Lewis, dai costumi alla fotografia, dalle musiche alla stratificazione del significato, tutto si amalgama nell’opera magna adersoniana. 

Convinti che solo i veri capolavori possano resistere così bene al tempo, abbiamo deciso di proporvi una breve lista. I 5 motivi (fra i mille possibili) per cui Il petroliere può essere davvero definito una capolavoro dell’ultimo decennio, nonché degli anni Duemila. Il tutto nella speranza di restituire un po’ di quella eticità e grandezza che il film porta con sé. E, non per ultimo, per farvi venire la voglia di vedervelo (o ri-vedervelo)!

P.S. Attenzione a qualche SPOILER qua e là.

 

1. LA SCENA INIZIALE

Il petroliere

Il titolo a caratteri gotici appare sullo schermo nero come ad evocare un passato ancestrale e sconosciuto. Poco a poco, e accompagnati dal suono orrorifico e stridente della colonna sonora, siamo acclimatati alla vista di un paesaggio arido e soleggiato. 

Un inizio criptico, e decisamente poco confortante, quello de Il petroliere. Una scena iniziale che dà insolitamente il via ad un prologo che non può non rimanere impresso nella memoria dello spettatore. Anderson decide di iniziare il suo film con quello che è a tutti gli effetti un film nel film. Un “corto” silenzioso, privo di dialoghi e ipnoticamente efficace della durata di ben 15 minuti.

Qui troviamo già tutto Il petroliere in potenza. L’avida e silenziosa ricerca del giacimento, dal ritrovamento della pietra nella miniera al primo zampillo di petrolio; il rischio e la volontà di potenza di Plainview che tutto inghiottisce e tutto annulla; lo scontro belluino dell’uomo con la natura. 

La sequenza iniziale dunque è un intensissimo e necessario viaggio che passa dal 1898 al 1911. Dal piccolo minatore d’argento confinato nel buco nel terreno, Plainview diventa uno dei petrolieri più importanti della California. E noi attraversiamo con lui un percorso fatto di abusi e cinismo, completamente  immersi in un silenzio assordate. Gli esempi più eclatanti di questa aridità morale: la morte dei colleghi e l’acquisto di HW, il figlio di cui Plainview si impossessa letteralmente dopo la morte dell’amico (che mai saprà, se non più tardi, di non essere il figlio naturale).

 

2. DANIEL (PLAINVIEW) DAY-LEWIS

Il petroliere

Il petroliere non potrebbe essere quello che è se non fosse sostenuto dalla magistrale interpretazione di Daniel Day-Lewis. L’istrionica presenza attoriale, che è valsa a Day-Lewis un meritatissimo Oscar, è quello che dà indiscutibilmente carattere al personaggio di Daniel Plainview. Il misantropo, avido, solitario e cinico estrattore è praticamente in scena dall’inizio alla fine del film. E la sua presenza è talmente percepibile che non lascia la mente dello spettatore nemmeno in quelle poche scene dove non è direttamente presente. 

Nonostante l’irrisoria preparazione di Day-Lewis – a sua detta, infatti, ha solo letto il romanzo precedentemente -, egli riesce a convogliare nel personaggio un potere ipnotico e diabolico. Un carattere che si riverbera dalla postura che assume fino alla mobilità dell’arco sopracciliare. Un potere, questo, che probabilmente veniva emanato anche al di fuori del set. Voci dicono, infatti, che la madre di Dillon Freasier, il bimbo che interpretò HW, temesse che suo figlio passasse troppo tempo con il “mostro” che aveva visto in Gangs of New York. 

Al pari, esistono voci riguardo le motivazioni che hanno spinto Kel O’Neill, l’attore che doveva interpretare Eli, ad abbandonare il progetto. Secondo i rumors O’Neill si sarebbe allontanato dalle scene proprio perché troppo intimorito dalla presenza di Day-Lewis. Che sia vero o no, non è difficile pensare al carisma strabordante dell’attore e all’influenza che deve aver avuto sull’intero cast. Inoltre questa abbandono ha fatto sì che Eli fosse interpretato da Paul Dano, preventivamente pensato solo per interpretare Paul Saunders. Questa sua doppia interpretazione gli ha fatto rimediare un BAFTA e gli ha permesso di creare una stranissima, ma efficace, chimica fra lui e Day-Lewis. Un rapporto che riverbera per l’intera pellicola.

C’è un altro interessante fatto che ci dà la misura della maestosità della performance di Daniel Day-Lewis. L’attore può anche non aver speso chissà quale tempo nel progettare preventivamente il personaggio, quel che è certo è che sul set è stato di una precisione quasi maniacale. Ad esempio, ha riposto moltissima attenzione nella scelta del cappello di Plainview, a suo dire elemento necessario per la caratterizzazione. Dal racconto del costumista quindi pare che Day-Lewis abbia passato giorni interi con il cappello in testa per capire se fosse quello giusto per il personaggio. Quindi sì. Se vi state chiedendo se l’alone di sudore sul cappello fosse vero o un trucco di scena, la risposta non può che essere la prima.

 

3. IMPATTO ESTETICO

Il petroliere

 

Uno dei motivi che va necessariamente menzionato in questo elogio a Il petroliere è l’impatto estetico e la cura formale che ci presenta. La pellicola non solo è caratterizzata da una regia impeccabile e mai gratuita, ma riesce ad affermarsi come un’opera davvero a tutto tondo. I costumi, le scenografie, il suono e la luce sono, infatti, magistralmente orchestrati dal lavoro registico di Paul Thomas Anderson. Non potendo soffermarci su tutti questi punti, ne riprendiamo quelli decisamente più rilevanti: fotografia e colonna sonora. 

Il petroliere è fondamentalmente un film che si svolge completamente all’esterno, in un’ambientazione desertica e soleggiata. Ma nonostante questa abbagliante luminosità, la fotografia riesce a mescolarla abilmente con i colori scuri della terra, della vegetazione e del petrolio. Il lavoro di Robert Elswit, il direttore della fotografia che ha collaborato praticamente a tutti i lavori di Anderson, riesce qui ad esprimere un’incredibile potenza visiva. Una potenza che si dà completamente nel bilanciamento dei toni contrastanti che si danno man forte a vicenda, comunicando l’imperioso nichilismo del film.

La scena più emblematica e d’effetto in questo senso risulta essere l’esplosione del pozzo estrattivo. Qui, il giallo/arancio vivido del fuoco contrasta con il petrolio scurissimo, ma rilucente, che ha ricoperto tutto il paesaggio e le persone nelle vicinanze. Uno spettacolo tragicamente epico che si dà ai nostri occhi in tutta la sua veemenza. Anche noi, come Plainview, quindi, rimaniamo ad osservare, compiaciuti.

A dare il tocco finale a questo capolavoro, ci pensa poi la colonna sonora di Jonny Greenwood. Il musicista dei Radiohead ha scritto ore e ore di musica per questo film, salvo poi ridurre l’intera colonna sonora a soli 33 minuti di lunghezza. Il suono scarno, e completamente privo di parti cantate – in contrasto con l’iper-dialogismo del film -, dà ancora più sostanza e profondità al personaggio. Utilizzando una sonorità tipica da cinema horror, ma che a tratti si libra un commento sonoro più “epico”, Greenwood infatti vuole suggerire un aspetto costantemente minaccioso ed intimidatorio. Un carattere che ben si sposa alla caratura ambigua e ostile di Plainview.

 

4. UN FILM DEL SUO TEMPO E OLTRE IL TEMPO

Il petroliere

Già a partire dal titolo originale, There Will Be Blood, la storia del film è una profezia. Una sorta di anatema che valeva nel 1898, data della narrazione, che vale nel 2007, anno in cui è uscito il film, e che certamente vale ancora nel 2019. Tutte le tematiche che possiamo riscontrare per la contemporaneità, erano già in potenza presenti nella grandiosa, quanto emblematica, storia di Daniel Plainview. Il suo è infatti un racconto di perdita dell’umanità (e spiritualità) di un uomo, parallelamente al suo raggiungimento di ricchezza, denaro, potere e prestigio; una perdita che ingloba anche il falso misticismo della “nuova” religione.

In questa, che vuole essere a tutti gli effetti la storia delle radici del Capitalismo americano che non può non trovare spazio nel mito della frontiera e dell’individualismo, ritroviamo così le radici di tematiche, e questioni irrisolte, che perdurano tutt’oggi. Nel film, infatti, il petrolio diventa il simbolo dell’avarizia americana e la religione è la causa del conflitto. Non vi ricorda qualcosa?!

Il petrolio stesso diventa la forza motrice della narrazione e delle azioni di Plainview, un simbolo latente e inaspettato che si insinua nelle faglie della società. Un tempo linfa vitale dell’economia, del progresso tecnologico e sociale, ora potenza inarrestabile e distruttiva. Emblema dell’annichilimento moderno che parte dalla sua carenza materiale e arriva ai conflitti militari da esso generatisi, passando persino al disastro ecologico in arrivo. Ma Il petroliere ce l’aveva detto già dall’inizio. Il giacimento rappresenta una speranza di guadagno e prosperità, ma porta con sé distruzione e morte, attraverso il suo potere fagocitante.

 

5. “IO BEVO IL TUO FRULLATO!”

Abbiamo deciso di chiudere questa brevissima, ma intensa, carrellata su Il petroliere ciclicamente, con la scena finale del film. Come ogni opera degna di essere definita tale, l’inizio e la fine devono essere degne di nota perché racchiudono in sé l’universo presentato dal film e ne danno le coordinate. E in questo caso non siamo di fronte a un’eccezione: se l’inizio rappresenta un capolavoro a sé stante, l’ultimo atto è la chiusura più degna per un film così importante. 

Siamo nel 1927, Plainview è ormai ricco, vecchio, acciaccato, volutamente solo e recluso nella sua scurissima casa/mausoleo. Nonostante questo, riesce in questa occasione a darci l’ultima prova della sua potenza abissale. E lo fa durante l’incontro finale (e fatale) con Eli. Ci viene dunque offerto il più iconico, nonché il più esplicativo, dei dialoghi: il tutto basato su un irriverente milkshake.

“Se tu hai un frullato e io ho un frullato e ho una cannuccia, la mia cannuccia attraversa tutta la stanza e inizia a bere il tuo frullato. Io bevo il tuo frullato! IO TUTTO LO BEVO!”

Il frullato, nella sua banalità, diventa il simbolo finale dell’appropriazione e dell’ascesa definitiva del nostro estrattore, assurto da solo a Uomo/Dio. È, infatti, nell’atto di picchiare Eli fino alla morte, che si proclama come la Terza Rivelazione. Uno spirituale che si è incarnato definitivamente nel materiale, il profitto è diventato l’idolo! Un climax preparato dall’inizio del film che non può che lasciare spazio a quel “I’m finished” (sono finito, è finita, ho finito) detto sul finale, e che qui assume una valenza quasi teatrale. Lo spettacolo è finito, ma di repliche ce ne saranno ancora altre. 

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